Leonardo Messina depone al processo "Stato-Mafia". "Mi dissero che la mafia si sarebbe fatta Stato"

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Leonardo Messina, “narduzzu”, prima mafioso e poi pentito sancataldese, ha deposto stamane al processo sulla trattativa “Stato-Mafia”, in corso in corte d’Assise a Palermo. A interrogarlo il PM Nino Di Matteo.

“Borsellino (Paolo, il magistrato ucciso interrogò Messina 15 giorni prima della strage di via D’Amelio, ndr.) mi disse: a noi serve solo la verità, non le congetture o i pensieri. E così ho iniziato a collaborare parlando per ore mentre lui mi stava ad ascoltare”. Così il pentito Leonardo Messina ha risposto alle domande del pm Nino Di Matteo, al processo per la trattativa Stato-mafia. Messina, campomastro nella miniera di Pasquasia, inizia ufficialmente a collaborare a partire dal 26 giugno 1992, ha riferito i particolari del suo doppio giuramento. “Sono nato e cresciuto nell’ambiente di Cosa nostra, in particolare con gli uomini d’onore di Caltanissetta. Quando mi sono sposato nel 1978 abbiamo fatto con mia moglie un giuramento in chiesa, davanti a Dio, in cui abbiamo giurato di onorare la mafia tutta la vita”. “Sono uomo d’onore che ha giurato due volte, la prima da uomo d’onore riservato con Luigi Calì, successivamente c’è stata una guerra di mafia, mi hanno richiamato e ho dovuto giurare pubblicamente con la famiglia San Cataldo nel 1982”. “Dall’82 fino a quando ho collaborato con la giustizia ho rivestito degli incarichi in Cosa nostra a Caltanissetta. Nel 1985 fui nominato sotto capo”.

Leonardo Messina ha parlato di mafia e politica e in particolare di quegli anni turbolenti nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. “Io ero con Borino Micciché e altri uomini d’onore e mi è stato detto chiaramente, tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, che c’era una commissione nazionale che deliberava tutte le decisioni più importanti. Una commissione in cui sedevano i rappresentanti di altre organizzazioni criminali e il cui capo era Totò Riina”, ha detto Messina. “Un giorno c’era Umberto Bossi a Catania. Dissi a Borino Micciché: questo ce l’ha con i meridionali e gli dissi ‘vado e l’ammazzo’. Mi disse di fermarmi: questo è solo un pupo. L’uomo forte della Lega è Miglio che è in mano ad Andreotti. Si sarebbe creata una Lega del Sud e la mafia si sarebbe fatta Stato”.

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