Non esistono neanche indizi contro Modaffari. La Corte d’appello ribalta le ricostruzioni del Viminale: “Balza agli occhi la correttezza”

1986

Nè collegamenti diretti o indiretti con le consorterie mafiose, né forme di condizionamento ascrivibili agli amministratori tali da determinare l’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi o amministrativi, o da compromettere l’imparzialità dell’amministrazione e il regolare funzionamento dei servizi affidati. Nè, infine, elementi da cui desumere un grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica.

Non lascia spazio a interpretazioni la sentenza della Corte d’appello di Caltanissetta (presidente Giuseppe Melisenda Giambertoni, relatore Giacomo Rota) che ha confermato in toto il giudizio di primo grado rigettando la richiesta di incandidabilità formulata dal ministero dell’Interno per gli ex amministratori di San Cataldo componenti della giunta guidata dal sindaco Giampiero Modaffari. A resistere in giudizio contro il ministero dell’Interno erano lo stesso sindaco Giampiero Modaffari e gli assessori Cataldo Riggi, Angelo La Rosa, Salvatore Mario Concetto Sberna, Maria Concetta Vincenza Naro. Tutti assistiti dagli avvocati Girolamo Rubino e Massimiliano Valenza.

Sulla gara del servizio rifiuti la cui farraginosità aveva costretto ad attuare proroghe, il sindaco e gli amministratori di San Cataldo “avevano indirizzato agli uffici plurime richieste di definizione del procedimento di gara ritenendo non più ammissibile la concessione di ulteriori proroghe”. Del resto fu lo stesso sindaco Modaffari a sollecitare l’acquisizione della certificazione antimafia della società che allora gestiva il servizio. I giudici sottolineano come la giunta Modaffari “abbia cercato di ovviare alle lungaggini burocratiche al fine di pervenire quanto prima all’affidamento del servizio tramite evidenza pubblica avendo interagito con tutti gli attori previsti dalla legge e avendo chiesto un parere all’Anac al fine di prevenire strascichi giudiziari”.

Sul servizio di tumulazione cimiteriale – altro punto contestato sia nel decreto di scioglimento che nel procedimento promosso per l’incandidabilità – le valutazioni sono ancora più nette. I giudici d’appello sottolineano come già “il Tribunale ha sconfessato la ricostruzione fattuale del ministero dell’Interno rilevando sia che l’amministrazione Modaffari aveva affidato una sola proroga alla società cooperativa Geoagriturismo nelle more dell’espletamento della gara al fine di garantire la temporanea prosecuzione del servizio – servizio che poi è stato internalizzato per realizzare risparmi di spesa -, sia che l’amministrazione Modaffari non aveva avallato il sistema di proroghe dell’affidamento diretto”. Addirittura Modaffari fece approvare una delibera di Giunta a maggio 2015 per contestare al dirigente il susseguirsi di specifiche inadempienze e ritardi degli uffici.

“Se si considera che dopo poco meno di un anno e mezzo dall’insedimaneto della giunta Modaffari il servizio di tumulazione cimiteriale è stato legittimamente affidato tramite gara pubblica, balza agli occhi la correttezza dell’operato degli amministratori locali che si sono prodigati per evitare proprio ciò che è stato loro imputato”. Anche sul “servizio di trasporto funebre indigenti” la Corte sottolinea l’impegno di Modaffari e della giunta alla definizione di un bando e di una gara pubblica. Anche perché già nel marzo 2015, sempre con delibera di Giunta, l’amministrazione aveva stigmatizzato gli affidamenti diretti disponendo che anche per i servizi di scarso valore economico gli affidamenti dovevano essere in conformità alla normativa seguendo i principi di trasparenza, parità di trattamento e rotazione.

La sentenza sembra essere un elenco di azioni positive poste in essere dall’ex sindaco Modaffari contro favoritismi, sprechi e opcacità. Anche per il servizio di edilizia residenziale pubblica e segnatamente le occupazioni abusive del patrimonio abitativo pubblico anche da parte di soggetti controindicati, la Corte d’Appello cita i plurimi atti d’indirizzo e le diffide dell’amministrazione comunale. La Corte scagiona gli ex amministratori anche sul punto riguardante la mancata riscossione dei tributi locali. Per i magistrati nisseni non solo “non sussistono evidenze documentali “ ma neanche “inidizi” da cui “desumere che gli amministratori sancataldesi abbiano dato un contributo ai fatti di infiltrazione o condizionamento mafiosi”.

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