Leandro Janni: “Di Peppino Impastato e di Michele Abbate, che amavano la vita, la poesia e la politica”

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«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».

Queste sono parole di Peppino Impastato, giornalista e militante di Democrazia Proletaria. Un uomo che, nella sua città natale, Cinisi, ha lottato contro la mafia fino all’assassinio, il 9 maggio del 1978. Lo uccisero alla vigilia delle elezioni, nella notte tra l’8 e il 9 maggio. Peppino si era candidato come consigliere comunale. Il suo corpo e quello di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, ucciso dalle Brigate Rosse, vennero ritrovati lo stesso giorno. Mi sono venute in mente le parole di Peppino Impastato lo scorso 7 maggio 2019, nel corso della suggestiva manifestazione in ricordo del nostro
Michele Abbate, al teatro comunale Regina Margherita. Così come mi sono venute in mente, inevitabilmente, tante immagini legate a Michele. Vent’anni sono trascorsi da quel tragico 7 maggio del 1999: alle 18.25, Michele Abbate fu accoltellato davanti all’ingresso dello studio in cui esercitava la professione di medico, in via Consultore Benintende, da “un carusazzu” (Antonio William Pilato) che si diede alla fuga. Michele morì poco dopo nel reparto di rianimazione dell’ospedale Sant’Elia, a causa
delle ferite riportate all’addome e al torace. Pilato fu poi arrestato e condannato a trent’anni di carcere. Ad ogni modo, quelle coltellate non hanno ucciso soltanto una persona, un uomo, il Sindaco della città di Caltanissetta: hanno ucciso – per sempre – una parte di noi. Ma torniamo alla manifestazione che ha avuto luogo al teatro Regina Margherita: dopo un toccante monologo di Giorgio Villa, protagonisti sono stati i giovani alunni e studenti delle nostre scuole, gli universitari. Musica, canti, versi, danza, teatro. Tutto all’insegna della bellezza e della poesia. Un modo perfetto di ricordare Michele Abbate. Per ricordare la sua gioia di vivere. La sua, la nostra idea di città. Il suo, il nostro progetto politico di città basato sulla tutela e valorizzazione della cultura. Diciamolo: una città, Caltanissetta, ricchissima di arte e di bellezza, malgrado tutto. Malgrado l’esistenza di tanti «orrendi palazzi». Ecco: insegniamo la bellezza (bellezza come splendore del vero), la storia, la complessità di questa nostra città, di questa nostra terra, ai ragazzi. O meglio: condividiamo la bellezza, la storia, la complessità con i nostri ragazzi. Insieme al dolore, alla forza e alla consapevolezza. All’impegno. Nel solco di Peppino Impastato e di Michele Abbate, che
amavano la vita, la poesia e la politica.

Leandro Janni – Presidente di Italia Nostra Sicilia

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