Ma quali "menti raffinatissime". L'attacco a Napolitano ha precisi mandanti politici.

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Conferenza_Stragi_LARI_GRASSOPer il Procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a capo della Direzione Distrettuale Antimafia dove opera il pool di magistrati che ha riscritto la vera verità sulla strage di via D’Amelio in cui morirono Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, le parole del Procuratore della DNA, Pietro Grasso, circa l’attacco al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sulle telefonate con il senatore Mancino, ovvero che si tratti di “menti raffinatissime”, non è condivisibile. Innanzitutto Lari ha manifestato perplessità per quella frase che riporta alla memoria Giovanni Falcone che utilizzò le stesse parole per descrivere il contesto in cui maturò l’attentato all’Addaura, poi fallito forse per l’intervento di un agente sotto copertura. Insomma un parallelismo che non regge secondo Lari che invece spiega, sulle colonne del Corriere, intervistato da Felice Cavallaro, che gli autori dell’ignobile attacco a Giorgio Napolitano sono politici tutt’ora in parlamento, con nomi e cognomi e certa stampa che gravita intorno ad essi ed ai loro interessi.

Le dichiarazioni di Lari potrebbero sembrare eccessivamente forti, se riferite a un magistrato molto prudente come il capo della Procura nissena, abituato a parlare solo dopo aver portato a termine le operazioni, così come sulla Strage di via D’Amelio sulla quale parlano le 1.700 pagine di inchiesta. Ma la necessità del magistrato, peraltro tirato in ballo con la storia falsa delle pressioni di Napolitano per applicare la Boccassini all’indagine, è quella di respingere fortemente l’attacco al Presidente della Repubblica Napolitano. Un attacco privo di fondamento in quanto le telefonate tra Napolitano e Mancino non hanno nulla di pregnante rispetto al contesto, al movente e alle finalità, oltreché alla verità storica, della trattativa stato-mafia.

Via D'AmelioLa verità, allora, è un’altra. L’attacco a Napolitano è un depistaggio rispetto alle indagini di Palermo e Caltanissetta dove quest’ultima, la Procura, ha indagato quanto, e più di Palermo, proprio sulla Trattativa Stato – Mafia. Solo che per la Procura di Caltanissetta suddetta trattativa rientra nelle medesime indagini delle stragi. Una impostazione dirompente che smentisce la presunta maggiore malleabilità dei giudici nisseni rispetto ai colleghi palermitani che subdolamente alcuni giornalisti del Fatto Quotidiano, hanno lasciato intendere nei mesi scorsi.

Ma oltre che di un depistaggio, si tratta anche di una minaccia. La minaccia di accreditare il falso come vero e coinvolgere tutto e tutti nella nascita violenta della seconda Repubblica, che ha invece precisi responsabili.

A distanza di 20 anni dalle stragi, la Procura di Caltanissetta ha arrestato i veri autori della strage, ha liberato gli innocenti condannati ingiustamente a causa di un depistaggio. Ha smascherato il falso pentito Vincenzo Scarantino. Ha ricostruito le esatte fasi della strage. Ha portato prove inconfutabili che la trattativa ci fu e che Paolo Borsellino veniva visto come un ostacolo. Per la prima volta nella storia Italiana ha contestato, a fianco del reato di Strage, la finalità terroristica per destabilizzare lo Stato con l’orizzonte, per i terroristi, di una nuova Repubblica.

La Procura di Caltanissetta ha offerto su un piatto d’argento alla politica e alle istituzioni di allora e di oggi, così come alla società civile, gli elementi utili per ricostruire la verità storica oltreché processuale, gli elementi indispensabili per un esame di coscienza collettivo e catartico di un certo sistema.

Ma invece, dopo la chiusura di queste indagini, aldilà delle doverose prime pagine dei giornali per qualche giorno, niente si è mosso nelle istituzioni, nei media e nella politica, poco nella società civile (e quel poco, purtroppo viene strumentalizzato). Nessuno ha chiesto spiegazioni ad esempio del perchè di quei depistaggi, cui prodest, la veridicità di quegli scenari, nessuno ha posto domande ai rappresentanti istituzionali di allora, ai politici e via dicendo. Domande aldilà di quelle processuali o di polizia giudiziaria. Domande  libere in uno stato democratico…

Il silenzio, niente di niente. Come se l’inchiesta riguardasse solo quel povero disgraziato di Gaetano Murana, l’incensurato operaio dell’Ama che grazie alla pervicacia di Sergio LAri e dei suoi colleghi è stato tirato fuori dall’incubo delle patrie galere in quanto totalmente estraneo.

Nessuno, ad esempio, si è posto, tra i politici e le istituzioni, una semplice domanda. Ma Scarantino, per conto di chi mentiva?

Nessuno, o in pochi, si sono posti le giuste domande per cercare le corrette risposte. Ecco perchè oggi arriva il nuovo depistaggio delle telefonate tra Mancino e Napolitano. Perchè questo nessuno, queste domande, almeno allo specchio, se le sarà poste, e ha dato, appunto, una risposta. Ma questo nessuno, che è qualcuno, come spiega Lari, ha un nome e cognome.

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