I maschi in carcere, comandano le donne. Estorsioni e droga sull’asse Catania-Gela

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Estorsioni e droga al centro dell’operazione dei carabinieri di Gela “Donne d’onore” che ha messo in luce un’organizzazione criminale familiare dedita al traffico di cocaina nella città del Golfo. Coinvolte la moglie di un soggetto ritenuto appartenente al clan Emmanuello di Gela e la compagna di un presunto trafficante catanese. In totale sono 7 le misure cautelari eseguite, quattro in carcere, due ai domiciliari e un obbligo di firma.

IMG_5674L’operazione nasce da due danneggiamenti a colpi di fucile contro due abitazioni di Gela, avvenuti nel 2015 che hanno portato i carabinieri a individuare alcuni potenziali responsabili poi messi sotto intercettazione. In particolare Giuseppe Liardo, figlio del più noto Nicola, quest’ultimo detenuto a Palermo e appartenente al clan Emmanuello. Monitorando il ventenne Liardo, anche con intercettazioni dei colloqui in carcere con il padre, i carabinieri del reparto territoriale di Gela hanno appurato come dal carcere venivano gestiti i traffici di droga con Catania. Sfruttando la sua amicizia nata in cella con Salvatore Crisafulli, Liardo avrebbe organizzato il traffico in cui è stata poi coinvolta la moglie, Monia Greco e la compagna del presunto trafficante catanese Salvatore Crisafulli, Maria Chiaromonte, considerate entrambe intermediarie per gli acquisti.

A recarsi materialmente a Catania per acquistare la cocaina erano invece Giuseppe Liardo e il cognato Salvatore Raniolo, marito di Dorotea Liardo, figlia di Nicola Liardo, per la quale il Gip non ha ritenuto di applicare la custodia cautelare ma soltanto l’obbligo di firma. In carcere sono finiti Nicola Liardo, Salvatore Crisafulli, Giuseppe Liardo e Salvatore Raniolo. Ai domiciliari Monia Greco e Maria Teresa Chiaramonte.

Le accuse per tutti sono di associazione a delinquere per il traffico di sostanze stupefacenti, mentre per Nicola e Giuseppe Liardo è scattata anche la contestazione di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Diversi i viaggi che ogni mese venivano effettuati a Catania per reperire la droga, di volta in volta chiamata “pezzo”, “pallina” “tiro”, “pizza”.

I servizi di osservazione hanno consentito di ricostruire due estorsioni ai danni di due imprenditori, uno dei quali, titolare di un autolavaggio, costretto all’assunzione del figlio del mafioso per consentirgli di usufruire della pena alternativa al carcere minorile.

L’operazione, secondo il procuratore aggiunto della Dda di Caltanissetta, Lia Sava, che ha coordinato le indagini, dimostra il coinvolgimento delle donne nelle organizzazioni criminali quando i mariti si trovano in cella.

“Il ruolo femminile nelle strutture criminali emerge quando i soggetti legati da vincolo famigliare di sesso maschile sono in carcere. Allora si utilizzano le donne. In questo caso quando il maschio è detenuto le due donne eseguono gli ordini, un’evidenza che abbiamo rilevato in numerose altre indagini. Interagisce il vincolo di sangue con il ruolo femminile dentro l’organizzazione”.

A spiegare i dettagli dell’inchiesta in conferenza stampa è stato il tenente colonnello Antonio De Rosa, comandante del Reparto territoriale di Gela. Tutto è partito il 22 ottobre 2015 con dei colpi di fucile contro due abitazioni. Un imprenditore di un autolavaggio sotto estorsione per assumere Liardo. Poi un’altra estorsione ai danni di un imprenditore ortofrutticolo, fino ad arrivare allo spaccio sull’asse Gela-Catania con più viaggi al mese per l’approvvigionamento. I militari si sono imbattuti nelle difficoltà finanziarie dello stesso Giuseppe Liardo. “Durante il tragitto faceva uso o regalava cocaina agli amici fino ad indebitarsi per 5 mila euro”, hanno riferito gli investigatori.

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