Referendum del 4 dicembre: un’occasione di democrazia

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Il referendum del prossimo 4 dicembre è un importante appuntamento per gli italiani chiamati a pronunciarsi su un rilevante cambiamento della forma di governo del Paese. L’oggetto del quesito referendario prevede una riforma costituzionale che da nessuno – presidente del Consiglio, singoli cittadini, forze politiche e sindacali, associazioni laiche o confessionali – può essere ridotto al semplice sostegno o alla totale disapprovazione verso l’attuale governo presieduto da Matteo Renzi. Riflettere su tale distinzione potrebbe risultare abbastanza utile sia in vista del voto sia per discernere criticamente la grande mole di notizie e di informazioni, troppo spesso superficiali e demagogiche, sul quesito referendario.

Prima di elencare le novità costituzionali da ammettere o negare con il voto del referendum, va ricordato che per diversi giuristi il testo della riforma non è ottimo ma, in democrazia, le leggi sono formulate dal parlamento dove siedono, oltre ai saggi, anche coloro che durante i lavori parlamentari hanno largamente rivisto, e per molti peggiorato, il testo presentato dal governo Renzi. Inoltre, sarà pure vero quanto affermato da De Mita a Renzi – in un recente dibattito televisivo sul referendum – che le riforme costituzionali dovrebbero essere discusse nel modo più condiviso, approfondito e sereno possibile ma è altrettanto veritiero che urge una riforma per uscire dalla degenerazione istituzionale e politica dell’attuale sistema italiano. Infatti, da più di trent’anni si attende un rinnovamento della II parte della nostra Costituzione ma nessun governo è riuscito nel tentativo.

In un primo momento, il progetto politico della riforma si poggiava sull’accordo del 2014 fra Partito Democratico e Popolo della Libertà, meglio conosciuto come “patto del Nazareno”, che oltre alla revisione costituzionale mirava alla formulazione di una nuova legge elettorale in sostituzione del “Porcellum” nel frattempo giudicato parzialmente incostituzionale. Nell’aprile dello stesso anno il governo presieduto da Renzi avanzava in parlamento una proposta di riforma costituzionale contenente due grosse questioni: il superamento del bicameralismo paritario e la revisione del Titolo V della Costituzione.

Il bicameralismo del sistema istituzionale del nostro Paese, oltre ad essere l’unico caso nel panorama internazionale, è frutto della mediazione fra le grandi forze politiche che nel dopoguerra italiano scrissero la carta fondamentale. L’intento dei costituenti era legato da un lato al desiderio di generare delle garanzie contro la dittatura della maggioranza dall’altro dalla possibilità di garantire una maggiore qualità legislativa tramite la verifica e l’approvazione sia dei deputati sia dei senatori. Con il passare dei decenni, il bicameralismo paritario ha certificato l’impossibilità da parte dei governi di ottenere in modo certo e duraturo, anche per via delle diverse leggi elettorali per accedere alle due Camere, una maggioranza stabile sia alla Camera sia al Senato.

Nella riforma oggetto del referendum, il Senato diventa definitivamente la sede istituzionale per rappresentare le istanze dei territori attraverso novantacinque senatori eletti dai consigli regionali e provinciali che avranno un mandato legato alla carica di consigliere dell’istituzione locale. Di conseguenza, il Senato rinnoverà in modo periodico e continuo i suoi membri. I compiti del nuovo Senato saranno quelli di tessere legami fra lo Stato centrale e gli enti periferici ma anche fra le istituzioni locali e l’Unione Europea. La riforma, oltre a ciò, prevede: maggiori garanzie democratiche per l’iniziativa legislativa degli elettori e per l’istituto referendario abrogativo; limitazione della decretazione d’urgenza ed elezione del capo dello Stato con un quorum superiore a quello attuale.

Al di là dei personali e legittimi convincimenti sulla scelta affermativa o negativa circa il quesito referendario, il referendum sulla riforma costituzionale del prossimo 4 dicembre si configura come un’autentica e significativa occasione di possibilità democratica per il popolo italiano. L’argomento in questione, difatti, nevralgico per la vitalità istituzionale del nostro Paese, dovrebbe spingere i cittadini alla ricerca di informazioni e di approfondimenti in vista di una scelta importante per il nostro futuro. Dunque, la revisione costituzionale proposta dal governo Renzi – sia essa approvata o abrogata – potrebbe risultare un’utile occasione per registrare la tensione democratica del nostro popolo.

Il superamento della crisi in atto nelle democrazie occidentali – le quali, come dimostra la campagna elettorale sul referendum, sono sempre più avviate verso una deriva video-cratica, parolaia e plebiscitaria –richiede un innalzamento del livello di cittadinanza tramite il senso critico, la partecipazione, l’apertura dialogica dinanzi alla complessità del nostro tempo. La scelta consapevole per l’approvazione o l’abrogazione della riforma costituzionale, scevra dall’immediato interesse politico a sostegno di questa o quella forza governativa o d’opposizione, testimonierebbe il desiderio di democraticità del nostro tessuto sociale e politico.

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