Mobilità Averna. Il silenzio dei sindacati con la multinazionale Campari

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“Non siamo in presenza di una vera crisi, ma di un caso, purtroppo frequente, di licenziamenti per alleggerire il costo del personale, pur in una situazione di bilanci più che positivi”. Inizia così un’interrogazione parlamentare di un deputato emiliano, Vittorio Ferraresi al ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, per mettere all’attenzione del governo il caso della Campari-Averna, l’azienda che ha messo in mobilità pre-licenziamento 56 lavoratori degli stabilimenti di Caltanissetta e Finale Emilia.

20140415-amaro-averna-660x342bobkunzeconcewitzceocampariE’ singolare che a difendere la sorte dei lavoratori dell’Averna sia un deputato emiliano e che siano gli stessi sindacati di Finale Emilia, seconda sede dell’azienda dove lavora la minor parte dei dipendenti Averna, e non la rappresentanza dei sindacati di Caltanissetta e della deputazione nissena, ad aver avviato il tavolo della trattativa presso la Confindustria di Modena.

Non entriamo nel merito sulla decisione della famiglia Averna di vendere (i nisseni, da quanto si legge sui social, stigmatizzano tale scelta) ma se si tratta di difesa dei livelli occupazionali, l’unico interlocutore possibile è il proprietario di Averna, ovvero la Campari Spa, che ha ereditato una società in attivo, che produce fatturato per 70 milioni di euro l’anno e utili. Fatturato e utili che l’Averna fino ad oggi aveva creato con i 56 lavoratori a cui Campari ha inviato invece le lettere di mobilità. Quindi non avrebbe nessuna legittimazione per licenziare. Campari, che fattura un miliardo e trecento milioni di euro l’anno, ha rilevato una società in attivo, e se oggi mette in mobilità, è l’unica controparte da sollecitare e portare al tavolo.

Questo dovrebbe essere l’ordine del giorno, al tavolo della vertenza, da parte dei sindacati di categoria della provincia di Caltanissetta, inspiegabilmente silenti davanti al colosso multinazionale Campari che ha inviato la lettera di mobilità a tutti i dipendenti.

La Campari vanta ben quattromila dipendenti e non si comprende su quale piano stia appoggiando la decisione di licenziare. Ristrutturazione aziendale, cessione di ramo d’azienda?

“Ho chiesto, con una interrogazione al Ministro Poletti, che sia fatto tutto il possibile per scongiurare la mobilità e che si lavori per avere, all’interno del gruppo Campari, un piano aziendale di ricollocamento del personale considerato in esubero”, prosegue infatti il deputato Ferraresi di finale Emilia, in difesa dei lavoratori dell’Averna che produce l’amaro nisseno.

Anche perchè, se i sindacati nisseni aprissero la vertenza all’ufficio del lavoro, essendo già stata aperta analoga vertenza a Finale Emilia, tutta la vicenda si sposterebbe probabilmente al Ministero del Lavoro.

In città, invece, quando si parla della vertenza, si cade sempre nella polemica con la famiglia Averna che ha venduto, ma indipendentemente da una scelta, che evidentemente non piace e che i nisseni ritengono profondamente sbagliata, il vecchio proprietario non ha più voce in capitolo.

Cui prodest, quindi, proseguire nelle polemiche del passato, piuttosto che chiedere lumi e spiegazioni all’unico interlocutore, il nuovo proprietario?

Inutile, quanto ingiustificata, sarebbe l’azione di chi, sindacato o istituzione, per far rispettare il diritto di un lavoratore, chiami oggi in causa un soggetto diverso dalla sua naturale controparte, l’azienda e la sua proprietà.

Così come inconsistenti e infondati sono i rilievi su inesistenti quanto inapplicabili clausole di salvaguardia che il precedente proprietario non avrebbe fatto apporre. Clausole in deroga alla legge ed ai contratti di categoria non esistono. Le clausole di salvaguardia dei livelli occupazionali, sono possibili solo se frutto di accordi inter-istituzionali con le parti sociali, non possono derivare da mere previsioni private di chi vende e chi compra. Le clausole di salvaguardia devono essere sollecitate dai sindacati, dalle associazioni di categoria, sotto l’egida di Prefettura e ufficio del lavoro, per avere un’efficacia. Ce lo hanno insegnato i protocolli d’intesa in Prefettura per il bacino unico e la salvaguardia dei livelli occupazionali all’eni di Gela.

Si potrà discutere all’infinito di tutto il resto, ma non servirà a mantenere in vita la sede nissena. Le scelte le fanno gli attori in campo e oggi tra questi c’è la Campari e, se lo vorranno, i sindacati, le istituzioni e gli attori del territorio nisseno. Tutto il resto è fuffa.

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