“Non più omertà per paura ma per conservazione di interessi”, dibattito con la magistratura nella “Sicilia come metafora”

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La stagione del tifo per magistratura e forze dell’ordine è stata già attraversata. “Il magistrato non deve cercare consenso, ma guadagnare fiducia alla giustizia attraverso la credibilità”. Queste in sintesi le valutazioni che ha rassegnato all’uditorio della biblioteca Scarabelli il presidente dell’Anm di Caltanissetta, Fernando Asaro, durante il dibattito “La Sicilia è ancora una metefora?” nella giornata dedicata a Leonardo Sciascia nell’ambito della manifestazione “Sicilia dunque penso”.

IMG_1473A parlare ad un numeroso pubblico, oltre al procuratore aggiunto della Corte d’Appello, Asaro, c’era il collega magistrato, sostituto procuratore della Dda di Caltanissetta, Stefano Luciani, uno dei titolari delle più delicate inchieste della procura di Caltanissetta su mafia e colletti bianchi.

La linea della palma, che Sciascia avvertiva salire di 50 centimetri ogni anno, la Sicilia come metafora in cui tutto diventa mafioso, mafia e antimafia, antimafia di facciata. Alcuni dei temi a vario titolo affrontati anche con domande dal pubblico dai relatori moderati dallo scrittore nisseno Enzo Russo.

Tra i punti caldi toccati da Luciani le nuove ragioni dell’omertà, in un territorio in cui le risposte dello Stato nella repressione di Cosa nostra hanno tolto l’alibi dell’omertà per paura. Un silenzio, secondo Luciani, oggi dovuto all’omertà per conservazione di interessi, più che per timore di ritorsioni.

In tema di reati di colletti bianchi e pubblica amministrazione deviata, il magistrato ha ammesso che le armi in tema di anticorruzione sono spuntate. Anni luce dagli strumenti che lo Stato si è dato per contrastare Cosa Nostra. Ma “una cosa è indagare per prendere un estorsore che va a mettere la bottiglia incendiaria nella saracinesca, altra cosa è prendere un colletto bianco che vanta complicità in livelli superiori, anche tra quelli che dovrebbero dotare la magistratura di strumenti efficaci”. Un modo elegante per dire che il livello politico forse non è così interessato a contrastare la corruzione, camera di compensazione della mafia.IMG_1474

Non vi sono strumenti, secondo Luciani “di eguale valore che consentirebbero di scardinare il sistema affaristico che coinvolge anche settori della pubblica amministrazione”.

Una domanda dal pubblico ha sollecitato Luciani sull’appello lanciato la scorsa settimana dal Questore di Napoli, Guido Marino che analogamente aveva già rivolto ai nisseni nel 2009, quando guidava la questura nissena. Era questo: “diteci da che parte state”. Luciani ha spiegato, dal suo punto di vista, le motivazioni del questore a lanciare quell’appello.

“Marino aveva avviato un’azione incisiva per cui chi denunciava vedeva gli aguzzini a processo e in carcere. In un momento in cui all’acquisizione della denuncia lo Stato rispondeva, le denunce eppure latitavano, per questo Marino chiedeva da che parte stare. Se prima ci si poteva trincerare dietro la paura che genera omertà, ora non era possibile. Mi sono dato una spiegazione diversa, per quell’appello pubblico a cui non sono seguite risposte, se non minima parte”. “Non c’è più paura che genera omertà – ha detto Luciani – ma difficoltà a sedersi davanti un magistrato e dire, vero è che mi sono venuti a chiedere questo o quello, ma è vero anche che io ho chiesto qualcosa. Non è una questione di paura, ma di conservazione dei propri interessi”.

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