L'emendamento Pagano al centro di un "caso" nazionale. Dove finisce la privacy e inizia il diritto di cronaca?

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“Prevedere che chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni. La punibilità è esclusa quando le riprese costituiscono prova nell’ambito di un procedimento dinnanzi all’autorità giudiziaria o siano utilizzate nell’ambito di esercizio del diritto di difesa”.
E’ questo il testo dell’emendamento a firma del deputato nisseno di Ncd, Alessandro Pagano, componente della commissione giustizia alla Camera nell’ambito della Delega al Governo in materia di riforma del processo penale. Legge delega che approda domani alla Camera e che prevede anche l’obbligo di chiudere le indagini entro tre mesi da parte della Procura.
Molti hanno definito quello di Pagano “emendamento bavaglio”, altri hanno invece sottolineato la necessità di maggiori tutele della privacy da inserire in un ordinamento non al passo con le evoluzioni tecnologiche, visto che diviene oggi estremamente semplice intercettare o registrare qualcuno illegalmente.
Ad ogni modo l’emendamento ha creato un vero e proprio caso politico nazionale, soprattutto perché Ncd difende  a spada tratta l’emendamento del proprio deputato, Alessandro Pagano, mentre il PD non ha proferito commenti, se si escludono i dubbi palesati dal Ministro della Giustizia che però non ha chiarito i confini di eventuali modifiche da apportare.
L’emendamento prevede il carcere per chi, anche giornalista, dovesse pubblicare riprese o file audio registrati in modo fraudolento, che possano macchiare la reputazione del soggetto registrato a sua insaputa. Chiaramente si rapportano due principi altrettanto sacri dell’ordinamento. Il diritto di critica e di cronaca e quello alla privacy. In tal senso va innanzitutto sottolineato come il diritto alla privacy sia attenuato per chi ricopre incarichi pubblici. Poi, nella legge delega, andrebbe elencato, in positivo sotto il profilo giuridico, quali sono i casi in cui la reputazione viene macchiata, operazione difficile se messa in relazione alla valenza delle registrazioni sotto il profilo penale.
Se esse costituiscono “prove” in un procedimento penale non saranno punibili. Potrebbe però capitare, come avvenuto per “Mafia Capitale” e altre inchieste condotte da trasmissioni di giornalismo d’inchiesta come Report, Piazza Pulita, Le iene, che quelle stesse registrazioni non abbiano rilevanza penale all’atto della pubblicazione ma possano costituire prove in successive indagini, magari partite parallelamente o indipendentemente, anche molto tempo dopo.
Il giornalista che viene così denunciato, indagato ed eventualmente condannato (mettiamo il caso che scelga il rito abbreviato), potrebbe poi vedere due anni dopo quelle stesse registrazioni, (ovvero ciò che ha pubblicato di quelle registrazioni) entrare nel fascicolo di un’indagine quali prove a supporto dell’accusa. Quelle stesse registrazioni per cui è stato condannato, dunque, diventano prove in un processo che lo scagionano a posteriori?
Anche questo è un problema non da poco.
Viceversa si pone un grave problema di privacy in una società in cui l’uso della tecnologia è sempre più massiccio e dove con pochi euro chiunque può acquistare attrezzature per captare video, audio e foto. Strumenti che fino a pochi anni addietro erano ad appannaggio di società qualificate e che oggi anche un adolescente è in grado di utilizzare. Questo significa la giungla, perché non si può stabilire a priori se una conversazione sia penalmente rilevante e il divieto finirebbe per creare inevitabili commistioni tra informazione e giustizia. Come spiegato da autorevoli giuristi e giornalisti, l’informazione deve fare inchieste indipendentemente dalle rivelazioni o dalle fughe di notizie delle Procure. Il giornalismo, in altre parole, ha diritto di fare inchiesta al di là dei procedimenti giudiziari.
Il giornalista, prima di pubblicare qualcosa, con la nuova legge, dovrà essere certo che quella registrazione potrà inguaiare chi l’ha subita. Mentre oggi la valutazione della pubblicabilità di una registrazione attiene alla sua valenza di interesse pubblico in relazione alle fonti che l’hanno prodotta, in futuro, alla luce del distinguo del “penalmente rilevante” il giornalista potrebbe sentirsi autorizzato a svolgere inchieste non per il solo dovere di informare, ma per incidere, a sua tutela, in un procedimento penale. Vi sarebbe dunque una distorsione di poteri. Anche perché, in teoria, il giornalista non è tenuto ad essere a conoscenza dei particolari di indagini in corso, alla luce delle quali potrebbe decidere se pubblicare o meno la registrazione, provocando così il rischio di una commistione tra inchieste della magistratura e inchieste del giornalismo.
“Il tema dei colloqui rubati impatta certamente sulla privacy, ma molte volte è così che si colpiscono i criminali”, ha detto il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.
Il deputato nisseno di Ncd, Alessandro Pagano, chiede al contrario che non venga ammessa alcuna modifica all’impianto dell’emendamento, aprendo in modo seppur timido, alla rimodulazione delle pene previste.
“E’ punito chiunque diffonda registrazioni fraudolentemente effettuate al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui. Se uno fa giornalismo vero di certo non potrà essere punito”. Una piccola apertura sulle pene: “Siamo pronti a confrontarci. Non sono un dogma. Ma bisogna restare dentro questa logica. L’alternativa è la logica dei Cinque stelle, mentre questa è una battaglia di civiltà. Non si può tornare indietro”. Neanche se il prezzo politico per la maggioranza dovesse alzarsi? “Per il Nuovo centrodestra si tratta di un punto irrinunciabile”.
Il problema è che se una registrazione “inguaia” un politico, un presidente di regione, un sindaco, nel suo profilo pubblico, perché magari viene messa a conoscenza dei lettori una “magagna”, in quel momento sicuramente ci sarà un danno alla reputazione. E’ però molto difficile  distinguere se il “fine” del giornalista era quello di danneggiare la reputazione o solo la conseguenza di una legittima inchiesta giornalistica che puntava ad altro. Una formulazione, dunque, non casuale, che nell’idea di chi ha concepito l’emendamento, il deputato Pagano, punta in qualche modo a tutelare i giornalisti. Una formulazione, però, forse un po’ generica, non troppo garantista, che andrebbe meglio esplicata nella legge delega, altrimenti, come sempre purtroppo accade, sarà interpretata dal giudice delle leggi o del giudice ordinario.
 

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