“Un’attenzione maggiore alle situazioni delle persone”. Intervista al teologo moralista Pietro Cognato

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spremutaSul tema della famiglia, discusso all’ultimo sinodo della Chiesa cattolica, abbiamo intervistato Pietro Cognato, teologo moralista presso la Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista”

– Il sinodo sulla famiglia celebrato recentemente dalla Chiesa cattolica ha portato alla pubblicazione dell’esortazione sull’amore familiare intitolata Amoris Laetitia. Questo documento, specialmente l’ottavo capitolo, ha fatto molto discutere. Perché?

L’esortazione post-sinodale in questione è un vero deposito di conoscenze e saggezza di cui la Chiesa, esperta in umanità, è capace di mostrare. Proprio per questo mi sembra una nota positiva piuttosto che negativa il fatto che il documento abbia fatto discutere, continua a farlo e continuerà nei prossimi anni. Le questioni sono roventi, si tratta di persone, della loro vita, del senso di essa. Il cap. 8 è quello più commentato – ripetono i commentatori di coloro che commentano – e questo era inevitabile, purtroppo, perché su tale capitolo pende la spada di Damocle di tutte le aspettative di cui i sinodi che ne hanno preceduto la redazione si sono caricati. Ci si aspettava, forse, una rivelazione shock, una virata colossale, un soluzione di continuità. La verità, invece, è che il testo ribadisce la sollecitudine e la preoccupazione per il vissuto personale dei soggetti che vivono situazioni di irregolarità, e per questi si apre alla possibilità di un’attenzione ai “casi”; al contempo, non c’è una dichiarazione di principio che cambi la dottrina, come molti speravano che avvenisse. Ora, il fatto di questa duplice prospettiva – attenzione al caso singolo/dottrina tradizionale – ha portato molti, soprattutto tra il clero – ad una sorta di confusione: che dobbiamo dire ai fedeli? Che significa attenzione al caso singolo? C’è la preoccupazione di trasformare il discernimento in qualunquismo? Tutte questioni che il documento apre e non chiude, nel senso che sono le questioni da affrontare nel prossimo futuro. Papa Francesco non ha, secondo me, voluto affrontare la questione dal punto di vista dottrinale, ma solo pastorale, cioè dal basso, affidando però alle comunità e ai loro pastori il compito di trovare “creativamente” le vie giuste.

– Da un punto di vista teologico-pastorale, come vanno integrate nella comunità ecclesiale quelle che Francesco definisce con l’espressione “fragilità e irregolarità” dell’ambito familiare?

Il capitolo 4 dell’esortazione mi sembra la risposta migliore a questa domanda. La riflessione sulla trinomia eros/filia/agape è una delle più belle, proficue e profonde riflessioni contenute nel documento. Essa ci illumina sul fatto che dovremmo smetterla di pensare alla Chiesa come la dirimpettaia delle famiglie o come il luogo di riunione di esse o di alcune di esse più bisognose. La comunità ecclesiale dal punto di vista pastorale può vivere l’integrazione se essa stessa si autocomprende come famiglia, se vive le stesse dinamiche di una famiglia, se sperimenta i medesimi legami, quindi anche i medesimi disastri che si possono verificare. Non c’è verità umana che non si apprende nel nascondimento di quei legami familiari e le persone se non li rivivono in comunità non la riconoscono come vera e viva. Quante volte la comunità ecclesiale rischia di essere percepita come una setta o come un luogo altro dalla vita, dove non scorre la vita, dove è puntellata di cimeli, feticci, pratiche incomprensibili! Se il sacramento non rimanda ad altro se non a se stesso è perché ha perso il contatto con la vita, e se perde il contatto con la vita è qualcosa di stantìo, di morto; così, la comunità, la chiesa, sacramento dove si celebrano i sacramenti, o si rimette in collegamento con la vita (ecco la trinomia inscindibile di eros/filia/agape) oppure continuerà a stare “di fronte” agli altri che sono fragili e che vivono situazioni di irregolarità.

– A tuo parere, sul tema della famiglia, l’approccio del papa “venuto dall’altra parte del mondo” è più teologico o pastorale?

Ho già risposto in parte. Credo che sia pastorale e non teologico a patto che presupponiamo che cosa sia il teologico e il pastorale. Se ci fosse a risponder qui un teologo della scuola di Milano credo che si rifiuterebbe di accettare la forma della domanda. Può esserci una teologia che sia pastorale? Non è la pastoralità la ragion d’essere della teologia? Credo che più corretto sia dire così: il papa non ha voluto cambiare la dottrina con un atto magisteriale ex cathedra. Ha solo voluto “esortare” pastori e fedeli ad un’attenzione maggiore alle situazioni delle persone, riproponendo in fondo qualcosa di assolutamente tradizionale riguardo la dottrina del peccato. Quando si pecca? Si pecca se c’è materia grave, deliberato consenso e piena avvertenza. Dal punto di vista pastorale si è sempre presupposta la compresenza dei tre elementi, quando invece non è così. Ebbene, il papa semplicemente sta putando il dito su questa verità: dal punto di vista pastorale non possiamo presupporre che ci siano sempre i tre elementi che dal punto di vista dottrinale sono chiari e distinti. Se ci pensiamo bene, quante persone sanno di sbagliare? (piena avvertenza) quante lo vogliono (deliberato consenso). Allora, l’azione a partire dalla lettura del documento Amoris Laetitia è tutta da pensare e costruire, siamo in salita, abbiamo tanto su cui discutere, provare e riprovare, come quando si lascia la banchina di un porto. Il mare va attraversato e solo a destinazione si potrà raccontare come è andato il viaggio.

– Con il documento Misericordia et misera scritto a conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Francesco concede a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Non si tratta, chiaramente, della liberalizzazione del peccato legato all’aborto. Allora, cosa intende il Papa?

Una cosa molto semplice: che tutti i sacerdoti possono assolverlo non perché il peccato grave è stato declassato a peccato meno grave, ma perché l’azione misericordiosa della Chiesa tutta è stata ampliata, amplificata, evidenziata. È solo un segno, di quelli a cui papa Francesco ci sta abituando. È chiaro che un segno è sempre un rimando ad un senso, e il senso è proprio questo: dobbiamo guardare al cuore delle persone e poiché è lì la sede in cui si sedimenta la qualità del nostro rapporto con Dio e con il bene dobbiamo evitare che solo la materia grave attiri il nostro giudizio. Certo, questo segno è sempre fonte possibile di equivoci, ma credo che gli equivoci piacciono a chi non vuole capire. Una testata di un famoso quotidiano all’indomani della lettera Misericordia et misera recitava così: “Abortite, poi il papa vi perdona”. Di fronte a queste levate credo che bisogna trarre una conclusione: scegliersi i propri interlocutori e non perdere tempo con chi ha molto tempo per giocare a discutere seriamente.

– Spesso Francesco afferma che nella dimensione sociale, politica e culturale “il tempo è superiore allo spazio”. Che significa?

È una delle espressioni più belle del linguaggio incisivo del papa. È anche una delle più citate. Probabilmente perché vere da sempre. Ma in bocca al papa questa espressione diventa un criterio di discernimento, ma anche il programma di ampio respiro della sua azione. Il papa con questa espressione esprime a mio parere la sua fiducia in Dio la cui opera è permanente innanzitutto nella creazione e in essa nel microcosmo dell’uomo. Se per il papa l’unica certezza è che Dio c’è e vuole essere in comunione con l’uomo, allora l’attivismo, l’organizzazione convulsa di grandi eventi ecclesiali o sclerotizzata delle parrocchie, non saranno mai il Si definitivo o la certezza che siamo nella giusta direzione. Il tempo è superiore allo spazio significa che la sovranità di Dio è altra cosa dal nostro modo di inverarla.

– Con le dimissioni di Benedetto XVI prima e con lo stile di Francesco poi, il modo di intendere il servizio petrino, e quindi la missione del papa nella Chiesa e nel mondo, è definitivamente mutato?

Credo che non ci sia stato un papa uguale all’altro per il semplice fatto che ogni papa ha saputo vivere il proprio tempo. Il servizio petrino è uno solo: confermare nella fede coloro che questa fede l’hanno ascoltata, per essere certi di credere alle parole di Gesù, il Risorto. Ora, questa azione di conferma può essere svolta nel pieno di una battaglia culturale, ora quella ingaggiata contro il comunismo da san Giovanni Paolo II, ora quella contro il relativismo da Benedetto XVI; può però essere operata in un clima di “fine delle battaglie culturali”, ed è il caso di papa Francesco. Quindi, ciò che cambia non è il servizio petrino, la missione del papa nella Chiesa e nel mondo, ma il clima in cui questa missione viene svolta. E il clima influenza anche le modalità, le scelte, le iniziative di cui è costellata questa missione. Papa Francesco ha con tutte le sue azioni e le sue parole detto basta alle battaglie culturali, vuole costruire ponti, vuole dialogare con tutti. Non a caso la sua prima enciclica è stata dedicata al tema ecologico, quindi ad un tema che non poteva escludere nessuno dalla concertazione pubblica, visto che tutti viviamo nello stesso mondo.

Intervista a cura di Rocco Gumina

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