Mafia a Gela, dimenticatevi i libri. Alleanze tra congiunti di pentiti e killer dei propri familiari

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Una mafia predatrice di affari e business, capace di fare accordi tra nemici pur di garantire stipendi agli associati, seminando terrore tra gli imprenditori, soprattutto nelle serre della florida serricoltura a cavallo tra le province di Caltanissetta e Ragusa. Una mafia armata, che minacciava le vittime di estorsione con la pistola alla tempia. Sono i redivivi, i mafiosi finiti in carcere martedì mattina nell’ambito di un’operazione di Squadra mobile e DDA di Caltanissetta.

Vincenzo Trubia presunto reggente
Vincenzo Trubia presunto reggente

Vincenzo Trubia, uscito dal carcere ad aprile 2014, prese subito il posto del boss Alessandro Barbieri, arrestato in gennaio, diventando reggente per il clan Rinzivillo in accordo con gli Emmanuello, dimostrando – è la tesi degli investigatori – come in Cosa Nostra gelese sia saltato il codice d’onore. Lui, infatti, ha tre fratelli pentiti, ha rivelato il capo della squadra mobile, Marzia Giustolisi.

Imprenditori minacciati e costretti ad abbandonare il loro settore, il recupero della plastica nelle serre, a favore di cosa nostra, che ha poi imposto anche la guardiania.

Tra gli arrestati, oltre a Vincenzo Trubia, ci sono Nunzio, Davide, Rosario, Luca, Pasquale Andrea e Pasquale Lino Trubia, RIZZARI Luigi, individuato come cassiere e consigliere e Baldassare Nicosia.

Saltano le regole tradizionali in Cosa Nostra e succede che i fratelli di morti ammazzati, a Gela stringano alleanze con le famiglie dei loro assassini. Oppure che i clan, Emmanuello e Rinzivillo, si affidino a chi, come Vincenzo Trubia, è fratello di pentiti.

Con l’operazione “Redivivi”, della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, squadra mobile e commissariato di Gela sono state eseguite 22 ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip, 18 in carcere e 4 ai domiciliari.

C’è poi il coraggio di imprenditori gelesi che hanno denunciato l’imposizione della fornitura di servizi, ottenuta con minacce e intimidazioni, aiutati a guardare in faccia la realtà dall’associazione “Gaetano Giordano” di Gela. Il presidente Renzo Caponnetti sottolinea come si tratti della 164ma operazione antiracket dagli anni duemila ad oggi a Gela e ringrazia il dirigente del commissariato Giuseppe Marino, che con lui ha collaborato. Non si tratta solo di accompagnare alla denuncia, spiega infatti Caponnetti, ma di assistere le vittime in tribunale e nelle richieste di risarcimento.

Associazione mafiosa, finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e alle estorsioni, i reati a vario titolo contestati.

Con gli arresti gli inquirenti ritengono di avere ricostruito i nuovi assetti di “Cosa Nostra” a Gela, di averne individuato il nuovo reggente, Vincenzo Trubia. Gli imprenditori presi di mira dai malviventi operano nel settore del recupero del materiale ferroso e dei teloni di plastica che periodicamente vengono sostituiti per la copertura delle serre nelle campagne tra Gela e Vittoria (Ragusa), oltre duecento quintali alla settimana, la media dei prodotti smaltiti, un fiorente business, ha sottolineato il Procuratore Lia Sava.

Anche il Questore, Bruno Megale ha sottolineato la risposta della società civile e dell’associazione anti racket: “segnali di risveglio e di rifiuto da parte della società civile”, ha detto

“Si tratta di soggetti che si ripropongono come se nulla fosse sulla scena”, ha spiegato il capo della mobile, Marzia Giustolisi. “Abbiamo un reggente che ha ben tre fratelli collaboratori di giustizia”, dice il capo mobile nissena, sottolineando come in Cosa nostra ormai si bypassano le regole mafiose. Insomma, dimentichiamoci i libri.

Nelle intercettazioni anche le percentuali con cui si dividevano i profitti delle attività illecite. Il 10% andava sempre tenuto per l’investimento in droga. Cocaina che veniva reperita, secondo gli investigatori, tramite Rosario Alba, classe ’83 di Montedoro, le cui referenze sarebbero fornite dal boss Domenico Mimì Vaccaro di Campofranco, ma, ha spiegato la Giustolisi, “non ho al momento nessuna indagine su Vaccaro” che oggi è a piede libero.

Un canale di approvvigionamento anomalo, utilizzato per evitare le rotte calabresi sempre più sotto controllo verso la Sicilia. Nell’operazione sono state sequestrate anche armi, pistole, fucili e munizioni che potevano entrare in azione da un momento all’altro. I sodali delle due famiglie, Emmanuello e Rinzivillo, sebbene alleati, erano sempre più sospettosi e si armavano prima degli incontri.

Un’alleanza precaria, dunque, tenuta insieme da una mafia in preda ad affari per sé stessa, e sempre meno capace di creare consenso sociale.

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