“Il sistema scolastico dovrebbe essere motore del cambiamento”. Intervista sul mondo della scuola

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Sulle problematiche e le prospettive del mondo della scuola, abbiamo intervistato Cosimo Miosi, docente di scuola secondaria superiore.

spremutaIn un recente articolo apparso sul Corriere della Sera, Susanna Tamaro si è scagliata contro “il buonismo di Stato” che ha reso la scuola un’istituzione priva di autorità, di capacità educativa e di selettività meritocratica. Qual è il tuo parere sul suo pensiero?

Condivido pienamente l’impostazione di fondo della Tamaro, l’analisi è lucida e inanella una serie di questioni indifferibili su cui bisognerebbe riflettere sia sul piano politico sia sul piano pedagogico. Tuttavia, pur individuando nel lassismo o buonismo di Stato, nel modernismo e in una certa dose di vacuità pedagogiche le ragioni del declino, la Tamaro tocca il cuore del problema quando tenta di rispondere alla domanda centrale che tutti dovremmo porci: “Perché si è giunti a questo stato di cose”? Non che la risposta a tale domanda muterebbe il quadro che abbiamo di fronte, ma probabilmente aiuterebbe, come sono in grado di fare tutte le analisi, a comprendere le ragioni del declino di uno dei cardini della società o quanto meno ci eviterebbe di commettere gli stessi errori. Tuttavia, pensare che le ragioni di questo stato di cose risiedano solo nella cultura “antisistema” del sessantotto che ha prodotto il permissivismo (nella scuola come nella famiglia, la Tamaro cita lo slogan del maggio francese “vietato vietare”) o nell’incapacità del sistema scolastico di interpretare i repentini cambiamenti socio-politico-economici è insufficiente. Io credo, più semplicemente, che a partire dalla metà degli anni Ottanta in Italia non ci sia stata più nessuna politica scolastica degna di questo nome, nessuna visione a lungo termine, la scuola è scomparsa dall’agenda politica, senza progetto condiviso e lungimirante il sistema scolastico si è ridotto a subire il potere del governo di turno.

Con la morte di Tullio De Mauro, l’Italia perde un grande intellettuale impegnato per la valorizzazione sociale e politica della lingua. Perché è importante diffondere la sua lezione nella scuola italiana del presente e del futuro?

Oggi più che mai è utile riprendere la lezione di De Mauro. I dati Ocse sulla scuola italiana purtroppo non sono lusinghieri e la battaglia contro l’analfabetismo (di partenza e di ritorno) dovrebbe essere condotta da tutti gli operatori della scuola, la lingua rimane non solo lo strumento principale attraverso cui i parlanti comunicano ma è anche, e questa è la lezione di De Mauro, formazione umana e storica, non ci può essere quindi autentica istruzione e formazione se si prescinde dal linguaggio così come lo intendeva De Mauro. Oltre agli studi specialistici, De Mauro ha tenuto vivo l’allarme civile sull’alfabetizzazione, instancabile il suo prodigarsi in questo senso, e questa è l’altra grande lezione che dobbiamo tutti raccogliere, ma non con le semplici affermazioni di principio, piuttosto con un’attività quotidiana di azione sul campo, quindi in classe principalmente e parallelamente in rete, dove ormai “il trasmesso” (così lo definiscono i linguisti), ha assunto dimensioni ciclopiche. Magari riprendendo in mano la “Guida all’uso delle parole” che De Mauro pubblicò nel lontano 1980, ma ancora attualissima. A proposito di lingua bisognerebbe anche considerare in questo contesto l’uso del dialetto che in alcune realtà scolastiche è molto diffuso, ma in questo caso l’adolescente utilizza il dialetto da una parte come marcatore dell’autonomia, della differenziazione, della solidarietà tra pari che rafforza l’unità del gruppo contro la parola e l’autorità degli insegnanti e dall’altra come simbolo di una appartenenza all’ambiente che si conosce e si può controllare, il dialetto è un codice ambivalente. Districarsi in questa rete richiede attenzione e delicatezza, a nulla serve, a parer mio, il paternalismo populista dell’insegnante che abbonda nell’uso del dialetto. Non bisogna dimenticare che l’insegnamento linguistico è prima di tutto dialogo, e nel dialogo viene prima di tutto l’ascolto: altrimenti è vero quello che dicono i ragazzi, che usiamo le parole per aver sempre ragione noi.

Per Giacomo Stella, il cambiamento della scuola passa per una nuova didattica destinata a trasformare la classe in una comunità di discussione nella quale si ricerca collettivamente il sapere. Basta questo per cambiare la scuola?

Credo che una nuova didattica sia importante e centrale per determinare il cambiamento della scuola, ma non da sola sufficiente. Tuttavia, negli ultimi decenni, il contributo utilissimo della psicologia, pedagogia e delle scienze dell’educazione è stato raccolto dalla scuola in modo disordinato e quindi il corpo docente (che ha un’età anagrafica tra le più alte d’Europa), a volte piuttosto resistente, si è mosso sulla base di uno spontaneismo che ha prodotto risultati a macchia di leopardo. Con questo non voglio dire che la didattica deve essere imposta, lungi da me, mi auguro che la scuola resti un luogo libero, ma che per ottenere risultati era ed è necessario investire in formazione seria, autentica e questa avrebbe richiesto un importante investimento pubblico che non c’è mai stato. La formazione a cui mi riferisco non è il mercato dei corsi, che negli ultimi tempi sembra prosperare, dove con 4/8 ore di presenza/assenza (FAD) si conclude un’esperienza formativa (questa forse è informazione…), ma quella ben articolata e strutturata, possibilmente universitaria o gestita dagli uffici del ministero (USR, UST) che però ha dei costi di gran lunga superiori al bonus di 500 euro introdotto dalla legge 107.

Qual è oggi il ruolo della scuola in un contesto di disagio e di privazione sociale, economica e culturale? Insomma, per riprendere un’espressione di Tullio De Mauro, perché non è la stessa cosa insegnare in un liceo classico del centro di Roma o farlo in una scuola media dello Zen di Palermo?

La scuola, con tutte le sue problematicità, resta un baluardo nei confronti del tempo triste che viviamo. Nonostante l’assenza di vere politiche dell’educazione, la scuola rimane un luogo di formazione ed è la vera spina dorsale del paese. Il sistema scolastico dovrebbe essere motore del cambiamento, possibilità di riscatto sociale, luogo di cultura e dove il confronto, l’ascolto e il dialogo siano autenticamente esercitati. A parer mio negli ultimi decenni la scuola è progressivamente diventata specchio della società, ne ha assorbito i mutamenti piuttosto che promuoverli e ha cercato disperatamente di restare al passo, a volte mancando anche questo obiettivo. Tuttavia, per invertire questa tendenza sono necessari due elementi: visione e investimenti. Tullio De Mauro aveva ben chiara la eterogeneità del sistema scolastico, credo che si possa affermare che l’universo del liceo e quello delle scuole professionali sono talmente diversi che richiederebbero anche una diversa attenzione progettuale, forse pensando anche ad una formazione specifica per chi insegna in istituti dove la sfida educativa e formativa richiede una cassetta degli attrezzi adeguata al contesto in cui si opera.

Secondo lo psicanalista Massimo Recalcati, l’insegnamento ha bisogno di “un’erotica” che possa trasformare in positivo la relazione docente/allievo. Quindi, gli insegnanti devono ritrovare la passione per il loro mestiere?

Prima ancora della passione è necessaria la vocazione per questo mestiere, se c’è vocazione allora la passione è insita. Insegnare credo che sia una splendida attività e per fortuna ci sono tanti docenti che lo fanno con uno spirito di servizio encomiabile. Quello che sostiene Recalcati è verissimo e ha radici molto lontane, penso a Socrate o anche alla figura di Gesù. Un autentico apprendimento non può prescindere da una relazione educativa in cui chi guida o media la conoscenza deve certamente esercitare un forza attrattiva o seducente. Tuttavia, il tempo che viviamo ha introdotto nei confronti dei nostri ragazzi molteplici falsi miti che esercitano un’attrazione a volte ben più forte di quella che può essere messa in campo da un insegnante, penso alla tecnologia (senza nessuna demonizzazione), ad una forma di crescente narcisismo, alla seduzione che esercitano le scommesse di gioco, al ricorso alle droghe e l’elenco potrebbe continuare. La sfida vera dunque consiste nell’essere in grado di intercettare gli interessi, di suscitare una motivazione intrinseca, ma il punto sta nel “come” fare questo. Come suscitare interesse e motivazione soprattutto in contesti scolastici in cui le problematicità sono diverse da quelle di un liceo? Ci vuole passione per il proprio lavoro e alta professionalità (la formazione è indispensabile), se voglio insegnare bene la filosofia a Matteo devo amare Matteo, devo amare la filosofia e devo amare la classe, nessuno escluso.

Il governo Gentiloni sembra intenzionato a modificare la legge 107/2015 definita della “buona scuola”. Cosa c’è che non va in questa riforma?

Se guardiamo gli ultimi venti anni e contiamo i governi che si sono succeduti, i ministri dell’istruzione e le riforme ne esce fuori un quadro desolante, fatte salve alcune eccezioni tra cui quella di De Mauro. La scuola è stata ostaggio del riformismo di bandiera piuttosto che di una visione pluriennale. Non credo che un governo nato per gestire una transizione possa fare molto, se non limitarsi ad un ritocco di qualcosa sulla spinta di alcune critiche pertinenti diffuse sulla legge 107. Non mi piace chiamarla “Buona scuola”, gli effetti sul fatto che la riforma sia più o meno efficace, dunque buona, si vedranno nel tempo e quindi definirla buona è solo un artificio retorico e demagogico che potrà essere secondario, ma che in realtà nasconde un modo di fare politica. Sono diversi gli aspetti che non convincono di questa riforma, ma in primo luogo citerei alcuni nodi, a mio parere importanti, che sono dimenticati: non vi è nessuno strumento reale di lotta alla dispersione scolastica, non è stata affrontata la riforma dei cicli, poteva essere la volta buona per l’innalzamento dell’obbligo a 18 anni e non c’è un intervento organico sull’istruzione permanente. Questo è quello che non c’è, ma molto di quello che c’è manca di una visione che mette al centro la scuola pubblica. La valutazione del merito dei docenti affidata ad un comitato di valutazione composto da dirigente, docenti, genitori e alunni; la chiamata diretta dei docenti da parte dei presidi, non credo introduca elementi di miglioramento dell’organizzazione scolastica anzi; era meglio lasciare l’assunzione dei docenti fuori dalla riforma, pensare ad un piano pluriennale di svuotamento delle graduatorie ad esaurimento e far avvicinare il più possibile in questo modo la richiesta nazionale di docenti con l’effettiva disponibilità, infatti ad oggi la cosiddetta “supplentite” non è stata per nulla debellata; questo avrebbe anche impedito di ricorrere ad un piano di mobilità straordinaria che come si vede è stato ampiamente ridiscusso. Lodevole invece rendere la formazione obbligatoria, ma il bonus doveva essere destinato solo alla formazione di alto livello e non all’acquisto di hardware e software e via discorrendo. In ultima analisi si poteva fare molto meglio, la fretta è sempre cattiva consigliera.

Intervista a cura di Rocco Gumina

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