Tapiro per sindaco D'Acquì? Prende indennità mentre assessori continuavano la "dieta".

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D'Acquì Giuseppe Sindaco SerradifalcoNell’occhio del ciclone il sindaco di Serradifalco, Giuseppe D’Acquì per la a vicenda riguardante l’indennità da primo cittadino a cui aveva formalmente rinunciato e che invece ha percepito al 50%, a insaputa di tanti, per il 2012. Tutti erano convinti che D’Acquì proseguisse nel suo mandato come una missione, gratis. Non i cittadini e neanche gli assessori, anche loro a “dieta ferrea”, sospettavano nulla E’ quindi finita nelle cronache nazionali di quotidiani, radio e tv la storia proveniente da Serradifalco, piccolo centro di 3 mila anime in provincia di Caltanisetta. Un assist per le testate in cerca di “marachelle” della politica che hanno reso celebre, per un giorno, Serradifalco e il suo sindaco.

A maggio 2010 D’Acquì decise, insieme alla giunta, di rinunciare all’indennità. Per lui 3 mila euro lordi e per gli assessori circa un terzo in meno. La decisione scaturiva dalla mancanza del servizio di tesoreria dell’ente, che aveva determinato la crisi della precedente giunta e, in parte, la sconfitta alle elezioni degli avversari di D’Acquì, eletto in una lista civica di centrosinistra. A cascata si era determinato grande “disordine anche nei conti”.

Con senso di responsabilità il neo sindaco e gli assessori aderirono all’idea rinunciando all’indennità per tutto il 2010. Nel 2011 hanno reiterato la decisione con una delibera di giunta e una delibera sindacale.

Si arriva al 2012. Nessuna deliberazione specifica viene adottata e il sindaco D’Acquì inizia a percepire l’indennità al 50%. Il sindaco, adesso nell’occhio del ciclone, rintuzza, come può, gli attacchi e le polemiche, “non c’è nulla di male”, “niente di illegale”, nulla di illegittimo”, in quanto “quella decisione venne assunta in condizioni particolari e gravi per le casse del comune che oggi non ci sono più”.

Il problema è che gli assessori della sua giunta non ne sapevano nulla e avrebbero continuato la “dieta” forzata, ignari che il collega “primus inter pares” avesse fatto marcia indietro, intascando (legittimamente per carità) 1.500 euro lordi circa al mese.

D’Acquì parla quindi “di semplice errore di comunicazione”. E’ l’unico peccato che accetta di imputarsi, quello di non aver informato la cittadinanza. E i poveri assessori?

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