Lettera aperta di Rocco Gumina: “Odorate di quartiere, di popolo, di lotta”

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Le recenti elezioni politiche italiane hanno mostrato, qualora servissero altre prove, la veridicità di quanto espresso in modo lapidario dall’editorialista americano E. J.Dionne: «Il voto dei cattolici, non esiste ma è importante». Infatti, ad ogni tornata elettorale torna l’interrogativo e la discussione sull’orientamento e sul reale peso del cosiddetto “voto cattolico” il quale è divenuto, ormai, solamente un flatus vocis irrilevante di commentatori e di nostalgici. In realtà, è in atto in Occidente uno scollamento fra il cattolicesimo e gli ambienti popolari che deve indurre i credenti del XXI secolo a domandarsi se siano divenuti solamente una sorta di autoreferenziale élite intellettuale. Quest’ultima, anche se si presenta con un linguaggio progressista, pare riprodurre quasi esclusivamente le istanze di conservazione del proprio mondo ovvero di se stessa. Inoltre, a livello locale e nazionale, la medesima comunità ecclesiale – oltre a qualche critica non sempre composta verso il mondo della politica e dei politicanti – pare non abbia partorito nulla di rilevante.

Quando nel 1919, a seguito della pubblicazione dell’Appello a tutti gli uomini liberi e forti, Lugi Sturzo proponeva nello scenario politico italiano il Partito Popolare, lo faceva consapevole di avanzare un’idea e un progetto sostenuti dalla frequentazione, e perciò dalla capacità di rappresentazione autentica, delle attese della povera gente. In sintesi, i popolari capeggiati dal presbitero di Caltagirone erano capaci di ascoltare e di avanzare le istanze delle periferie poiché la maggior parte di loro erano stati periferici ovvero avevano vissuto come la povera gente.

In occasione del primo incontro con i Movimenti popolari, svoltosi a Roma nel 2014, papa Francesco affermava: «Voi non lavorate con le idee, lavorate con la realtà. Avete i piedi nel fango e le mani nella carne. Odorate di quartiere, di popolo, di lotta! Vogliamo che si ascolti la vostra voce che in generale si ascolta poco. Forse perché disturba […] ma senza la vostra presenza, senza andare realmente nelle periferie, le buone proposte e i progetti che spesso ascoltiamo restano nel regno dell’idea».

Le parole del vescovo di Roma, a mio parere, sono indirettamente rivolte a quanti in Italia e nel resto dell’Europa desiderano impegnarsi nel sociale e in politica a partire dall’ispirazione cristiana. Con il suo discorso franco e diretto, Francesco ci induce sulla soglia di alcuni quesiti fondanti circa l’impegno odierno dei cattolici in politica legati alla nostra capacità di ascoltare, di vivere e di rappresentare le periferie e, dunque, di avanzare proposte politiche che odorino realmente di giovani, di migranti, di anziani, di quartiere, di disagio.

Con l’esortazione apostolica Evangeliigaudiume l’enciclica sociale Laudatosi’, il papa venuto “dalla fine del mondo” invita a realizzare una nuova mediazione fra Vangelo e politica affinché si possa, anzitutto, tornare a pensare politicamente all’interno delle comunità credenti. I grandi leader del passato, da Luigi Sturzo ad Aldo Moro, sono sorti non da fughe solitarie di singole intelligenze ma da un cammino ecclesiale di pensiero e di ascolto delle periferie durato decenni. Dopo il cinquantennio di gestione del potere da parte del partito della Democrazia Cristiana, è giunto il momento per i cattolici di tornare ad avere “i piedi nel fango e le mani nella carne” ovvero di vivere come i periferici per riuscire nuovamente a rappresentarli.

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