Papa Francesco: "alcuni spunti di riflessione e una speranza".

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papa-francescoL’elezione del nuovo Papa è un evento che ha captato ogni attenzione da parte dei media, delle Istituzioni a livello globale, della gente di ogni formazione e stato sociale. D’altronde non poteva essere altrimenti. Infatti, dopo le inaspettate dimissioni da parte di Benedetto XVI tutto il mondo, o quasi, aspettava di conoscere il suo successore.

Chiaramente non è ancora il tempo di fare analisi approfondite su quello che ci si può aspettare o meno dal nuovo pontificato, ma all’indomani della scelta del successore di Pietro pare opportuno riflettere su alcuni gesti ed espressioni di cui è stato subito protagonista Francesco e che potrebbero già far intravedere la cifra qualitativa del suo servizio petrino.

Il nuovo Papa si è presentato all’immensa folla stipata in pizza san Pietro e alla più oceanica moltitudine di uomini e donne che seguiva l’evento tramite i mezzi di comunicazione, come vescovo della città di Roma che presiede nella carità. Egli non ha utilizzato espressioni quali sommo pontefice, capo della chiesa, vicario di Cristo. Ha preferito, invece, far emergere la peculiarità prima del Papa ovvero quella di essere guida della comunità ecclesiale di Roma e pertanto, in quanto essa è da esempio nell’amore per tutte le altre sparse nell’intero globo, posto a servizio per l’unità dell’intero popolo di Dio.

Egli ha chiesto, prima di dare la benedizione apostolica alla gente che lo acclamava, di essere benedetto dalla stessa mediante un momento di preghiera silenziosa e comunionale. Ciò lo ha realizzato inchinandosi di fronte al popolo e con un atteggiamento di profonda umiltà. Questo gesto pare particolarmente significativo. Infatti, non si tratta di un capo semplicemente dato dall’alto, ma anche riconosciuto, apprezzato e benedetto dall’intera chiesa. Tale azione, dunque, ci richiama, seppur profeticamente, a quella chiesa comunionale – gerarchica che è stata annunciata dal Concilio Vaticano II di cui ricordiamo i cinquant’anni dall’apertura dei lavori voluta da Giovanni XXIII.

Nel suo breve discorso ai fedeli, il primo da Papa, ha voluto rimarcare con grande chiarezza il primato assoluto della preghiera per la vita dei credenti che di rigetto apre ad una dimensione di fratellanza mondiale con tutti quanti gli uomini, credenti o meno. Inoltre, ha scelto per sé il nome e la profezia del poverello d’Assisi che forse più di chiunque altro santo ha vissuto e manifestato l’incarnazione prolungata del Cristo, quello che deve continuare ad essere oggi la chiesa. Il nome ci rimanda anche al missionario della compagnia di Gesù, Francesco Saverio, che senza riserve annunziò il vangelo sino “alla fine del mondo”, come la chiesa è chiamata a fare nel nostro tempo.

Da questi brevi spunti di riflessione è allora possibile argomentare una speranza. Quella di una chiesa che nella continuità con la tradizione e nel confronto costante con la Parola di Dio e il mistero del Figlio incarnato, morto e risorto, possa sempre più e sempre meglio cogliere i segni dei tempi. Una chiesa che riesca in maniera più profonda ad annunciare non se stessa ma il Regno di Dio, in un paradigma storico – culturale come il nostro che ha bisogno di misericordia, fiducia, accoglienza e comprensione o scoperta della propria identità. La povertà vera e pertanto più grande di san Francesco non fu lo spogliarsi dei beni il quale rappresentò solo una tappa della sua conversione, ma l’aderire pienamente a Cristo mettendo da parte se stesso. Papa Francesco, a partire dai suoi primi istanti da guida della chiesa universale, mi pare voglia porre al centro del suo ministero di servizio questa dimensione costitutiva del cristianesimo.

Rocco Gumina

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