Violenza di genere, il messaggio corretto. Al Mottura seminario laboratorio con la presidente Vagliasindi e il questore Ricifari

Svalutazione e insulti, limitazione della libertà personale, gelosia eccessiva o ingiustificata, minacce, limitazione della disponibilità economica, violenza e falsi pentimenti. Sono questi i segnali più evidenti della violenza domestica e più in generale della violenza di genere, un fenomeno diffuso in tutti i Paesi e in tutte le fasce sociali. Oltre alla protezione delle vittime esistono percorsi di recupero dei maltrattanti perché bisogna guardare alla persona, che non si riduce al reato che ha commesso.

Sono queste alcune delle tematiche dibattute nell’incontro laboratorio tenutosi venerdì mattina all’Istituto superiore Mottura di Caltanissetta a cui hanno partecipato tra gli altri la presidente della corte d’Appello Maria Grazia Vagliasindi e il questore Emanuele Ricifari. Per tutta la mattinata gli studenti della classe IVB in aula magna e altre classi in collegamento dall’aula, si sono confrontati con i relatori dell’incontro organizzato dalla referente legalità, la professoressa Grazia Augello, con il direttore dell’Ufficio esecuzione penale esterna di Caltanissetta ed Enna Rosanna Provenzano. A fare gli onori di casa la dirigente scolastica Laura Zurli mentre gli interventi laboratoriali sono stati curati dalla cooperativa Etnos, dal presidente Fabio Ruvolo con l’arteterapeuta Vanni Quadrio e la psicologa Loredana Genovese. Etnos è impegnata su più fronti. Gestisce due comunità per donne vittime di violenza ad indirizzo segreto e svolge un servizio di ascolto degli uomini maltrattanti con due sportelli a Caltanissetta e Modica.

“Ringrazio la dirigente scolastica perché quella di oggi è un’occasione importante per riflettere su un tema cruciale – afferma la presidente della corte d’Appello-. La violenza di genere non investe solo il mondo femminile ma è soprattutto un tema che riguarda il rispetto della dignità della persona quindi l’educazione dei sentimenti nella scuola, organo centrale della democrazia. La povertà culturale – prosegue Vagliasindi – significa bassezza di sentimenti e deterioramento del senso morale ed è questo alla base della violenza di genere che nasce dall’odio nei confronti di un genere. L’odio è diverso dalla passione emotiva, è qualcosa che si radica e sotto questo profilo la scuola è lo scudo più forte per debellare la violenza. Gli psicoterapeuti e l’ufficio esecuzione penale esterna svolgono un ruolo importante perché intervengono in un momento centrale del profilo rieducativo. Ci fanno riflettere sull’importanza dei percorsi che inducono il reo a riflettere sull’iter che lo ha condotto al male”.

“Il messaggio corretto” è il titolo scelto per la giornata organizzata al Mottura, per ricondurre la tematica “ad un contenitore più ampio, quello della comunicazione e dell’educazione ai sentimenti, del contenimento delle violenze – spiega Laura Zurli, dirigente scolastico dell’Istituto superiore -. Significa che la scuola vuole insegnare e formare ai sentimenti, alla comunicazione del cuore che non sia disgiunta dalla ragione, dal cervello. La comunicazione ha un contenuto e delle relazioni e quindi per prevenire situazioni patologiche occorre recuperare il senso dell’umanità con una comunicazione corretta a partire dalle scuole”.

Rosanna Provenzano, direttore dell’Uepe è uscita soddisfatta per l’andamento dell’incontro laboratorio con gli studenti. “Questa è la parte vitale perché siamo a scuola. Cercare il messaggio corretto dentro di noi significa interiorizzare cos’è giusto. Abbiamo proiettato una storia tratta dal documentario Human dove un ragazzo era stato massacrato dal padre da bambino interiorizzando il messaggio sbagliato. Credeva che l’amore fosse dolore, fino al compimento di un omicidio efferato uccidendo la moglie e il proprio figlio. In carcere, grazie alla nonna del bambino, impara cos’è l’amore, proprio dalla donna a cui aveva offerto il male peggiore. Quando trattiamo le persone – questo il messaggio – non c’è solo il reato perhcé la persona è molto di più del reato che ha commesso. Esistono le regole e le norme e molto spesso la politica agisce definendo normative. In realtà noi impariamo dal diritto, dai comportamenti; i valori e l’etica li apprendiamo dalla comunità, dalla famiglia, dal gruppo dei pari e dalla scuola. Ecco perché è fondamentale il passaggio dalla legge, che ovviamente non bisogna trasgredire, allo ius, per indurre i ragazzi e le ragazze a trovare le ragioni nel comportamento e nell’esempio. Anche di fronte a reati gravi – conclude Provenzano – dobbiamo aver presente che incontriamo la persona per indurre alla revisione critica del reato. Questo si può fare solo insieme alla comunità”.

Il questore Emanuele Ricifari ha messo in guardia da alcuni stereotipi e da una lettura fuorviante delle statistiche. La violenza di genere non è solo quella maschile nei confronti delle donne, anche se statisticamente più rilevante e non riguarda soltanto alcune fasce sociali o determinate culture. Ricifari ha ricordato come fino a tempi relativamente recenti anche in Italia esisteva il matrimonio riparatore che estingueva il reato di violenza sessuale, considerato oltraggio alla morale e non reato contro la persona. Il questore ha ricordato agli studenti il caso emblmeatico di Franca Viola, la giovane di Alcamo che non si piegò a questa barbara consuetudine e li ha invitati a una corretta lettura dei dati e degli articoli di stampa per evitare di apprendere queste tematiche solo dai talk show che tendono a deformarli.

ASCOLTA qui sotto le interviste andate in onda nel radiogiornale di venerdì 1 aprile (Presidente corte d’Appello Maria Grazia Vagliasindi, preside Laura Zurli, direttore Uepe Rosanna Provenzano”

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