Mafia, maxi sequestro da 45 milioni all'imprenditore Farinella. Lari: "Zoccolo duro di cui parlò Falcone"

Duro colpo inferto dagli uomini della Direzione Investigativa Antimafia di Caltanissetta ai patrimoni illeciti di cosa nostra. Sequestrati beni e imprese per un valore di circa 45 milioni di euro, dislocati  a Caltanissetta, Palermo e provincia, nonché a Roma, Livorno e Catania.

“Da magistrato che ha dedicato la vita alla lotta alla mafia non nascondo l’emozione e la soddisfazione per il fatto che lo Stato è riuscito a mettere le mani sul latifondo di Mimiani, simbolo dello zoccolo duro di Cosa Nostra in Sicilia”. Lo ha detto il procuratore Sergio Lari chiudendo la conferenza stampa con la DIA per il sequestro Farinella da 45 milioni di euro, riferendosi al latifondo della mafia di contrada Mimiani a Caltanissetta.

“Le occasioni di sequestri patrimoniali sono più importanti degli arresti con indagati per mafia perchè si tratta di beni sottratti oggi a soggetti che hanno accumulato un patrimonio riconducibile all’organizzazione mafiosa cosa nostra”. Così il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari ha iniziato la conferenza stampa dell’operazione “Flour” della DIA che ha portato al sequestro di 45 milioni di euro di beni riconducibili a Paolo Farinella, cugino di Cataldo, mafioso del cosiddetto “zoccolo duro” di Cosa nostra, come lo definì Giovanni Falcone. Parliamo di aziende agricole e imprese di costruzioni operanti in tutta Italia con appalti da 30 / 40 milioni di euro. “Noi speriamo che entrino a far parte del patrimonio dello Stato”, ha detto Lari, secondo cui “In quest’ottica si indeboliscono le organizzazioni criminali”.
Il Procuratore, che da Aggiunto, a Palermo, si occupò proprio della mafia delle Madonie a cui il sequestro di oggi si riferisce, ha spiegato che “si trattava di recuperare una vicenda processuale ormai morta e sepolta. Perché Cataldo Farinella era stato colpito da misure patrimoniali, poi estintesi con la sua morte, vista la normativa di allora”. Il suo posto venne occupato dal cugino Paolo Farinella, che prese da allora la residenza a Caltanissetta, gestendo direttamente e indirettamente numerose società in tutta la Sicilia e in mezza Italia, continuando a curare i rapporti con mafiosi di grosso calibro, oltreché il tenore di vita di tutti i fmailiari compresi i figli del cugino Cataldo. Al suo patrimonio, illecitamente ereditato, si è arrivati da segnalazioni bancarie, provenienti da un istituto della provincia di Caltanissetta, che ha fatto scattare l’informativa antiriciclaggio allorquando Paolo Farinella cedette delle quote societarie alla figlia. La Dia ha ricostruito il quadro di imprese edili, anche finanziate con i soldi dell’Agea riscossi per il latifondo agricolo di contrada Mimiani a Caltanissetta. Una sorta di santuario della mafia, una “terra delle delizie”, come la chiamava Siino, che offriva ristoro e segretezza ai mafiosi di mezza Sicilia che lì si incontravano e andavano a caccia in tutta tranquillità. A Mimiani lo Stato non poteva entrare.

“Oggi come magistrato che dedica la vita alla lotta mafia, non nascondo la soddisfazione perchè lo Stato riesce a impadronirsi del fondo di contrada Mimiani, legato a quello che Falcone chiamava lo zoccolo duro”, ha ribadito Lari.
“Questa operazione sintetizza i compiti strategici ed istituzionali della Dia”, ha spiegato il capocentro della direzione investigativa antimafia di Caltanissetta, Gaetano Scillia, in conferenza stampa, riferendosi alla circostanza di un’indagine patrimoniale e al contempo antimafia, scaturita da una semplice segnalazione bancaria e poi condotta con metodi investigativi tradizionali e tecnici come le intercettazioni e i pentiti. “Oltre  all’impresa agricola – ha spiegato il Colonnello Scillia – nella rete di Farinella ci sono anche aziende di costruzioni per opere pubbliche in tutto il territorio nazionale i cui importi oscillavano sui 30 40 milioni di euro. Parliamo di appalti con ANAS , Rfi, ente porto di Messina, comuni Palermo e Mazzara del Vallo, strade, ponti, gallerie e opere importanti”.
Ad esempio la Deanco srl riconducibile a Farinella, società utilizzata per la strada tra Mazara e il porto, appaltata per 12 milioni di euro. O la fornitura del cemento alla società calcestruzzi Mazara di Mariano Agate. Farinella teneva rapporti con Calogero Cangelosi e con il figlio, assunto in un cantiere per curare gli interessi della cosca mazarese. C’è po la Cofar, altra azienda edile con numerosi appalti vinti in Italia e più recentemente la Construction Company di Roma, con sedi a Ganci (PA), Roma e in Toscana o la Rofar. Il meccanismo, ha spiegato il tenente colonnello Emanuele Licari, era quello dei noli a caldo o a freddo e soprattutto l’affitto di ramo d’azienda per trasferire autorizzazioni e certificazioni ed eludere i controlli antimafia o di altro tipo che altrimenti sarebbero piombati sulle aziende di un nome ormai noto come quello di Farinella. “Paolo Farinella – ha spiegato infatti il procuratore aggiunto Domenico Gozzo – negli anni ’90 interveniva alle riunioni, ma il mafioso era Cataldo che poi morì e il Tribunale fece restituire tutti i beni. Adesso recuperiamo i beni dell’erede illecito”.

E poi il feudo di contrada Mimiani tra Caltanissetta e Marianopoli, che era a disposizione di Cosa Nostra e di uomini come Barreca e Maranto, fondo lasciato gestire a Cosa Nostra locale, assumendo come mezzadro il boss di Marianopoli Leonardo Lombardo. Circa un milione e 300 mila euro all’anno erano i fondi dell’Agea, che il fondo di Mimiani otteneva per i 150 ettari di terreno e le relative coltivazioni. Andando a ritroso, ha spiegato Lari in conferenza, la storia di Farinella e del fondo di Mimiani si intreccia con quella mafia che Falcone disse “ormai è andata in borsa”, della mafia che si fa impresa. Una mafia che Lari ha combattuto sin dai tempi di Palermo e che oggi, rischiava di tenersi tutto il malloppo legalmente se le indagini della DIA non avessero ricostruito l’illegittimità di alcune operazioni di riciclaggio e da esse a ritroso la creazione dell’immenso patrimonio illecito. Si tratta, infatti, del sequestro patrimoniale più grosso dopo quello a Pietro Di Vincenzo, uno dei più ingenti avvenuti in Italia.

La Dia, ha spiegato il colonnello Scillia, sul fronte dei sequestri e confische alla mafia, ha riportato allo Stato beni per 412 milioni di euro tra il 2012 e il 2013 in un totale di 14 operazioni che assumono un valore ancor più grande se si pensa che Caltanissetta è un area in forte crisi e depressa economicamente.

In particolare sono state sottoposte a sequestro le seguenti aziende e beni mobili ed immobili:

• L’intero compendio aziendale di nr. 5 società aventi ad oggetto lavori edili in esecuzione di appalti pubblici con sedi a Gangi (PA), Palermo, Livorno e Roma;

• Nr. 2 ditte individuali, aventi ad oggetto le coltivazioni agricole con sede rispettivamente a Caltanissetta e Gangi (PA);

• Quote sociali di nr. 3 società, nr. 2 delle quali aventi ad oggetto lavori edili in esecuzione di appalti pubblici con sede a Palermo e Catania, e di nr. 1 ad oggetto coltivazioni agricole con sede a San Cataldo (CL);

• L’intera proprietà di 25 fabbricati siti nelle province di Caltanissetta e Palermo;

• Terreni per un’estensione complessiva di circa 150 ettari situati nelle province di Caltanissetta e Palermo;

• Numerosi rapporti bancari intrattenuti presso sette diversi Istituti di credito dislocati su tutto il territorio nazionale;

 

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