Lavoratori del reddito minimo, parte la battaglia legale per il riconoscimento di un contratto dopo 15 anni di servizio

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Il sindacato Snalv Confsal comunica che il proprio Ufficio Legale ha presentato al giudice del lavoro di Enna i ricorsi relativi al riconoscimento della qualifica di lavoratori per i beneficiari del reddito minimo d’inserimento (ex Rmi) poiché “nonostante da anni espletano ininterrottamente attività lavorative negli uffici comunali, percepiscono solo un sussidio proporzionato al numero dei componenti il nucleo familiare”.

Sono stati presentati i ricorsi relativi al Comune di Barrafranca e presto si annuncerà il deposito di altri ricorsi riguardanti altri Comuni e, in particolare, quello di Caltanissetta.

La decisione di adire la magistratura è stata assunta dopo che “le lotte e le mobilitazioni sindacali contro la Regione per il riconoscimento non ha avuto finora l’effetto sperato. Anzi con le ultime leggi regionali e statali, si è arrivati al paradosso per cui per i nuovi cantieri di sevizio trimestrali per disoccupati e per i fruitori del reddito di cittadinanza (in attesa di offerte di lavoro) sono stati previsti compensi superiori a quelli erogati ai lavoratori RMI a parità di ore espletate e di compiti svolti. Una palese e insopportabile ingiustizia”.

Il sindacato parla di “inammissibile e odioso sfruttamento della Pubblica Amministrazione che consente ormai da più di 15 anni ai Comuni della provincia di Enna e di Caltanissetta di utilizzare ininterrottamente questi lavoratori senza versare agli stessi i contributi previdenziali e compensandoli con un’indennità pari a circa un terzo della normale retribuzione oraria. Di fatto un lavoro in nero”.

“Il misero sussidio legato al nucleo familiare – prosegue il segretario Manuel Bonaffini – peraltro mai adeguato al costo della vita, aveva un senso e una sua logica allorché nel 2005 la Regione, nell’ambito delle politiche di coesione sociale per fronteggiare la povertà e la disoccupazione, istituiva i Cantieri di Servizi Comunali per gli RMI prevedendoli però temporalmente definiti per attività straordinarie e di supporto ai servizi comunali in attesa di uno sbocco lavorativo. Tutto invece è rimasto come allora, nessuno dei beneficiari ha trovato lavoro ed i Comuni non solo li utilizzano come dipendenti comunali in compiti di istituto ma hanno, perfino, adottato un Regolamento che prevede sanzioni disciplinari in caso di inadempimenti degli stessi stando a significare che disimpegnano le attività come i dipendenti comunali”.

“Lo Snalv – conclude la nota – è fiducioso e spera in una sentenza di accoglimento dei ricorsi, peraltro la stessa Cassazione con diverse sentenze ( n°17014/17 e n° 6155/18 ) ha stabilito: “che in caso di svolgimento di una prestazione lavorativa in tutto sovrapponibile a quella degli altri dipendenti non può invocarsi la natura assistenzialista del rapporto instaurato tra le parti; in tal caso il rapporto di fatto intercorso come subordinato resta regolato dall’artt. 2126 del codice civile”. Norma che prevede una retribuzione proporzionata al lavoro svolto sufficiente per mantenere con decoro la propria famiglia in linea con l’art. 36 della nostra Costituzione”.

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