Operazione “Extra Fines”: quattro arresti a Gela. C’è anche un avvocato

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Quattro arresti della polizia a Gela nell’ambito dell’operazione «Exitus» che ha fatto luce sul ruolo di imprenditori e di un avvocato, ritenuti a disposizione di Cosa nostra.

In carcere sono finiti Grazio Ferrara, 39 anni, avvocato del Foro di Gela; Benedetto Rinzivillo, detto “Peppe u curtu”, 55 anni, imprenditore gelese attivo nel commercio delle carni; Giuseppe Incorvaia, imprenditore di Licata in pensione, 73 anni; Emanuele Zuppardo, 62 anni, di fatto domiciliato a Parma, già sottoposto alla libertà vigilata.

Tutti sono accusati di associazione mafiosa, aggravata dall’essere armata per avere fatto parte di del clan Rinzivillo.

L’attività investigativa costituisce una costola dell’Operazione «Extra fines» che portò all’arresto, nel 2017, di 37 affiliati al clan, facendo luce sull’ascesa, nella famiglia di Cosa nostra gelese, del boss Salvatore Rinzivillo, il quale, approfittando della carcerazione dei suoi fratelli e dell’assenza sul territorio di uomini in grado di contrastarne il carisma, riorganizzò il clan facendo leva sia su figure tradizionalmente appartenenti al gruppo, sia su figure nuove ed emergenti che si erano messe a sua disposizione per assicurare il mantenimento in vita del clan.

L’indagine, condotta dai poliziotti della Squadra mobile di Caltanissetta, con il supporto della Squadra mobile di Parma, ha permesso di far luce in particolare sulla figura di un avvocato del Foro di Gela, considerato uomo di fiducia del boss gelese sin dal 2016 (durante il periodo delle indagini poi confluite nell’Operazione Extra Fines) quando lo aveva fatto contattare da un suo affiliato.

L’avvocato è ritenuto alter ego del boss negli affari del boss gelese con altri appartenenti al clan. Il capomafia impartiva all’avvocato ordini precisi che andavano ben oltre gli incarichi forensi. La disponibilità del legale nei confronti del boss gelese si è manifestata anche dopo la carcerazione del boss: infatti, è proprio al suo avvocato che Rinzivillo, approfittando del suo status di insospettabile legale, affidava il compito di fare uscire i suoi ordini per altri esponenti della consorteria mafiosa, ancora liberi sul territorio.

Nel corso dell’indagine è stato anche rilevato che l’avvocato faceva pervenire al boss messaggi dagli affiliati liberi, attraverso “pizzini” durante i colloqui in carcere: una modalità con la quale l’avvocato gelese pensava di eludere eventuali intercettazioni ambientali a suo carico. Inoltre, uno degli arrestati di oggi, appartenente al clan, imprenditore gelese tradizionalmente attivo nel commercio di carni, assicurava aiuto economico all’associazione, al capo e ad altri affiliati detenuti.

Lo stesso imprenditore si è offerto di assumere alle proprie dipendenze personale indicato dal capomafia e favoriva l’infiltrazione del clan nel tessuto economico legale attraverso il riciclaggio di danaro di provenienza illecita. L’imprenditore è indagato anche per tentata estorsione, aggravata per averla commessa in qualità di appartenente al clan mafioso, per avere tentato di procurarsi un ingiusto vantaggio ai danni di un imprenditore concorrente, rappresentante di carni e salumi, che veniva minacciato di morte qualora avesse continuato ad offrire ai clienti, la stessa carne da lui commercializzata.

Un terzo soggetto arrestato, imprenditore licatese di cosmetici e profumi, era a disposizione del capo clan favorendo il boss gelese in attività economiche funzionali all’investimento e riciclaggio, avvalendosi anche in questo caso della figura dell’avvocato.

Non meno importante la figura di un altro arrestato, storico appartenente al clan di Gela, il quale, approfittando dei permessi premio durante la carcerazione a Milano, aveva ripreso i contatti con il boss favorendone l’incontro con un esponente di Cosa nostra di Salemi. A ulteriore riprova del ruolo dell’avvocato, la circostanza che era stato lui il prescelto dal boss per accompagnarlo a un incontro riservato con lo storico appartenente al clan, avvenuto il 14 aprile 2017.

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