Montedoro, anche il prefetto alla vendemmia nel terreno confiscato alla mafia

227

Questa mattina è cominciata la raccolta dell’uva coltivata nei terreni confiscati alla mafia in Contrada Mulinello, nelle campagne del comune di Montedoro. I terreni facevano parte del patrimonio dei fratelli Gaetano Falcone, di 75 anni, e Nicolò, deceduto il 15 giugno 2019, della “famiglia” mafiosa di Montedoro. Beni per complessivi 2,5 milioni di euro confiscati in seguito alla sentenza della Cassazione del 9 maggio 2019, dopo i sequestri disposti nel 2015 dal Tribunale di Caltanissetta, su proposta del direttore della Dia.

L’avvio della vendemmia è avvenuto alla presenza del prefetto di Caltanissetta Cosima Di Stani, del comandante provinciale dei Carabinieri, Baldassare Daidone, del capo centro della Dia, Emanuele Licari, del comandante Nucleo polizia economico finanziaria della Guardia di finanza Giuseppe Ialacqua, del sindaco di Montedoro Renzo Bufalino e dei Sindaci dei comuni limitrofi.

Complessivamente il patrimonio confiscato è costituito da 5 aziende agricole e 87 immobili (tra fabbricati e terreni), nonché da numerosi rapporti bancari, per un valore complessivo di oltre 2 milioni e mezzo di euro. Nel corso di questi anni è stata costante l’azione di vigilanza della locale Stazione CC, in supporto all’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, finalizzata ad evitare furti e danneggiamenti ai terreni in questione.

I Falcone, ritenuti «uomini d’onore» di Montedoro (Nicolò ha rivestito il ruolo di «rappresentante» anche con funzioni apicali di Cosa nostra del Nisseno), avrebbero investito nel settore agricolo i guadagni delle attività illecite mafiose. I giudici avevano già disposto il sequestro preventivo dei beni subito dopo l’operazione antimafia “Grande Vallone” dei Carabinieri, che fece luce sulle attività mafiose nella zona nord della provincia, per cui lo stesso Nicolò Falcone venne condannato a 4 anni e 6 mesi dal processo che ne scaturì.

Per investigatori e inquirenti non ci sarebbero dubbi sul fatto che i Falcone avessero messo insieme la loro fortuna investendo i guadagni ottenuti grazie alle attività illecite di Cosa Nostra e la Procura generale della Cassazione aveva quindi chiesto la conferma definitiva della confisca di tutto quanto e cioè la ditta individuale “Falcone Nicolò” per la coltivazione di cereali e riso di via Cardinale Guarino; le aziende “Di Raimondo Anna” – appartenenti alla moglie, con frutteto, vigneto e oliveto e un’altra zootecnica per l’allevamento di ovini. A queste si aggiungono alcuni terreni, fabbricati e abitazioni nelle contrade Marcato e Saie di Montedoro e in contrada Sabugia a Serradifalco: nel dettaglio si tratta di 54 terreni a Montedoro, 33 a Serradifalco e tre costruzioni.

La raccolta dell’uva per finalità sociali è stata affidata alla Cooperativa Sociale “Verbumcaudo”, formata da giovani del territorio, che sta valorizzando l’omonimo feudo confiscato alla mafia, attraverso la messa in produzione di 151 ettari di terreni che vengono coltivati ad origano, pomodori e cereali. Sino al 1983 Verbumcaudo apparteneva ai fratelli Greco, boss reggenti della famiglia di Ciaculli, ma nel 2011, una volta acquisito dall’assessorato all’Economia della Regione Siciliana, il feudo è rinato grazie alla determinazione del Consorzio Madonita per la Legalità e lo Sviluppo, espressione di 19 Comuni delle alte e basse Madonie, che attraverso un bando pubblico ha selezionato giovani del territorio interessati alla formazione professionale in ambito cooperativo. Dopo un periodo di formazione un gruppo di ragazzi e ragazze, guidati dal CRESM – Centro di ricerche economiche e sociali per il Meridione e da Confcooperative, ha costituito la nuova Cooperativa Sociale Verbumcaudo, una cooperativa produttiva che si è assunta la responsabilità di gestire il fondo per il suo ritorno alla legalità e all’attività economica trasparente e per dare vita a una filiera umana, sociale e produttiva che coinvolga direttamente gli abitanti e i giovani del territorio. Le storie delle ragazze e dei ragazzi della cooperativa sono storie di “restanza”, tutti giovani che stanno scegliendo di investire nell’entroterra siciliano: ci sono ingegneri, geologi, guide naturalistiche, agronomi, commercialisti e addetti alle lavorazioni agricole qualificati.

Commenta su Facebook