Una microspia sulla tomba raccoglie l’inconfessabile omicidio del proprio figlio. Le interviste

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Di-Francescodi francesco stefano 10.09.1950

Un’intuizione geniale degli investigatori ha permesso di risolvere il giallo dell’omcidio dell’imprenditore Pietro Di Francesco, 32 anni, avvenuto il 9 gennaio 2013 nella sua azienda di smaltimento di inerti a Riesi. Ad uccidere per Carabinieri e procura di Caltanissetta è stato il padre dell’imprenditore, Stefano Di Francesco. I Carabinieri del reparto operativo hanno piazzato una microspia nella tomba del giovane, al cimitero di Riesi, convinti che in un rigurgito di coscienza, il padre durante una visita avrebbe avuto ncora qualcosa da dire al figlio. E così è stato. Stafano Di Francesco, ignaro di essere ascoltato dai militari del reparto operativo, davanti alla tomba continuava ad accusare il figlio Francesco, di averlo sostanzialmente costretto a ucciderlo. Insieme eravamo i migliori, a noi non ci fermava nessuno, perchè mi hai costretto a fare questo. Queste alcune frasi captate dalla microspia.

Pietro Di Francesco venne ucciso nella sede di Riesi della sua azienda, la Tecnoambiente, che si occupa di smaltimento di inerti dall’edilizia. Dall’autopsia è emerso che sul cranio del 32enne, si era abbattuto un corpo contundente e che l’ipotesi del suicidio non reggeva. Di Francesco è stato trasportato inerme e privo di sensi dentro un’auto semi abbandonata, una mercedes parcheggiata nel cortile dell’azienda. E’ stato suo padre, a cospargere il corpo di benzina, quando ancora il figlio era in vita, dandolo alle fiamme. Poi ha simulato davanti a due operai. Con un escavatore ha buttato un grosso quantitativo di sabbia sopra l’auto in fiamme, dichiarando agli inquirenti di non sapere in quel frangente che dentro vi fosse il figlio, mettendoli sulla pista del suicidio.

Ascolta le interviste al procuratore aggiunto, Domenico Gozzo e il Tenente Colonnello Federico Reginato del Reparto Operativo

L’inchiesta, condotta dal tenente colonnello Federico Reginato e coordinata dal procuratore aggiunto Nico Gozzo, si è avvalsa di attività tradizionali, con un’infinità di testimoni, ma ciò che ha fatto chiudere il cerchio è stata un’intuizione. I militari hanno nascosto una microspia nella tomba del giovane imprenditore, al cimitero di Riesi, convinti che il padre, in un rigurgito di coscienza, avrebbe avuto qualcosa da dire al figlio. E così è stato. Stefano Di Francesco ha reso una sorta di confessione, maledicendo le circostanze che a suo dire lo avrebbero costretto ad uccidere il figlio, chiamandolo con il nomignolo affettuoso di cricchetto, inconsapevole che ad ascoltarlo c’erano i carabinieri.foto 1 (9)

Gli investigatori da subito hanno dubitato dell’ipotesi del suicidio. Perchè, Di Francesco un giovane imprenditore con un moglie con cui andava d’accordo, due figli piccoli e un’azienda, doveva farla finita? Quindi è partita una ricostruzione progressiva del quadro familiare fatto di liti e violenze. Solo sei mesi prima Stefano Di Francesco aveva preso a martellate il figlio alle ginocchia. I motivi di tanti contrasti erano legati alla gestione dell’azienda, con due sedi a Riesi e alla zona industriale di Calderaro nel capoluogo nisseno. L’anziano padre, in precedenza fallito ed estromesso, intendeva ritornare alla gestione, nonostante vantasse anche cattive amicizie in ambienti poco racomandabili. Una volontà osteggiata dai figli e in particolare da Pietro, il 32enne che più volte era intervenuto in difesa del fratello, temendo ritorsioni fisiche nei suoi confronti.

Tecnoambiente (1)Fino ad arrivare all’epilogo di un omicidio avvenuto in ambito familiare, forse anche perchè un giovane imprenditore aveva deciso di gestire in modo pulito e moderno un’azienda, in una realtà difficile, che non glielo ha permesso fino alla morte.

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