“L’amore in famiglia è un’opera artigianale”. Intervista alla prof.ssa D’Addelfio

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spremutaSi è svolta venerdì 17 marzo, presso la Facoltà teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista” di Palermo, la X giornata di catechetica. Il tema sviluppato dal convegno, legato all’esortazione di Francesco Amoris laetitia, è stato “Nulla è più esigente dell’amore”. Sulle questioni sollevate dalla giornata, abbiamo intervistato una delle relatrici dell’incontro, la prof.ssa Giuseppina D’Addelfio che insegna Filosofia dell’educazione e Pedagogia generale presso l’Università di Palermo.

Ad un anno dalla pubblicazione dell’Amoris laetitia si torna a riflettere sull’importanza di un amore esigente in famiglia. Nella società liquida del nostro tempo, quale significato assume tale espressione?

Come è noto, è stato innanzitutto il sociologo Z. Bauman ad aver ampiamente parlato della società contemporanea come società liquida. In più di uno scritto, egli ha osservato che la nostra vita sociale, diversamente da quella delle generazioni che ci hanno preceduto, privata di “ancoraggi” forti, è segnata da una crescente imprevedibilità e velocità dei cambiamenti. Altri autori, come U. Beck, hanno parlato di biografie sempre più “destandardizzate”. Ne deriva in primo luogo una profonda incertezza esistenziale: dire che, per lo più, l’uomo contemporaneo è, nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni affettive, liquido significa registrare il fatto che, proprio perché privato degli ancoraggi tradizionali del passato, è incerto, precario e fluttuante; è incapace di fermarsi, restio a riconoscere confini netti e forme “solide”. Rispetto a ciò, dire che l’amore è “esigente” significa cambiare prospettiva: si riconosce l’amore come un impegno e un progetto esigente, se il punto di fuga non è il singolo individuo, ma qualcosa di più grande. Un progetto di vita matrimoniale che “esige” innanzitutto una capacità di “allocentrismo”, cioè di mettere al centro qualcosa di diverso dall’io, qualcosa di altro, radicalmente altro. Si tratta poi, avendo cambiato prospettiva, di mettersi in cammino, poiché il legame non permane in modo naturale ma è il frutto di un percorso formativo e costante che deve vedere attivamente coinvolti i coniugi. Contro lo spontaneismo e l’improvvisazione esistenziale che la società liquida sembra avallare, oggi la coppia va educata ad una maggiore consapevolezza rispetto all’importanza di curare adeguatamente il legame coniugale: occorre non lasciarlo morire e avvizzire nella convinzione che questo sopravviva da solo, in modo spontaneo. L’amore di coppia implica una cura reciproca dell’altro: del tu del coniuge, ma anche del noi della coppia.

In famiglia, per Francesco, l’amore esigente deve farsi carico delle fragilità. Una prospettiva piuttosto difficile da concretizzare in un’epoca dominata dall’esclusiva ricerca del successo individuale. Qual è il suo pensiero su questo tema?

Occorre, come ha detto un’autrice, la Tronto, cambiare gli assunti di base sull’essere umano: interrogarsi sui chi siamo, su chi vogliamo essere e, quindi, sul tipo di persone che desideriamo diventino coloro che sono affidati alle nostre cure. Finché il modello di persona sarà il self-made man vivremo vittime dell’inganno simbolico, secondo il quale ciascuno si fa da sé. E finché il modello delle relazioni intersoggettive sarà il contratto sociale – cioè l’idea di uno scambio di reciproche utilità fatto in attesa di contraccambio, e tra persone tutte ugualmente autonome e indipendenti – non ci sarà spazio per vivere relazioni gratuite. Eppure è solo la gratuità, quindi l’impegno al dono e non la preoccupazione dello scambio, a rendere accettabile, sensata e desiderabile la cura della fragilità di ciascuno. Dobbiamo educarci a pensare che noi siamo i nostri legami significativi e che il nostro profilo viene disegnato proprio mentre ci prendiamo cura degli altri, senza attesa di contraccambio.

Cosa significa valorizzare le differenze all’interno della comunità familiare?

Significa ricercare una unità senza pretendere l’uniformità. Significa ancora una volta accettare che l’io non è il punto a partire dal quale si dischiude l’orizzonte, ovvero che senza capacità di decentramento empatico l’orizzonte è sempre molto ristretto.

Valorizzare le differenze significa saper accogliere il punto di vista dell’altro, senza voler imporre il proprio; quindi saper chiedere sempre permesso – come suggerisce Papa Francesco – anche nei confronti di chi ci è più vicino, e tanto “familiare” da diventare scontato, per non essere mai invadenti. Valorizzare le differenze significa anche saper accogliere i tempi dell’altro, senza volervi sovrapporre – imporre i propri. Ogni famiglia è un organismo vivo che ha i suoi specifici tempi di crescita e, all’interno di ogni famiglia, ciascuno ha i suoi tempi e vive il suo cammino personale. Al contempo, valorizzare le differenze significa comprendere e vivere la famiglia come un sistema relazionale dove il tutto è sempre maggiore della somma delle parti e il noi non è solo la giustapposizione di più io. Tenere presente tutto questo, aver cura di tutto questo è un lavoro non facile; e non lo è soprattutto oggi. Per questo c’è bisogno di un costante sostegno educativo alla coniugalità e alla genitorialità.

Alla giornata di catechetica, si è più volte ribadito che l’amore, specialmente quello vissuto in famiglia, è un’opera artigianale. In che senso?

L’amore in famiglia è un’opera artigianale appunto perché è un lavoro impegnativo, che richiede grande pazienza e attenzione ai dettagli. Soprattutto richiede tempo: nell’amore familiare occorre saper tollerare la fatica ed essere insistenti; talvolta persino ostinati. Il lavoro è artigianale, poi, perché richiede – per usare un’espressione tipica della pedagogia ignaziana che ovviamente Papa Francesco in molti passaggi riecheggia – una cura delle persone nella loro specificità e irripetibilità: ogni opera del lavoro artigiano è qualcosa di unico e irripetibile. Proprio in nome di quella cura delle differenze di cui si diceva prima, non c’è una formula che possa venire usata in modo pedissequo in ogni situazione. Piuttosto, sono richieste, insieme alla pazienza e all’attenzione, anche fantasia e creatività.

Fra i temi legati al matrimonio e alla famiglia, vanno connessi anche il fidanzamento, il sacrificio, il perdono, l’alterità e il dono. Questi termini hanno un significato comune nell’epoca della post-modernità?

Apparentemente questi termini non hanno più alcun significato oggi. A un primo sguardo, infatti, sembra che solo in passato queste parole abbiano avuto un significato chiaro e che questo sia ormai irrimediabilmente perduto. A ben guardare, però, proprio l’epoca tarda che stiamo vivendo – un’epoca in cui è chiaro che qualcosa è tramontato ma non sappiamo quale alba stia sorgendo – apre possibilità inedite. Proprio nel nostro tempo, ormai privo degli ancoraggi del passato, prima assunti spesso in modo dogmatico e acritico, si aprono nuove possibilità di autenticità. Per fare solo due esempi: se in passato, sposarsi era una scelta scontata e per molti aspetti obbligata, proprio il fatto che oggi non sia più così offre la possibilità di sposarsi davvero per scelta, con consapevolezza, capacità di dono e, soprattutto, per rispondere ad una vocazione (e non, per esempio, ad una convenzione sociale); se in passato i ruoli e le aspettative legate all’esser marito e all’esser moglie erano rigidamente fissati, oggi si aprono spazi nuovi – sebbene non facili da percorrere – per scoprire e rispettare davvero l’alterità dell’altro e la sua dignità personale.

Concretamente, a suo parere, nella vita familiare che valore può avere l’espressione di Francesco “la realtà è superiore all’idea”?

Si tratta di una meta formativa elevata per la vita familiare; e importantissima. Per quello che ne comprendo, infatti, mi sembra alluda innanzitutto al fatto che il primo compito della vita familiare è essere obbedienti alla vita reale che si vive: alle sue condizioni specifiche, ai suoi limiti. Non serve a nulla, anzi può arrecare solo danni, invidiare o – mi si passi l’espressione – desiderare di vivere la vita d’altri. Essere in tal modo obbedienti non significa però accettare passivamente le cose così come sono; significa accogliere la propria realtà, con uno sguardo oggettivo, paziente e – come dicevo prima – fantasioso, per poi eventualmente provare a cambiarla.

Tenendo presente che la realtà è superiore all’idea, ciascuno nella vita di famiglia è chiamato ad amare l’altro: i coniugi sono chiamati a – e ricevono nel sacramento la grazia necessaria per – amare l’altro così come è, con tutti i suoi limiti e non perché è il marito ideale o la moglie ideale, o nell’intento di cambiarlo/la a tutti i costi (e a propria immagine!). E lo stesso vale per i rapporti tra genitori e figli. D’altra parte, solo così, cioè a partire da un gesto di amore incondizionato e accogliente, si può sperare di generare nell’altro quell’energia trasformante che potrebbe dargli lo slancio necessario per mettersi in cammino per cambiare e migliorare, ove necessario.

Ed è bene tenere sempre a mente, e nel cuore, che quando l’idea diventa superiore alla realtà, si scade nell’ideologia e in nome di essa si dimentica facilmente – anche dentro le mura domestiche – il valore, la dignità e la bellezza delle persone concrete e reali.

Pertanto, dire che la realtà è superiore all’idea, significa anche saper dire sempre che ne vale la pena: la pena, cioè la fatica e spesso anche la sofferenza da attraversare, meritano di essere percorse per la promessa di felicità, di pienezza di vita, sempre sovrabbondante nella realtà familiare.

Intervista a cura di Rocco Gumina

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