Salvo per miracolo dalla furia omicida. Condannato minore per tentato omicidio

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Nel primo pomeriggio di oggi il Tribunale Minorenni di Caltanissetta ha condannato, ad anni otto di reclusione, Emanuele Nocera, classe ’90 di Gela, per il tentato omicidio aggravato in concorso commesso ai danni del cameriere di un bar presso la stazione, Giovanni Di Gabriele.

L’imputato, difeso dall’Avvocato Salvatore Macrì, del Foro di Gela, ai tempi del tentato omicidio era minorenne.

I fatti risalgono al 30 settembre 2007 e vedono come coimputati maggiorenni Salvatore Gensabella, condannato in primo grado a 13 anni di reclusione (sentenza definitiva ridotta in appello ad otto anni e mezzo) e Giovanni Simone Alario, condannato dal Tribunale di Gela ad 4 anni e 10 mesi di reclusione con sentenza definitiva.

Oggi, il Pubblico Ministero, Simona Filoni, dopo avere esaminato Alario, coimputato obbligato a deporre e dunque ascoltato come testimone assistito, dopo aver fatto emergere le numerosissime contraddizioni della testimonianza (tanto da avere indotto lo stesso Alario a tenere una condotta irriverente e reticente nei confronti della Corte, del P.M., ha concluso una articolata requisitoria, all’esito della quale l’imputato è stato condannato alla pena richiesta dalla accusa, otto anni di reclusione, per i delitti di tentato omicidio aggravato in concorso e sequestro di persona, mentre, per il delitto di rapina, la stessa Pubblica Accusa aveva chiesto l’assoluzione.

Il P.M., infatti, ha sostenuto che i tre non volessero rapinare Di Gabriele ma in realtà, volessero eliminarlo con una “bella lezione”, giacchè , come ribadito da Alario in aula, si sentivano “feriti nell’onore”. Quel cameriere, con il quale avevano già discusso, aveva “osato” negare loro la consumazione prima di pagare, offendendoli nell’onore, lasciando intendere che non volessero pagare.Tribunale minori - esterno

Da qui l’idea della vendetta, dopo avere attirato l’uomo in trappola, costretto a dare un passaggio in auto a uno di loro e, dopo avergli sbarrato la strada, con un coltello puntato, costringerlo ad andare fino al cimitero di Gela.

Il delitto è stato ordito per vendetta nei confronti del cameriere del bar, responsabile di avere fatto il suo dovere, ovvero chiedere ai tre banditi, quel pomeriggio del 30 settembre 2007, di fare lo scontrino prima della consumazione. Del resto  i tre imputati erano soliti estorcere consumazioni gratuitamente al barista utilizzando la prepotenza e la loro caratura criminale.

Dopo il diniego da parte della vittima, hanno deciso di seguirlo al termine del turno di lavoro, mettendosi all’inseguimento, a bordo della Fiat 500 di Alario, condotta dall’allora minorenne Emanuele Nocera.

Prima hanno tagliato la strada alla vittima, poi lo hanno costretto a percorrere la strada che porta al cimitero di Gela in contrada Farello. Lì hanno iniziato ad accoltellare il povero cameriere, colpendolo con almeno nove fendenti. Coltellate inferte con un grosso coltello, prima di trascinarlo fuori dalla macchina e continuare a colpirlo con calci, pugni e con delle grosse pietre, mettendo in grave pericolo la sua vita, non lesinando colpi alla carotide e ala giugulare e sfondandogli il cranio, come dimostrato dalla perizia medica che ha riscontrato la lesione della regione frontale destra, causata da un colpo tanto forte da rompere l’osso cranico. I periti hanno confermato l’idoneità della azione delittuosa a provocare la morte della vittima.

Stando a quanto detto da Alario, era stato proprio Nocera ad insistere con gli altri complici, affinchè “lo finissero” a quel cameriere ( “forza ammazziamolo, lo dobbiamo uccidere, lo dobbiamo ammazzare”), tanto da accertarsi che fosse morto prima di risalire in auto e scappare, credendo che in effetti fosse già deceduto. Dopo un’interminabile scarica di colpi inferti con calci, pugni, pietre e coltellate, durata una buona mezz’ora, il commando decise di scappare soltanto per un imprevisto, un’auto che sopraggiungeva nella zona a fari accesi.

“Non vi è mai stata desistenza, anzi, c’è stata piena coscienza e volontà di tutti e tre gli imputati di provocare la morte del cameriere, evento non verificatosi solo per il sopraggiungere di un’auto e per il soccorso che veniva prestato alla vittima”, ha puntualizzato il PM Filoni.

“La vittima si è quindi salvata non già per la volontà dei tre responsabili dell’efferato crimine di fermarsi un’attimo prima, ma perchè il sopraggiungere di un’auto, li mise in allarme, pur nella convinzione di avere comunque ucciso Di Gabriele”.

Il povero uomo, ridotto ad una maschera di sangue, venne soccorso da un poliziotto del Commissariato di Gela che in quel momento stava transitando in quella zona e che per sua fortuna gli prestò i primi soccorsi.

“Il processo è stato lungo e laborioso – spiega il Pubblico Ministero Simona Filoni – anche perchè la vittima aveva riconosciuto sin da subito Alario Giuseppe Simone, come colui che era salito sulla sua macchina costringendolo ad andare verso il cimitero, pertanto aveva potuto guardarlo in faccia, mentre non aveva potuto riconoscere, a causa del buio, gli altri due complici nell’auto che seguiva, una fiat punto. In sede dibattimentale sono stati escussi i poliziotti del Commissariato di gela, il medico legale e la persona offesa, le cui dichiarazioni sono state sempre chiare, lineari, logiche, coerenti, così come riscontrate dalla Polizia e dalla Procura durante le indagini, nonchè effettuate tutte le produzioni documentali ritenuti utili ai fini della decisione”.

Simone Alario, coimputato e condannato per lo stesso reato, sebbene in un primo momento avesse chiamato in causa Gensabella e l’allora minorenne Emanuele Nocera, imputato nel processo conclusosi oggi al Tribunale minorile, ha poi ritrattato (senza essere creduto), non solo nel processo svoltosi innanzi al Tribunale di Gela ma anche in data odierna, salvo poi cadere in mille contraddizioni e trincerarsi in SILENZI inequivocabili, non sapendo rispondere alle domande del P.M., Simona Filoni.

Per Alario il P.M., Filoni, ha chiesto ed ottenuto la trasmissione delle dichiarazioni rese in data odierna alla Procura della Repubblica di Caltanissetta, per tutti i reati ravvisabili commessi dal teste in aula.

“La sentenza di oggi – conclude la dottoressa Filoni – pone la parola fine ad una terribile sequenza di violenza, generata dalla scelleratezza umana, che poteva portare a conseguenze ancora più gravi di quelle concretizzatesi, quali la morte del povero dipendente, reo soltanto di aver fatto il suo dovere”.

“Tanto si comunica per dovere di giustizia e di verità, quella verità in cui tutti i cittadini devono continuare a credere, riponendo fiducia nelle Istituzioni, con la solida certezza che la giustizia, QUELLA VERA (anche se, a volte, dopo molto tempo ed a fatica), alla fine trionfa”.

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