La teleriabilitazione : come cambiano le relazioni d’aiuto

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Riceviamo e pubblichiamo da Jessica Napoli, operatore per la disabilità e laureanda in Scienze dell’Educazione

Le nuove dinamiche sociali ed i relativi cambiamenti in merito ai bisogni dei cittadini sulla salute, hanno sicuramente richiesto un’integrazione strutturale e metodologica, nell’erogazione di determinate tipologie di servizi socio- sanitari. Tanti, erano e sono tutt’ora restii nell’ affiancare una pratica di riabilitazione, sostanzialmente alla tecnologia. La relazione ed il contatto, sono da sempre infatti addirittura parti integranti e requisiti essenziali, che conducono l’individuo, anche più efficacemente, verso il buon esito. Tuttavia non si può allo stesso tempo negare, quanto la multimedialità sia stata e continui ad essere fondamentale, in questo periodo di emergenza sanitaria. I vantaggi sono diversi. L’Oms definisce la tele riabilitazione come “l’erogazione di servizi di cura ed assistenza, in situazioni in cui la distanza è un fattore critico, da parte di qualsiasi operatore socio- sanitario,dove gli obiettivi sono la diagnosi, il trattamento e la prevenzione di particolari patologie”. I settori di applicazione vanno dalla fisioterapia alla logopedia, fino ad interventi psico- educativi o alla neurologia. E’ chiaro che una delle difficoltà maggiori per un operatore, è cercare di compensare questa “distanza” attraverso la qualità della relazione, dove dovrà appunto impiegare con competenza anche i suoi strumenti e le sue tecniche. Nei contesti socio educativi, che riguardano ad esempio la disabilità intellettiva, psichica o sensoriale, esistono tre diverse modalità di “incontro” del genere: quella sincrona ( operatore e utente interagiscono simultaneamente), asincrona e mista, dove peraltro possiamo scegliere tra una pluralità di strumenti: le app, le chat, le video chat o piattaforme specifiche.

Un’altra criticità della riabilitazione a distanza sta nel fatto che è consigliabile portarla avanti nel caso in cui l’utente sia stato preso in carico, in passato, “in presenza”, e non “ex novo”. Sicuramente è un grandissimo aiuto, che non permette di interrompere le cura per nessuna ragione, tuttavia la persona deve sempre percepire il rapporto con l’altro, deve in altre parole conoscerlo realmente. Un altro vantaggio è un coinvolgimento familiare ancora più ingente, laddove appunto i caregiver devono in qualche modo diventare il trait d’union tra le due parti. Anche in questa sede potranno strutturarsi interventi individuali e di gruppo. Nel primo caso il grande vantaggio sarà sfruttare l’ambiente domestico, sia per lavorare sulle abilità di vita quotidiana tramite un approccio psico- educativo o cognitivo comportamentale( in base alla patologia di cui parliamo), sia ( soprattutto per gli adulti) per evitare un ambiente “medicalizzato”. Gli interventi di gruppo hanno invece dei presupposti importanti, come la fiducia, l’interdipendenza reciproca, i giusti stimoli ed informazioni chiare e precise. Per cosa possiamo usarli? Training metacognitivi, mindfulness, interventi con la famiglia o attività di problem solving. In entrambe le situazioni sarà importante predisporre un clima adeguato, quasi per preparare chi sta dall’altra parte dello schermo, alla ripresa del piano terapeutico. Pur non avendo per ovvie ragioni molti dati da analizzare, un settore che sta riscontrando dei feedback positivi ( toccato con mano), è il trattamento dell’ autismo in età evolutiva con il modello ESDM (un modello evidence- based che lavora sulla socialità e la comunicazione),tramite giochi, applicazioni e piattaforme per lavorare su abilità sensoriali, motorie e cognitive, e dove la famiglia diventa ancora più importante.

Personalmente sono e sarò sempre a favore della presenza, dove possibile. Perché anche la comunicazione non verbale è più immediata. Perché è una modalità più indicata in molti casi e anche più “democratica”. Non tutti infatti hanno a disposizione reti internet ed ausili. E’ anche vero che bisogna smantellare questo pregiudizio della gente pensando anche ai pro. Innanzitutto il lavorare in sicurezza e senza il rischio di un contagio, ma anche la sua economicità, sicuramente non un fattore secondario.

Jessica Napoli

 

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