Lettera aperta di Rocco Gumina: “Per un rinnovato e comune impegno verso la cosa pubblica”

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Il nuovo dunque sì, ma il nuovo capito,
dominato, voluto da noi stessi per quello
che siamo stati e che siamo
(Aldo Moro, 1968)

Mercoledì 30 maggio si è svolto a Caltanissetta un convegno – organizzato da diverse associazioni e centri studi locali – che tramite i contributi del prof. Enzo Balboni e del prof. Andrea Piraino ha permesso una riflessione sulla memoria e sul futuro del cattolicesimo democratico. Lungi dal sostenere la non più attuale convergenza dei cattolici in un unico contenitore partitico, gli esiti tematici della manifestazione spingono i credenti – insieme al resto dei cittadini – verso un rinnovato e comune impegno per la “cosa pubblica”.
Nel 1968, Aldo Moro pronunciava un discorso al Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana che, in alcuni passaggi, sintetizza la qualità della proposta di cultura e di azione politica del cattolicesimo democratico. In quell’occasione, lo statista pugliese si chiedeva: «Perché mai dovremmo cessare di essere dei cattolici democratici, dato che, anche attraverso esperienze difficili, questa duplice e non presuntuosa qualificazione non ci ha impedito di fare tutto il nostro dovere per la difesa della libertà, per la salvaguardia del dialogo politico, per il promovimento di tutte le evoluzioni che apparissero utili nel trascorrere del tempo e nelle sovrane maturazioni della vita democratica? […] Il nuovo dunque sì, ma il nuovo capito, dominato, voluto da noi stessi per quello che siamo stati e che siamo». La riflessione di Moro mostra come l’esperienza del cattolicesimo democratico poggia le sue radici sulla teoria politica del popolarismo sturziano il quale, sopravvissuto alle ideologie totalitarie del XX secolo, risulta ancora attuale in molte delle sue intuizioni di partenza. Così, l’opera politica e culturale delle grandi figure del cattolicesimo democratico – come Dossetti, Moro, Ruffilli, Mattarella, Lazzati, La Pira, Mortati – si fonda sull’esperimento del Partito Popolare e ne realizza una peculiare declinazione.
Ad alimentare le linee programmatiche e lo spessore culturale del cattolicesimo democratico sono tre elementi mutuati dall’esperienza sturziana e radicati in una visione che lega in modo indissolubile la tensione alla libertà con la ricerca della giustizia sociale. Il primo elemento è l’ispirazione cristiana che sostiene l’impegno politico da un lato tramite un orizzonte etico dall’altro attraverso l’apertura alla trascendenza nel pieno rispetto dell’aconfessionalità dei partiti e della laicità dello Stato. Inoltre, l’attività politica condotta a partire dall’ispirazione cristiana considera come passaggio obbligato il confronto con l’insegnamento sociale della chiesa imprescindibile per coloro che da credenti desiderano animare il mondo del volontariato, della cultura, dell’economia e, naturalmente, della politica. Il saldo radicamento nel sociale e nei territori è il secondo elemento tipico dell’azione politica del cattolicesimo democratico. Si tratta della capacità di riconoscersi nelle comunità di appartenenza e di prospettare per queste piani di sviluppo volti alla difesa dei più deboli e alla proposizione di iniziative politico-amministrative di stampo solidaristico. Infine, la fedeltà al metodo democratico raffigura il terzo elemento che contraddistingue questa peculiare esperienza politica. La prassi democratica esercitata ad ogni livello – sia questo istituzionale o di base– evita tanto l’ascesa di leader in grado di disintegrare la comunità quanto la formulazione di programmi assai vincolanti che annullano ogni possibilità di discernimento comunitario. Questi tre elementi specifici del cattolicesimo democratico possono essere reinterpretati tramite la testimonianza politica, culturale e spirituale di uomini come Dossetti, Lazzati e Moro.
In un’intervista apparsa nel 1993 sulla rivista Bailamme, Giuseppe Dossetti – ormai anziano monaco ma già costituente e leader della sinistra giovane della Democrazia Cristiana ai tempi di Alcide De Gasperi – tornava a riflettere sul legame fra spiritualità e politica. Dalla sua analisi, emerge che non esiste un’incompatibilità di fondo fra attività politica e ricerca spirituale ma quest’ultima, per un credente, va vissuta nel profilo della gratuità e del servizio. Infatti, per Dossetti, la spiritualità può offrire una certa profondità e dignità alla politica in grado di farle superare una prospettiva legata esclusivamente al “fare” progetti e propositi. Giuseppe Lazzatiesortava i cattolici italiani a divenire protagonisti in vista della costruzione, insieme agli altri, della “città dell’uomo a misura d’uomo”. In quest’impegno, a parere dell’allora rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, i cristiani sono invitati ad evitare due estremismi riprodotti da un lato dall’individualismo tipico delle società iper-capitalistiche dall’altro dal collettivismo affermatosi nelle dittature comuniste. Pertanto, secondo il “professorino”, i cattolici devono proporre una cultura personalista capace di accompagnare la politica non solo nelle sue fasi preparatorie ma anche in quelle realizzative e progettuali al fine di coinvolgere tutti i soggetti della società come le famiglie, le associazioni, le corporazioni, le imprese, i sindacati e i partiti. Aldo Moro riteneva che la costituzione italiana era fondata su tre pilastri configurati dalla declinazione politica, sociale e largamente umana della democrazia. Secondo lo statista pugliese, era lo Stato l’ente principale chiamato a sostenere – insieme ai partiti e a tutti i corpi intermedi – lo sviluppo della democrazia sino a giungere alla fase della sua piena maturità.
Oggi i partiti sono prevalentemente dei cartelli elettorali sprovvisti quasi del tutto di cultura politica. Richiamarsi all’esperienza del cattolicesimo democratico non è un’operazione di passatismo o di mera nostalgia. Difatti, rileggere la storia e i protagonisti di questa peculiare visione politica serve per affermare l’urgente bisogno di una solida cultura politica nel nostro Paese. Scoppola e Martinazzoli erano convinti che la fine della Democrazia Cristiana andasse compresa secondo lo schema per il quale l’unità dei cattolici in politica non è un dogma ma nemmeno un’eresia. Pertanto, ripassare la lezione politica e culturale del cattolicesimo democratico in Italia potrebbe rappresentare l’occasione per un rinnovato e comune impegno dei cattolici – insieme a tutto il resto della comunità locale e nazionale – verso la “cosa pubblica”.

Rocco Gumina

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