Verso “l’umanizzazione della vita”. Intervista allo psicoanalista Nicolò Terminio

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spremutaSulle dinamiche familiari, educative e sociali, abbiamo intervistato Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca. Svolge la sua attività professionale a Torino.

-Nel suo ultimo libro, lo psicanalista Massimo Recalcati riflette sul “mistero” della dimensione filiale. Per lui, infatti, i genitori non possono che accogliere il segreto incomprensibile che si pone attraverso la generazione di una nuova vita. Nell’epoca del tramonto di ogni visione del mondo, perché è più arduo il compito dei genitori?

Perché sono cambiati i parametri sociali con cui i genitori si confrontano. Nella società del XXI secolo ciò che sembra orientare la progettualità di ciascuno è il criterio di performance e affermazione di sé. Anche la vita affettiva e familiare sembra doversi riferire a nozioni di competenza sociale e comunicativa, adattamento e flessibilità. In tal modo il criterio dell’autostima e della consapevolezza delle proprie capacità entra in gioco anche nel campo dei legami familiari. Essere genitori diventa così un lavoro nuovo che si deve a sua volta confrontare con i vincoli ideali vigenti.

Come si fa a essere considerati dei buoni genitori? Ad affrontare il giudizio del proprio bambino? A evitare il fallimento in questo compito così essenziale? Ecco solo alcune delle domande che alimentano le preoccupazioni dei genitori contemporanei. Queste preoccupazioni sono però fuorvianti perché rischiano di rendere il rapporto tra genitori e figli come un ulteriore banco di prova per le proprie competenze personali e sociali. Abbracciando questa prospettiva si capovolge la fisiologia della trasmissione intergenerazionale perché i genitori dipendono dai figli, dalla valutazione che i figli fanno dei genitori. E così possiamo trovarci di fronte a casi limite dove i genitori non riescono a dire di “no” ai propri figli per paura di scontentarli, per paura che una qualche forma di privazione possa nuocere al loro sano sviluppo. In realtà, in questi casi i genitori cercano nei figli una conferma per il proprio narcisismo abdicando però al vero compito genitoriale che è quello di trasmettere la funzione virtuosa del limite e di testimoniare l’apertura verso il desiderio. Se il genitore è troppo preso dal conseguire un buon livello di autostima genitoriale darà priorità al consenso che può ottenere dai figli e non al conflitto intergenerazionale dove entra in gioco la difficile trasmissione del valore dei limiti.

La nostra società non è più orientata dalla funzione del limite, i messaggi sociali dominanti rimandano semmai a un imperativo che promuove la spinta al soddisfacimento. La rinuncia pulsionale appare quindi come una questione obsoleta e addirittura come una negazione della libertà dei singoli di scegliere la propria strada. L’esperienza clinica di chi pratica la psicoanalisi mostra però quanto l’assenza dei limiti lasci i soggetti smarriti e privi di riferimenti simbolici in grado di tracciare un percorso verso la propria singolarità. Il ricorso compulsivo e senza filtri alla soddisfazione immediata non consente infatti ai figli di scoprire il proprio desiderio. E per la psicoanalisi quando parliamo di desiderio ci riferiamo alla vocazione: c’è una chiamata che sentiamo e di cui non siamo padroni e che dobbiamo saper discernere.

Ogni percorso educativo deve mirare alla promozione dell’esperienza virtuosa del limite, un’esperienza virtuosa perché costituisce il presupposto per poter avventurarsi nella scoperta di un desiderio inedito, un desiderio non omologabile a nessun imperativo sociale o familiare. Il compito genitoriale rimane ancora oggi quello che ogni generazione deve svolgere per quella successiva: garantire una cornice simbolica (tradizione) che possa custodire le occasioni in cui ciascun figlio può rinnovare ciò che gli è stato trasmesso rilanciandolo in un viaggio soggettivo che costituisce una pagina inedita nella trama delle generazioni. Durante alcuni incontri di formazione dedicati ai genitori mi capita spesso di citare alcuni versi con cui Kahlil Gibran ricordava che le anime dei figli dimorano nella casa del domani e ai genitori non è concesso di visitarla neppure in sogno. Ecco la radice del mistero che riguarda il destino di ogni figlio. E si tratta di un mistero che i genitori possono custodire – come ci invita Alessandro D’Avenia nel suo ultimo libro L’arte di essere fragili – assicurandosi non di essere sicuri di se stessi ma cercando di essere sicuri di essere se stessi. Questo è un punto cruciale per ogni trasmissione intergenerazionale: la funzione del limite può diventare virtuosa soltanto se si nutre della testimonianza del desiderio.

Diversi psicanalisti, da Luigi Zoja al già citato Recalcati, legano l’assenza di riferimenti valoriali del nostro tempo alla crisi del significato simbolico del padre. A tuo parere, nella tarda modernità che stiamo attraversando, va ripensata la figura del padre?

Secondo la psicoanalisi ogni figura del padre trae forza e credibilità dalla capacità di esercitare la funzione paterna. Essenzialmente la funzione paterna consiste nell’unire Legge e desiderio, ossia la dimensione universale dei vincoli sociali con la singolarità della propria vocazione. La funzione paterna non è trasmessa soltanto dalla figura del padre ma anche da tutte le altre figure educative che ciascun soggetto può incontrare nel proprio percorso di formazione.

La crisi attuale del significato simbolico del padre riguarda non solo la figura del padre ma ogni altra figura deputata a trasmettere il legame virtuoso tra Legge e desiderio. Possiamo infatti osservare come ogni padre che voglia trasmettere la funzione paterna debba affrontare la sfida educativa senza il sostegno del discorso sociale dominante. Quello che osserviamo oggi nella pratica clinica è uno smarrimento sempre più marcato dei padri a interpretare e veicolare la funzione paterna. È una condizione che riflette un andamento ancor più generale che investe il discorso e l’immaginario sociale contemporaneo. Persino i cartoni animati che vanno per la maggiore e che sono seguiti da intere famiglie (si veda per esempio la serie di Peppa Pig) mostrano ripetutamente un padre inabilitato a rappresentare la portata incisiva della funzione paterna. Il padre viene semmai rappresentato come il principale esponente di una impotenza radicale a vincere e a superare gli inciampi dell’esistenza. E la madre viene di conseguenza consegnata in modo esclusivo a una funzione critica verso il padre. Il padre debole e la madre che ironizza su questa debolezza è ormai uno schema narrativo che va dai cartoni animati alla pubblicità, dai romanzi ai film, dalla concretezza della vita quotidiana alle astrazioni più sofisticate. Grazie a tutto questo il mercato dei consumi spiega, addolcisce e, soprattutto, utilizza il declino della figura del padre.

Oggi bisogna trovare un punto di appoggio per la figura del padre nell’ambito del legame di coppia tra padre e madre. La pratica psicoanalitica ci insegna che nella vita di ciascun soggetto un padre è stato in grado di trasmettere la funzione paterna soprattutto se la madre ha fatto posto alla parola del padre. Ogni volta che pensiamo al rapporto tra padre e figlio dobbiamo verificare lo sfondo della relazione di coppia tra padre e madre. Come ho avuto modo di approfondire nel mio libro Siamo pronti per un figlio? Amarsi e diventare genitori il bambino recepisce la funzione paterna attraverso la declinazione particolare con cui la parola del padre entra in rapporto con la madre. La funzione paterna è dunque effetto del legame tra padre e madre, effetto del modo in cui i genitori si amano e si sono amati come marito e moglie. Nell’epoca contemporanea va dunque valorizzata ancor di più la dimensione dell’amore di coppia come elemento imprescindibile per non perdere il significato simbolico della funzione paterna. Se consideriamo la funzione paterna come l’effetto del modo in cui padre e madre testimoniano il loro incontro d’amore, allora gli sforzi futuri andranno concentrati non verso la riabilitazione di padri deboli, ma nel sostegno dei legami di coppia. È attraverso questa via che si potrà fare del legame di coppia non lo scenario del declino della funzione paterna, ma lo spunto per l’invenzione di un modo attuale di darne testimonianza.

La declinazione sociale della “rarefazione” del padre è la profonda crisi che investe la politica. Di quali punti di riferimento ha bisogno, per riformarsi, l’attuale realtà politica?

Le questioni riguardanti la politica non sono direttamente un ambito di intervento della psicoanalisi. Ascoltando però le persone che parlano in analisi anche del mondo in cui vivono sappiamo che su ogni figura politica (uomo o donna) vengono proiettate attese e fantasmi anticamente rivolte verso i propri genitori. I discorsi che abbiamo sviluppato fin qui a proposito del compito genitoriale e della funzione paterna possono essere traslati anche nell’analizzare la funzione svolta da ogni leader politico. I punti di riferimento dell’attività politica dovrebbero essere gli stessi che orientano qualsiasi rapporto tra le generazioni: è importante costruire le condizioni per fare esperienze generative e limitare le esperienze dissipative.

Per esempio, le dipendenze patologiche sono delle forme di esperienza estremamente dissipative. Tra queste, per rilevanza economica, sociale, familiare oltre che psicologica, spicca il gioco d’azzardo patologico che sta avendo una diffusione epidemica e sta indebolendo la vita dei più poveri e dei soggetti più vulnerabili. Mi piacerebbe che l’attuale realtà politica si occupasse maggiormente di questo fenomeno. Facciamo il paragone con la figura paterna: quale padre lascerebbe aperta o addirittura incoraggerebbe la possibilità di un’esperienza di godimento dissipativo? Nella comunità per le dipendenze patologiche dove lavoravo come responsabile clinico abbiamo incontrato dei padri così, che in maniera inconcepibile incoraggiavano la deriva tossicomanica dei figli. La nostra diagnosi era ovviamente di perversione. Ecco, di fronte a ogni forma di per-version (perversione) che cerca di soppiantare il funzionamento generativo dei legami sociali con una volontà di godimento dissipativa ogni attività politica non dovrebbe mai perdere il proprio compito di sostenere la père-version (versione del padre).

La promulgazione dei decreti attuativi della cosiddetta legge della “Buona scuola”, ha riaperto il dibattito sul compito fondamentale dell’istituzione scolastica nella nostra società. Nel tempo dell’eterno presente caratteristico dei social, nei quali si è radicalmente riformulato il linguaggio comunicativo, sembra che occorre ripensare l’insegnamento. È così?

Nelle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar troviamo una frase che può aiutarci nel concepire la funzione dell’insegnamento: “Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono stati i libri”. Quando siamo giovani i libri ci parlano perché c’è stato un insegnante che ha fatto da tramite, che ha dato testimonianza della propria passione e ha favorito il transito verso la lettura costruendo i presupposti per un incontro con la tradizione (l’Altro). Ebbene, è questo tipo di esperienza che la scuola dovrebbe favorire sin dalla prima infanzia: deve cioè stimolare il bambino e l’allievo nella ricerca di qualcosa di sé, una ricerca soggettiva che passa attraverso l’esplorazione e la “lettura” del mondo dell’Altro. La scuola è la chance perché questo incontro possa avvenire.

La scuola oggi però è presa dalla preoccupazione di promuovere innanzitutto l’adattamento alla realtà e ai tempi ipermoderni. La scuola si trova a competere con una società dove il modello vincente viene rappresentato da un cervello playboy, capace di navigare tra diversi input e diverse informazioni, che necessariamente non possono che essere superficiali. La profondità del tempo della lettura e dello studio non viene più concepita come funzionale allo sviluppo delle competenze adatte per vivere nell’epoca contemporanea. Se le richieste e i modelli socio-culturali dominanti privilegiano la capacità di oscillare nella molteplicità degli stimoli, come farà un insegnante a chiedere ai suoi allievi di studiare? In che modo la scuola e il discorso educativo che la attraversa potrà svolgere la sua funzione di formazione?

La scuola rischia di diventare uno specchio della realtà sociale e virtuale: una scuola aperta e flessibile che sta al passo con i tempi, dove però non è sempre custodita la possibilità per il giovane di incontrare la testimonianza del desiderio dell’insegnante. Se la testimonianza dell’insegnante è la bussola fondamentale per stabilire un rapporto generativo tra tradizione e innovazione, dobbiamo allora dare il massimo rilievo alle condizioni istituzionali che fanno da cornice organizzativa e relazionale all’incontro tra insegnanti e studenti. Pensare oggi all’insegnamento richiede quindi uno sguardo attento alla particolare dinamica relazionale che nutre ogni trasmissione di sapere, ma allo stesso tempo occorre non trascurare la dimensione istituzionale che condiziona inevitabilmente l’atteggiamento educativo di ogni insegnante. Non esiste nessuna valutazione possibile della qualità dell’insegnamento senza un’adeguata analisi istituzionale delle condizioni pratiche entro cui quell’insegnamento si svolge. Una buona scuola dovrebbe preoccuparsi da un lato delle condizioni istituzionali e dall’altro della relazione educativa e delle strategie didattiche più avanzate. In ogni epoca dal connubio di queste due dimensioni dipende il destino dell’educazione. E dovremo sempre intendere l’educazione, come suggeriva la psicoanalista Françoise Dolto, come un processo di “umanizzazione della vita”.

Dopo le proteste del 1968, nella nostra società occidentale si è sviluppata una visione individualistica del grande e fondamentale tema della libertà. Siamo proprio sicuri che la maturazione definitiva della libertà coincida con l’esclusivo soddisfacimento delle esigenze dell’individuo staccato dalla comunità?

Questo è un tema che in psicoanalisi ritorna ogni qualvolta ci si interroga sul rapporto tra le trasformazioni storico-sociali e le forme della psicopatologia contemporanea. In un suo libro di grande successo il filosofo canadese Charles Taylor faceva notare come il “disagio della modernità” consista essenzialmente nella variazione di alcune melodie centrali. Taylor individuava nel discorso della civiltà contemporanea tre nodi problematici: l’individualismo, la prevalenza della “ragione strumentale” e l’eclissi della libertà politica. Nel caso dell’individualismo osserviamo come l’auto-realizzazione avvenga a prescindere dalla condivisione e dalla partecipazione ai valori comuni: ciascuno ha il diritto di scegliere lo stile di vita che ritiene più adatto a sé. In tal modo gli esseri umani non devono sacrificare la propria libertà “alle esigenze di ordinamenti presunti sacri che li trascendono”. L’individualismo implica la centralità dell’io e la concomitante esclusione delle questioni morali, politiche o religiose che trascendono e disturbano la ricerca dell’autenticità del singolo. In termini psicoanalitici, possiamo dire che il soggetto non è più orientato dal riferimento agli Ideali, ma dall’affermazione di una modalità di godimento. Nell’epoca contemporanea l’imperativo sociale non è più quello della rinuncia al soddi sfacimento, poiché si è trasformato in un obbligo al non dover rinunciare, una spinta al “tunnel del divertimento”: il godimento non è più una scelta ma una via obbligata a cui doversi uniformare. Il desiderio singolare del soggetto viene così piegato in una pratica uniformizzante di godimento. Secondo la psicoanalisi quindi ogni forma di libertà che nega il valore del legame intersoggettivo non riesce a dare il presupposto necessario per realizzare la propria autenticità perché si traduce – come l’esperienza clinica conferma – in forme di soddisfacimento omologanti e non generative. È questo il punto di intersezione tra alcune derive del discorso sociale e i sintomi del presente, sintomi su cui la pratica psicoanalitica prova a pronunciarsi risvegliando il desiderio singolare di ciascun soggetto.

Intervista a cura di Rocco Gumina

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