A rispondere alle domande nell’intervista di questa settimana è Leandro Janni, Presidente regionale di Italia Nostra, associazione di salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali.

Fondata negli anni Cinquanta, l’associazione “Italia Nostra” nasce per sostenere la salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali. Nello specifico, quali sono le vostre finalità associative?

Italia Nostra è un’associazione nazionale di salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali. Nata a Roma nel 1955 e riconosciuta con decreto presidenziale nel 1958, è una delle più antiche associazioni culturali e ambientaliste del Paese. Italia Nostra fu fondata inizialmente per una campagna settoriale e territorialmente limitata contro lo sventramento di un isolato nel centro storico di Roma, ma presto allargò il suo campo di attività a tutto il territorio nazionale allo scopo di “proteggere i beni culturali e ambientali”. I beni culturali, l’evoluzione naturale e storica, i centri storici, la pianificazione urbanistica e territoriale, i parchi nazionali, l’ambiente, la questione energetica, il modello di sviluppo del Paese, la viabilità e i trasporti, l’agricoltura, il mare, le coste, le isole, i musei, le biblioteche, gli archivi storici: questi sono alcuni dei capitoli più importanti dell’attività capillare di Italia Nostra, spesso sostenuta da una ricerca approfondita e documentata da una vasta pubblicistica che oggi costituisce patrimonio unico e insostituibile a disposizione del Paese. Dal primo nucleo romano, l’Associazione è cresciuta fino ad arrivare a più di 200 sezioni sparse su tutto il territorio nazionale e 20 consigli regionali – tra cui il Consiglio regionale Sicilia che ho l’onore di dirigere da circa 15 anni. L’Associazione, inoltre, è condotta, a livello nazionale, da un Presidente (responsabile legale dell’Associazione) e da un Consiglio direttivo. Tra le imprese di Italia Nostra meritano di essere ricordate, l’istituzione del Parco dell’Appia Antica a Roma e del Parco del Delta del Po, il Parco nazionale dell’Isola di Pantelleria, il recupero delle Mura di Ferrara, la legge nazionale n. 394 sulle Aree naturali protette insieme alle legge regionale n. 98 del 1981, l’operazione Nettuno per le coste italiane. Tra le battaglie più significative quelle per la salvaguardia di Agrigento, di Paestum, delle mura di Ferrara, delle Ville Venete e dei Colli Euganei, della Costa Smeralda, delle Pinete di Migliarino e di Ravenna. Il movimento di opinione che si riconosce in Italia Nostra ha partecipato alle campagne di protesta contro alcune iniziative ritenute dannose per l’ambiente e il patrimonio storico: fra queste ricordiamo le lotte contro il ricorso alla produzione di energia nucleare, contro l’Expo a Venezia e contro le Olimpiadi a Roma. Sin dagli anni Settanta Italia Nostra ha promosso la ricerca nei campi della didattica e della formazione per promuovere l’Educazione ambientale e ha intessuto rapporti internazionali con la fondazione di “Europa Nostra” – federazione di 220 associazioni europee – e la partecipazione al BEE (Bureau Europeen de l’Environnement). Italia Nostra pubblica un mensile e opere di saggistica e ha un sito internet: www.italianostra.org. Italia Nostra vuole impegnarsi, con i soci, in attività di servizio, non solo stimolando la “memoria” e la tutela, ma promuovendo, anche attraverso i nuovi strumenti della comunicazione, la conoscenza e la fruizione dei beni culturali. I limiti della nostra azione sono dovuti soprattutto al rumore mediatico che caratterizza la nostra società. In tale contesto non è facile farsi ascoltare dai cittadini in modo chiaro, netto: troppe, infatti, sono le ingerenze, i messaggi ambigui e contraddittori che vengono dl mondo politico e dai mass media. Mario Fazio ha scritto: “La speranza insopprimibile di una società più giusta e di città più sostenibili (umanamente quanto ecologicamente) non richiede rivoluzioni, ma la crescita della dignità e della consapevolezza dei cittadini, del loro coraggio critico e propositivo”.

Siete attivi sul territorio siciliano e nisseno tramite progetti volti alla promozione culturale della nostra comunità. Potresti presentare le vostre attività più significative?

Il nostro compito non si esaurisce nel salvare dall’abbandono e dal degrado monumenti antichi, bellezze naturali o opere dell’ingegno: Italia Nostra persegue un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla valorizzazione dell’inestimabile patrimonio culturale e naturale, capace di fornire risposte in termini di qualità del vivere e di occupazione. Noi agiamo attraverso l’educazione e la formazione nelle scuole, attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, attraverso studi e progetti. Attraverso esposti, denunce, petizioni, ricorsi. In Sicilia non posso non evidenziare la battaglia contro il Muos di Niscemi, l’impegno per limitare, contenere gli incendi boschivi e il dissesto idrogeologico, la battaglia contro le trivellazioni petrolifere nel Canale di Sicilia e le nostre proposte affinché venga dichiarato Patrimonio dell’Umanità e Riserva della biosfera. Si tratta – diciamolo – dello spazio di mare più ricco di storia di tutto il Mediterraneo. Ricordo anche la campagna contro l’abusivismo e il degrado nella Valle dei Templi di Agrigento e in tante altre realtà dell’Isola. Le proposte per un piano funzionale per la gestione dei cosiddetti “rifiuti” insieme alle battaglie contro le discariche e i mega-inceneritori. E poi, la legge su Ragusa Ibla, le battaglie contro le devastazioni ambientali derivanti dai mega impianti petrolchimici di Gela, Priolo, Augusta e Milazzo. Il riconoscimento dell’itinerario Arabo Normanno Patrimonio Mondiale dell’Umanità, inserito di diritto nella World Heritage List, ma anche altri riconoscimenti Unesco nell’Isola come Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica, le Isole Eolie, l’Etna. Le battaglie per la tutela e valorizzazione del Castello di Mussomeli e la Rocca di San Paolino a Sutera. L’impegno per il restauro e il recupero del centro storico di Caltanissetta e del patrimonio minerario della Sicilia centro-meridionale. L’impegno per l’istituzione e la gestione della Riserva Monte Capodarso e Valle dell’Imera Meridionale. Lo studio, i progetti e le manifestazioni per la valorizzazione dei siti archeologici della Sicilia centrale. Il contributo e il sostegno a favore dei Piani paesaggistici siciliani (chi scrive è componente dell’Osservatorio regionale per la qualità del Paesaggio). Un impegno costante, faticoso, appassionante, di grande responsabilità. Un impegno condiviso con le 15 sezioni siciliane di Italia Nostra e diversi presidi territoriali. A breve sarà ricostituita la Sezione di Agrigento e nascerà la sezione ValPlatani.  Abbiamo risorse uniche, davvero straordinarie. Il paesaggio, in Italia, in Sicilia, è il frutto di un’azione antropica sapiente su una natura generosa, meravigliosa. Un’azione che è durata parecchi secoli e che ha prodotto il cosiddetto “Belpaese”. Di certo le attuali politiche di deregulation, di smantellamento del sistema delle tutele rischiano di compromettere, se non di cancellare per sempre questo nostro patrimonio. In fatto di cibo, di qualità della cucina, poi, siamo probabilmente i primi al mondo. La dieta Mediterranea è Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Sta a noi tutelare la speciale ricchezza che viene dalla millenaria cultura agricola e alimentare italiana. Sta a noi valorizzare, far conoscere i luoghi anche attraverso le diverse e molteplici tradizioni gastronomiche. Da questo punto di vista il Paese e la nostra Sicilia hanno fatto passi davvero importanti negli ultimi anni, ma possono ancora crescere moltissimo. Noi ne siamo convinti.

Nei prossimi anni, quali caratteristiche assumerà l’impegno di Italia Nostra?

L’impegno che ci ha sempre contraddistinto. Della nostra Sicilia dobbiamo conoscere, tutelare, valorizzare la sua eccezionale, molteplice identità attraverso un’autentica cultura della programmazione, progettazione, innovazione. Per gli anni che verranno, noi ci auguriamo vivamente che l’Isola possa essere governata da una classe dirigente nuova, preparata e consapevole, capace di coniugare identità e futuro, conservazione e innovazione. Memoria e dimenticanza. Come sappiamo Leonardo Sciascia ha scritto: “I siciliani si dividono in due grandi categorie. I siciliani di scoglio e i siciliani di mare aperto. Il siciliano di scoglio è quello che riesce ad allontanarsi fino al più vicino scoglio. Il siciliano di mare aperto invece prende il largo e se ne va”. La Sicilia è una grande isola circondata dal mare, un luogo con una fortissima identità storica e geografica. Questo ha sicuramente inciso sull’immaginario collettivo del popolo siciliano, sulla sua antropologia. Di certo pesano sui siciliani le parole del principe Fabrizio Salina, ma io credo fortemente nell’evoluzione sociale e culturale dei popoli. E d’altronde, in questi ultimi decenni è cambiato quasi tutto. Il mare, comunque, è e resta uno spazio, un orizzonte di libertà e di possibilità. Malgrado tutto, potremmo dire – considerato quanto successo di recente nel Mediterraneo. Allargando lo sguardo, e magari facendo riferimento alle parole di Papa Francesco sulla “comune casa”, potremmo dire che oggi viviamo un fatto nuovo della storia: un mondo interdipendente. La sfida è che tutto questo divenga un’immensa occasione di vita in comunione. La via obbligata è trasformare il “fatto” in “evento”. Un evento interiore tanto ricco di verità e bellezza da essere assunto come opzione fondamentale; come “valore dei valori”, come fonte ispiratrice del senso della nostra vita umana, come criterio per scelte di conversione, di riorganizzazione dell’economia, della politica, delle culture in dialogo. Il genere umano deve scoprire un fuoco interiore per potersi misurare con le sfide del nostro tempo. Per poterle affrontare – e non solo enunciarle come imperativi – deve appassionarsi alla vita in senso globale, integrale. La sua volontà deve sentirsi attratta e smossa da un bene superiore e interiore. Solo così le sfide si trasformano in un appuntamento: sicuramente impegnativo, ma appassionante e desiderabile. Solo così le sfide ci appaiono funzionali a una promessa di vita e di felicità, e non obbligo, vincolo pesante da evitare ad ogni costo. E una sfida fondamentale è la spiritualità come sorgente di senso, come forza che orienta una prassi di vita. Dobbiamo acquisire la consapevolezza che possiamo porre fine alla “relazione violenta” persona-natura. Possiamo e dobbiamo chiudere un ciclo di relazione polemica e aggressiva con la “comune casa”, trattata come oggetto infinitamente manipolabile. Occorre criticare, mettere in dubbio la concezione dominante di “razionalità”. Essa si sta affermando nel mondo occidentale, si sta diffondendo in tutta la Terra. E distrugge altre concezioni della vita. Per giungere ad una spiritualità ecologica, il passaggio obbligato è decolonizzare la “mentalità calcolante”. Essa vede solo quantità, conteggi, combinazioni. Possibilità e opportunità in prospettiva di utili, di interessi, di potere economico e politico. E sta rendendo impossibile la vita stessa. Il mondo in cui viviamo ce lo dice: notte e giorno, per 365 giorni all’anno. Per rispondere alle sfide globali del nostro tempo non basta l’ecologia: serve una svolta sapienziale e simbolica. Occorre una spiritualità, una spiritualità ecologica. Per una “relazione pacifica” dell’essere umano con l’intera realtà naturale. Con il cosmo. Con la nostra “comune casa”.

Dal vostro peculiare osservatorio si può notare come Caltanissetta sia una città ricca tanto di risorse positive operanti in vari settori quanto di emergenze più o meno conosciute dalla comunità. Secondo te, la politica locale su quali temi dovrebbe concentrare maggiormente la sua attenzione?

La storia di Caltanissetta è lunga e complessa: indigeni, greci, romani, bizantini, arabi, normanni, aragonesi, catalani, borboni si sono succeduti nel cuore dell’Isola, lasciando testimonianze architettoniche e urbanistiche significative, ancora leggibili. Gli anni successivi all’unificazione d’Italia furono caratterizzati da una certa prosperità economica. Anni legati all’intensa attività estrattiva nelle miniere di zolfo. La città cresce e, tra Ottocento e Novecento, realizza gli edifici più importanti, ridefinisce la propria struttura amministrativa e urbanistica, accoglie nuovi abitanti. Dagli anni Sessanta in poi, Caltanissetta si espande inesorabilmente, a macchia d’olio, sul territorio circostante, determinando di fatto l’abbandono degli antichi quartieri del suo centro storico. Oggi la situazione è grave, gravissima. Il patrimonio storico-abitativo è in disfacimento. Crolli, cedimenti si verificano sempre più spesso. Nessuna amministrazione, tra quelle succedutesi dagli anni Sessanta ad oggi, è stata in grado di elaborare e portare a compimento un progetto organico di recupero del centro storico. Una responsabilità pesante. Nella Caltanissetta contemporanea lo spazio viene utilizzato in termini economici di efficienza e profitto, secondo una prassi urbanistica decisionale, espressione di un nomos, di un sapere/potere, che opera per conto di interessi sostanzialmente speculativi. Il territorio, lo spazio delle nostra città, delle nostre campagne è oggi fortemente caratterizzato da un’edilizia senza forma e senza qualità, che ha quasi cancellato i luoghi originari, realizzando metri cubi su metro quadro di anonime, indifferenti costruzioni. Una sorta di scacchiera confusa, dispersa e indefinita; non pensata, non immaginata. Un inevitabile, pervasivo “dappertutto”. Eppure, in questo nuovo paesaggio, noi viviamo quotidianamente – in un certo senso – come radicati nell’ assenza di luogo, come stranieri. Tanti sogni vivono dentro, percorrono (ancora) questa città. E d’altronde è una città, Caltanissetta, abitata da sessantamila anime vive. Di certo, in questa città, non ci sono “piani”. Manca il nuovo Piano regolatore generale, manca un Piano per il centro storico, manca un Piano per il verde cittadino (aiuole, parchi e giardini), manca il “PUT” – Piano urbano del traffico (l’assessore e l’ufficio competente comunque ci sono). Da più di tre d’anni esiste (nientemeno!) un Piano paesaggistico, ma è come se non ci fosse: la città non ne ha consapevolezza. E il cosiddetto “Piano strategico”, che fine ha fatto? E il Piano urbano del commercio? E un Piano di area vasta per la Sicilia centrale? Insomma: mancano i piani e ovviamente, inevitabilmente, inesorabilmente manca una autentica, fondamentale “programmazione”, della città e del suo territorio. Non si tratta certo di sciocchezze, di bazzecole. Di nissene elucubrazioni filosofiche. Affatto. Si tratta di cultura urbana e territoriale, di economia, di sociologia, di antropologia. Si tratta di cultura politica e istituzionale. Di sviluppo. Di progresso. E i risultati si vedono: malgrado diversi e ripetuti tentativi di suggestiva “narrazione” politico-amministrativa, tutto è incerto, indefinito, debole. Confuso. Prevale un senso di precarietà, di povertà; di mancanza di prospettiva. Ad ogni modo, di “progetti” ancora se ne fanno: prima erano progetti di edilizia o di urbanistica, adesso sono progetti di “architettura moderna e contemporanea” (vedi il progetto della “Grande Piazza”). Però, anche qui i risultati sono piuttosto deludenti. Se non scoraggianti. E i costi pubblici sono rilevantissimi. Insomma, i sogni ci sono e vanno benissimo, ma poi devono diventare progetti e i progetti devono necessariamente conformarsi ad un piano, ad una strategia. Ad una visione di città. Di territorio. Secondo una visione organica, “olistica” – direi. E, tutto questo, deve essere compreso, assimilato e condiviso dai cittadini. Emblematico, a tal riguardo – in negativo – l’iter di “Agenda urbana”, caratterizzato dalla consueta, ostinata opacità di gestione dei fondi e del progetto, da parte dell’Amministrazione comunale. E invece tutti dovrebbero concorrere, ciascuno secondo il proprio ruolo e le proprie possibilità, alla edificazione di questo grande “piano-progetto” collettivo che si chiama sviluppo, progresso. Che si chiama “futuro”. E d’altronde, cos’è il futuro? Il futuro è ciò che verrà e sarà ciò che noi saremo in questo processo.

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