Parrocchia di San Giuseppe a Caltanissetta: i Pani e la “Tavolata” per continuare la tradizione.

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Nell’ambito del programma “Museo Diocesano Diffuso” si è tenuto, lunedì 16 marzo, nel salone della Parrocchia di San Giuseppe, l’ultimo dei tre incontri programmati il cui obiettivo era quello di coinvolgere tre Parrocchie del centro Storico.
Don Salvatore ringrazia i relatori ed i presentiTema della serata, “I pani di San Giuseppe nella tradizione siciliana”. Relatori il Vicario Generale del Vescovo Mons. Giuseppe La Placa, l’assessore alla Cultura, prof.ssa Marina Castiglione nelle vesti di docente di linguistica all’Università di Palermo e Pasquale Tornatore responsabile presìdi “Slow Food” della provincia di Caltanissetta. Assente, per motivi familiari, Angelo Amico presidente dell’Associazione “Filiera del Pane Rustico dell’Imera”.
È stato Don Salvatore Lo Vetere, Parroco di San Giuseppe, a prendere subito la parola per ringraziare i relatori e la direttrice del Museo Diocesano, prof.ssa  Francesca Fiandaca  per l’opportunità offertagli.
“Da parte mia e della Comunità di San Giuseppe e della Provvidenza  – ha detto Don Salvatore rivolto agli organizzatori –  siamo contenti che abbiate pensato di realizzare questo incontro e dare un significato a questi Pani nella tradizione di San Giuseppe nella cui ottica giorno 19 sarà organizzata, in questo salone, la tradizionale tavolata cui parteciperanno 60 dei tanti poveri che conosciamo”.
Prendendo la parola, Francesca Fiandaca ha spiegato i motivi per cui è stato deciso di accantonare, per un momento,  i panni di padroni di La prof.ssa Francesca Fiandaca direttrice del Museo Diocesano (2)casa al Museo Diocesano e vestire quelli di ospiti di tre chiese del centro storico. Visibilmente soddisfatta per avere visto “visi nuovi mai visti al Museo Diocesano”, ha ringraziato tutti coloro che collaborano alla riuscita di queste manifestazioni che, a quanto pare, continuano a mietere successi gratificando tutti.
“Mi è stato chiesto – ha detto Mons. La Placa prendendo il microfono – di dire qualcosa sul significato teologico del pane, simbolo dell’Eucarestia. Noi sappiamo che c’è un significato teologico del pane che nasce fondamentalmente dalla presenza del pane nella Sacra Scrittura” .
Una dotta disquisizione tra il mistico ed il teologico, quella di Mons. La Placa, che ha visto un pubblico attento e interessato a dei concetti espressi con la terminologia appropriata ma anche con la semplicità indispensabile,  affinchè le parole pronunciate non assumessero soltanto la connotazione di “belle parole” ma giungessero a destinazione  inducendo alla  riflessione.
Dal punto di vista della spiegazione del “linguaggio dei Pani”, ma anche dell’intrattenimento, a fare la parte del leone è stata Marina Castiglione nei panni non già di Assessore e vice Sindaco, ma quelli di docente di Linguistica.  Piene di colore e di calore le sue espressioni in dialetto che molti, purtroppo,  evitano di parlare probabilmente perché temono che possa essere elemento di “disturbo” del concetto di cultura e di status sociale che gli altri hanno di loro, mentre invece non è così perché certe parole o proverbi hanno un significato soltanto se recitati in dialetto. Un modo di dire, nel catanese,  per esempio,  recita: “unni cci chiovi cci sciddrica” intendendo rappresentare un individuo che prende le cose alla leggera. Immaginate, adesso, di tradurlo in italiano: ridicolo.
Tavolo dei relatoriDopo le parole di Mons. La Placa, Marina Castiglione, dichiarandosi costretta a “scendere sulla terra”, ha parlato del valore che il pane, nella sua materialità, assume nella tradizione popolare siciliana ma anche di come questa materialità diventi anch’essa simbolo e, in qualche modo, spiritualità.
“Il pane è buono da mangiare ed è buono anche per comunicare – ha detto  Marina Castiglione – nel senso che, nella tradizione popolare siciliana, ma non solo, attraverso il pane si costruivano rapporti e relazioni.  Quando il pane si faceva in casa e non si usava il lievito di birra ma si usava “’u criscenti” o “livatina”, succedeva che arrivava la vicina di casa, bussava alla porta e diceva “cchi fa, cummà, nnavi ‘na picca di criscenti?”. E questo criscenti passava di casa in casa, si riproduceva e, in qualche modo tutti quanti, nello stesso quartiere, panificavano con lo stesso criscenti cioè, in realtà, mangiavano tutti lo stesso pane. Allora il pane, attraverso il lievito, costruiva le relazioni del buon vicinato”.
Intervista alla prof.ssa Marina Castiglione docente di Linguistica

Davvero tante e piacevoli, a volte anche esilaranti, le riflessioni e le considerazioni fatte nel suo intervento, durante il quale ha anche mostrato delle immagini di tavolate realizzate a Salemi e parlato di come il pane di San Giuseppe sia tenuto in grandissima considerazione in molti paesi come, per esempio, Leonforte e Niscemi dove, per grazia ricevuta, che poteva essere anche una guarigione, si doveva  mantenere la promessa fatta ad un Santo o alla Madonna o a Dio, che consisteva nel fare il pane per tutto il paese. E se l’autore della promessa, non aveva le possibilità per farlo, intervenivano i compaesani e lo aiutavano sia nella preparazione, sia economicamente.
Concludendo gli interventi della serata, Pasquale Tornatore, responsabile dei presìdi “Slow Food” di Caltanissetta, ha parlato del ritorno alle tradizioni, cosa che si sta cercando di fare anche a Caltanissetta che, in questo momento” rappresenta il fiore all’occhiello in Sicilia per questa attività”.
Ciò in quanto – afferma Tornatore – da qualche mese è partito un progetto che si chiama Filiera del Pane Rustico dell’Imera che I pani di San Giuseppe nelle loro svariate forme e significati (4)valorizza i grani antichi siciliani che, poco alla volta, si stanno ricominciando a coltivare. “Questa riscoperta delle tradizioni – ha concluso Tornatore – ha un grande valore che può servire a riscoprire l’identità di un territorio e farlo rinascere”.
A fine serata una gradita degustazione di ottimi biscottini, chiamati “bastoncini di San Giuseppe”, preparati dalle stesse parrocchiane, ha fatto desiderare a tutti di poter ritornare a mangiare le buone cose del tempo passato.
Tiempe belle ‘e na vota – recita una vecchia canzone napoletana scritta da Aniello Califano dal titolo “Tiempe belle” – …tiempe belle addó’ state? Vuje nce avite lassate… ma pecché nun turnate? Tiempe belle ‘e na vota…
Già, perché non tornate? Chissà, ma è difficile.
 
 
Nota della Redazione: a tutti coloro che volessero scaricare una o più foto pubblicate nell’articolo e/o nella fotogallery, per farne uso pubblico, ricordiamo che la legge impone di citare la fonte e, quindi, nel caso specifico “Radio cl1″
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