Operazione "Stragi". La vera verità, i fatti e le opinioni.

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Conferenza Operazione StragiLa Procura di Caltanissetta cerca i fatti, non le opinioni. La ricerca dei fatti, a 20 anni di distanza dalle Stragi, è molto difficile, soprattutto se quei fatti devono diventare prove. La difficoltà è oggettiva sotto il profilo investigativo, ma anche “ambientale” per quanto attiene alle resistenze di un “sistema” contro il raggiungimento di quella verità evidentemente scomoda, visto che per occultarla si sono usati depistaggi, falsi pentiti e forse servizi segreti deviati. Nonostante queste difficoltà, fin dal suo insediamento, dalla sua prima intervista da capo della Procura di Caltanissetta che ha competenza su quelle indagini, il Procuratore Sergio Lari ha messo in chiaro che quella verità l’avrebbe cercata. A circa un anno dal suo insediamento è stato affiancato dal Procuratore Aggiunto Nico Gozzo, un altro magistrato,  insieme al Pool di cui fanno parte Nicolò Marino, Amedeo Bertone, Gabriele Paci e Stefano Luciani, che ha posto come prioritario l’obiettivo di riscrivere la storia giudiziaria della Strage di Via D’Amelio . Un indagine, il nuovo filone su Via D’Amelio, il cui fascicolo era rimasto aperto grazie ad alcuni interrogativi posti dall’allora Gip Giovanbattista Tona nell’emettere la sentenza del processo Borsellino. Con la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza, la DDA di Caltanissetta ha quindi imboccato la strada giusta per riscriverla questa storia. Grazie ai riscontri oggettivi, che pur a distanza di 20 anni, i racconti di Spatuzza hanno consentito di trovare. Un caso da libro giallo è il racconto del pentito di Brancaccio sull’auto rubata, utilizzata come autobomba in via D’Amelio. Spatuzza disse ai magistrati che quell’auto l’aveva rubata lui e non il falso pentito Scarantino, il pusher un po’ trans che si era inventato tutto, finanche il coinvolgimento di un incensurato, Gaetano Murana, tirato in ballo forse perché a lui antipatico in quanto vicino di casa che non lo salutava (evidentemente Murana, alla Guadagna, era a conoscenza delle prodezze di Scarantino). A riprova della genuinità del suo racconto, tra le altre cose, Spatuzza disse ai magistrati: “andate a controllare i freni della 126 (fortunatamente custodita al museo della Polizia Scientifica di Roma), e vedrete che ha i freni nuovi, appena cambiati”. Particolare confermato dagli uomini della Dia, sconosciuto, ovviamente a Scarantino.

Bene siamo quindi alla ricerca della verità. Non è questa la sede per ripercorrere tutte le fasi investigative, in parte riportate nell’ordinanza di custodia cautelare per 4 soggetti finora mai coinvolti nella nuova inchiesta sulle Stragi. Vale la pena dire che a dimostrazione dell’operato senza pregiudizi della Procura di Caltanissetta nell’addentrarsi nei meandri di un’indagine labirintica, il procuratore Lari, indagando su via D’Amelio, aveva inizialmente escluso che potessero emergere novità, ovvero diversità rispetto alla storia giudiziaria ormai passata in giudicato per la Strage di Capaci. Eppure Lari si è ricreduto, ammettendo che anche su Capaci sono emerse nuove verità, potremmo dire “vere verità”, meno dirompenti ma sulla stessa falsa riga di quanto accaduto per via D’Amelio.

Arriviamo ai nostri giorni. La nuova inchiesta, firmata dal procuratore capo, Sergio Lari, dall’aggiunto Gozzo, trasformatasi un un’ordinanza di custodia firmata dal Gip , Alessandra Giunta, per la prima volta attribuisce al disegno stragista le finalità terroristiche eversive. Il Procuratore, in conferenza stampa, spiega che non vi sono “mandanti occulti o esterni” delle stragi ma sicuramente vi sono “concorrenti”. E’ un punto definitivo di non ritorno. Una verità dirompente, come ammettere che la modalità stragista per uccidere Borsellino, coincideva con un periodo di instabilità dove la politica era alla ricerca di nuovi equilibri. Affermare questo, in un’inchiesta giudiziaria, significa non solo riscrivere la storia giudiziaria,  ma anche la storia del Paese, se intendiamo per essa la ricerca della verità su quanto accaduto.

Oggi, che si è conclusa l’indagine sulla “trattativa” della Procura di Palermo, il Procuratore Aggiunto Domenico Gozzo, risponde alla presidente dell’associazione dei familiari delle vittime di via Dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli,  sulla scia degli articoli del “Il Fatto Quotidiano”, in cui si pubblicano le intercettazioni dell’ex presidente del CSM, Nicola Mancino, nonché ex ministro dell’Interno, in cui chiede al consigliere giuridico di Napolitano di intervenire per conoscere le indagini Palermitane, lasciando intendere una preferenza, equivalente a minore severità, della Procura di Caltanissetta sull’argomento trattativa. Appare comunque censurabile che Mancino, tra l’altro non più Presidente del Csm, vada parlando in giro, con il consigliere di Napolitano, di un’inchiesta in corso, peraltro per chiedere cosa? Ad ogni modo, il Procuratore Aggiunto Domenico Gozzo, nella lettera che riportiamo sotto, così come pubblicata dal destinatario, la redazione di Antimafia duemila, spiega che la presunta minore severità della Procura di Caltanissetta, è praticamente un’offesa, non sta in piedi, lascia senza parole.  Va perorato un ragionamento. Sono certamente  più dirompenti e più dannose per la mafia e le istituzioni colluse nelle stragi, le indagini di Caltanissetta, che al momento non ha chiamato in causa politici ma ha creato le basi per proseguire nella ricerca della verità. Un inchiesta, quella nissena,  basata su riscontri delle affermazioni di pentiti quali Spatuzza, Tranchina, Giuffrè e in parte Brusca.  La procura di Caltanissetta ha agito con scaltrezza ma prudenza, con abnegazione e senza pregiudizi, ponendo le basi per la definitiva verità su Via D’Amelio e la seconda Repubblica, una verità tanto necessaria per salvare l’Italia, quanto difficile, per l’Italia, da accettare. La seconda inchiesta, quella per la “Trattativa” di Palermo ha un filo rosso nelle ricostruzioni di Massimo Ciancimino, usato come un “driver” per leggere alcune prove. Il testimone scomodo che la Procura di Caltanissetta ha bollato come totalmente inaffidabile, addirittura illogico, nelle sue ricostruzioni. L’inchiesta di Palermo chiama in causa Mancino, Conso e altri politici, per reati minori e difficilmente riscontrabili, dal momento che non esiste il reato di trattativa. Se tali reati non saranno portati a processi, si rischia di vanificare anche il lavoro dei colleghi nisseni, o quantomeno le premesse che quel lavoro aveva creato.

L'uccisione di Borsellino

La lettera di Domenico Gozzo ad Antimafia duemila

Cara signora Maggiani Chelli,
negli anni scorsi abbiamo avuto modo di sentirci più volte, e – dopo gli inqualificabili articoli pubblicati dal quotidiano Il Fatto di sabato e domenica – sento solo adesso il bisogno di intervenire perché comprendo che persone indubbiamente in buona fede come lei possono essere state fuorviate da articoli ben Costruiti al fine di diffamare volutamente anche la procura di Caltanissetta.
La ragione e’ presto detta: certe persone non possono sopportare che, anche grazie a Caltanissetta, sia stato smascherato il tentativo di inquinare le indagini sulle stragi che si stava ponendo in essere a mezzo di massimo Ciancimino. Tanto che Ciancimino e’ allo stato indagato nello stesso procedimento c.d. Trattativa di Palermo per il gravissimo reato di calunnia nei confronti di un alto dirigente della Polizia di Stato, oltreche da noi a Caltanissetta per plurimi episodi di calunnia e di fugadi notizie.Ciancimino che, viceversa, era stato “pompato” in maniera incredibile da queste persone, sol perché diceva “tutte le cose che avrebbero voluto sentire sulla mafia” questi soggetti.
Ma la verità si costruisce con fatti, e non con le opinioni, e soprattutto non sono i giornalisti a fare le indagini penali, almeno sin quando esiste lo statodi diritto, e,quindi, la democrazia.
La Procura di Caltanissetta, tra grandi difficoltà, ha sostenuto il peso non indifferente di nuove indagini sulle stragi del 1992, indagini che hanno coinvolto esponenti delle istituzioni, politici come poliziotti, carabinieri come uomini di mafia, ex pentiti e sentenze ormai definitivamente varate dalla suprema corteci cassazione.
Uno sforzo che e’ culminato in una ordinanza ci custodia cautelare emessa dal gip di caltanissetta per cinque nuovi indagati per la strage di via d’Amelio, e nella contemporanea scarcerazione di otto dei soggetti ritenuti responsabili nei vecchi processi sempre per la stessa strage. Persone detenute anche da più di 17 anni.
In questi anni abbiamo instancabilmente indagato anche sulla c.d.trattativa, e nella nostra richiesta di custodia abbiamo anche concluso che l’uccisione di Paolo Borsellino edella sua scorta avvenne anche perché Borsellino era percepito come un ostacolo da superare da parte dei mafiosi. Prove da noi raccolte, numerose, fanno parte del processo palermitano. E viceversa.
Non abbiamo mai detto che i politici sono stati vittime,ma abbiamo esaminato i reati di nostra competenza (unicamente quellodi strage) concludendo che non c’erano elementi per dire che politici e carabinieri avessero concorso nelle stragi del 1992. Nessuno, del resto, sostiene cosa diversa, avendo letto gli atti. Non siamo mai intervenuti su reatidi competenza palermitana, e lo stessoantonio Ingroia, oggi su Repubblica, da atto che le posizioni delle due procure non sono contrastanti.
In questi anni Caltanissettaha sempre chiesto a voce alta, in tutte le sedi, che le indagini fossero seguite in concordia e senza contrasti -veramente inutili- tra le varie procure interessate.
Putroppo, nelle nostre pretese divisioni, a quanto pare, ha cercato di inserirsi qualcuno. Dimostrando Così quello che avevamo sempre detto: che le divisioni indebolivano tutto il fronte delle indagini.
Proprio quando i fatti ci davano ragione su questo, chi ha interesse a dividere ha tentato una carta disperata: truccare le carte, non riportare quello che , sembra dai giornali, le intercettazioni di Palermo riportano. Che il possibile oggetto di provvedimenti fossero nelle intenzioni di un politico sotto intercettazione non solo magistrati di Palermo, ma anche di Caltanissetta.
Si sono volute sfruttare, sembra, affermazioni di questo politico su nostra (e di Firenze) pretesa maggiore malleabilità, negata dai fatti: leggete la sentenza della Corte d’Assise di Firenze su Tagliavia sulla trattativa, e leggete la nostra ordinanza (già depositata da mesi emesi quando il politico avbbe detto queste cose, che non conosceva per l’estremo riserbo tenuto nelle indagini dal mio ufficio).
Ecco quindi l’incredibile: da possibili oggetti di strali politici, ci siamo trasformati in correi dei politici!
Senza parole… Come isolare e delegittimare magistrati che fanno il loro dovere. Senza alcuna ragione legittima.
Questo le volevo scrivere per dirle che nessun pericolo corre l’indagine sulla trattativa per nostra mano, e che questa Procura e’ sempre profondamente convinta della necessita di collaborare, se necessario anche più intensamente, tra Palermo, CaltamissettaeFirenze, nella comune ricerca nella verità. Che non può e non deve essere verità parziale. Abbiamo impegnato le nostre vite per questo e comtinueremo a farlo. Non saranno alcune pagine di giornale a fermare il nostro impegno.
Nico Gozzo

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