Una verità occulta anche per Capaci. Dda e Dia nissena "fermano" otto persone mai coinvolte.

939

strage-capaciArresti e perquisizioni in corso ad opera della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta in esecuzione di otto provvedimenti cautelari emessi dal Giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia diretta dal Procuratore della Repubblica Sergio Lari.

Ricostruita in maniera compiuta la fase deliberativa, preparatoria ed esecutiva della strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie, anch’ella magistrato, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. A ricostruire particolari e soprattutto responsabilità inedite sulla strage di Capaci la Procura distrettuale nissena con il supporto della Dia di Caltanissetta, malgrado il lungo tempo trascorso dal 23 maggio 1992.

Squarciato il velo d’ombra nel quale erano rimasti alcuni personaggi, mai prima d’ora sfiorati dalle inchieste sull’eccidio di capaci. Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello, tutti in carcere già da tempo, con condanne pesanti per reati di mafia ed omicidio e tutti fedelissimi dei boss Graviano. Nei loro confronti è scattata una nuova ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip di Caltanissetta Francesco Lauricella, su richiesta del procuratore aggiunto Domenico Gozzo e dei sostituti Onelio Dodero e Stefano Luciani.

Il provvedimento riguarda anche Cosimo D’Amato, il pescatore che consegnò al gruppo di sicari l’esplosivo prelevato da alcuni vecchi ordigni trovati in mare, e Salvo Madonia, uno dei reggenti della potente famiglia palermitana di Resuttana. Anche D’Amato e Madonia sono già in carcere. L’ultimo ad essere arrestato è stato il pescatore di Santa Flavia, nel novembre dell’anno scorso

Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, oltre a confermare i pregressi esiti giudiziari, forniscono ancora una volta elementi di assoluta novita’ sulla fase deliberativa, preparatoria ed esecutiva.

In particolare l’operazione di oggi svela l’esplosivo utilizzato per la strage e l’identità di coloro che lo reperirono e lo utilizzarono. Vennero utilizzati 20 chili di tritolo ricavato da quattro bombe della seconda guerra mondiale che alcuni pescatori, per due bombe il pescatore di Porticello Cosimo D’amato, consegnarono agli uomini di Graviano.

Il tritolo è un esplosivo ad alto potenziale distruttivo, ha spiegato il Procuratore Lari in Conferenza Stampa, e la quantità di 200 chili è veramente smisurata. Tanto che Riina dichiarò a Brusca: “Abbiamo tanto esplosivo da fare guerra allo Stato” . non poteva certo trattarsi dell’esplosivo da cava che lo stesso Brusca aveva procurato e che non sarebbe servito  a far saltare in aria l’autostrada Palermo-Trapani e uccidere Falcone alla guida di un’auto blindata.

La circostanza è rimasta segreta fino ad oggi perchè Riina, nell’affidare l’incarico a Graviano, non ne fece parola con nessuno, neanche con lo stesso Giovanni Brusca che preparava l’attentato. In altre parole il furbo capomafia incaricò contemporaneamente Brusca e i Graviano di Brancaccio senza che tra loro avessero contatti su tale delicato incarico. Il tassello ricostruito oggi dalla DDA nissena e dalla DIA ha consentito di dimostrare che la strage di Capaci è una strage di mafia, decisa ed eseguita soltanto da Cosa Nostra e che non esistono mandanti esterni. Proprio l’alto potenziale dell’esplosivo aveva fatto ipotizzare che servizi segreti deviati o appartenenti a servizi militari avrebbero potuto avere un ruolo logistico o di consulenza nella strage. Ma la scoperta odierna, ovvero che l’alto potenziale era dovuto al tritolo procurato dai Graviano, mette la parola fine su questo aspetto.

Del resto il procuratore Sergio Lari è stato chiaro in conferenza stampa. Lo stesso Riina, durante la pausa di un interrogatorio, gli ha spiegato che mai, un boss, il capo dei capi, si sarebbe “immischiato” con questi servizi deviati.

Le stragi di mafia, quindi rientravano in una precisa strategia di Cosa nostra che da un lato doveva colpire gli infedeli e gli inaffidabili, come Salvo Lima e i fratelli Salvo o i pentiti alla Totuccio Contorno, dall’altro doveva colpire i nemici, quali Falcone e Borsellino, ma al contempo, con la violenza inusitata delle stragi che sconvolsero l’opinione pubblica del mondo intero, poter sedere al tavolo della trattativa con lo Stato in una posizione forte se non addirittura dominante.

Otto persone, che erano finora sfuggite alle indagini della magistratura e degli organi investigativi, vengono oggi colpite da misure cautelari in carcere perche’ ritenute corresponsabili dell’eccidio di capaci. Per il Procuratore Lari non emergono responsabilità esterne a Cosa nostra. La Strage di Capaci è opera della mafia e basta. Fino ad oggi, però, nessun pentito aveva parlato di questo commando di artificieri perchè il boss Graviano aveva raccomandato estrema riservatezza. Furono gli stessi arrestati odierni a prelevare i vecchi ordigni bellici recuperati in mare, aprirli, svuotarli del contenuto, macinare l’esplosivo e ridurlo in polvere e infine consegnarlo ai Graviano che lo avrebbero utilizzato sia a Capaci che in via D’Amelio.

Dalle prime ore di stamane, decine di agenti della Direzione Investigativa Antimafia di Caltanissetta, sotto il coordinamento della DDA, diretta dal Procuratore Srgio Lari, stanno eseguendo una serie di arresti e perquisizioni in diverse citta’ del territorio italiano.

Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, gia’ reggente del mandamento mafioso di Brancaccio e fedelissimo dei fratelli Graviano, in merito alla strage di Capaci, oltre ad ammettere spontaneamente il personale coinvolgimento nella fase esecutiva dell’attentato, ha fornito elementi di assoluta novita’ in ordine al coinvolgimento di questi otto personaggi, boss e gregari, appartenenti al mandamento di Brancaccio e ritenuti corresponsabili dell’eccidio, mai prima d’ora sfiorati dalle inchieste. A distanza di 21 anni queste persone sicuramente credevano di averla fatta franca definitivamente per un reato così grave, ma così non è stato.

Un protagonismo, quello del mandamento di Brancaccio, che dimostra, secondo gli esiti giudiziari, tutta l’importanza acquisita nel tempo e sul campo da quel mandamento mafioso.

Commenta su Facebook