La proposta di “piùCittà”: Rocco Gumina intervista Marina Castiglione

567

A seguito dell’assemblea dei soci dell’associazione di promozione sociale “piùCittà”, svoltasi a Caltanissetta il 5 luglio presso la Casa delle culture e del volontariato “Letizia Colajanni”, abbiamo intervistato Marina Castiglione componente del direttivo del gruppo operante nella realtà nissena.

 

A maggio è nata a Caltanissetta l’associazione di promozione sociale “piùCittà”. Quale proposta avanzate alla comunità nissena?

Si può modificare una realtà conoscendola e valorizzandone i punti di forza: questa la nostra proposta. In realtà un gruppo di noi aveva cominciato ad incontrarsi già all’inizio dell’anno e abbiamo riflettuto a lungo se alla nostra esigenza di confronto facesse da contraltare un’analoga esigenza cittadina di vedere nascere una ennesima associazione. I nostri incontri hanno avuto come leitmotiv una riflessione sul nostro sentirci comunità dentro una città in cui spesso anche le buone idee vivono una breve stagione e poi si smorzano per mancanza di una chiara, coerente e pianificata azione o, peggio, per un tradimento delle premesse che avevano chiamato a raccolta l’impegno di molti. Tutti avevamo in comune l’impegno associativo, esercitato in diversi contesti e in diversi momenti, e tutti constatavamo che l’isolamento porta ad un impoverimento che la città non può più permettersi.

 

Troppi segnali preoccupanti spingono a vedere una sfaldatura nel tessuto coesivo della città, ferite aperte che restano senza rimarginature, sebbene non manchino sforzi di soggetti, anche collettivi. Le scuole lavorano bene, le parrocchie costruiscono momenti di incontro e solidarietà anche fuori dai momenti liturgici, le associazioni sportive non perdono di vista i più poveri e le disabilità, gruppi di cittadini si riuniscono attorno ad un’arte (penso alle tante corali cittadine o ai gruppi di ballo): eppure è come se non vedessimo quanto bene e bello ci sia in città.

 

Mentre il mercato globale si afferma come suprema forma di regolazione e di controllo dei conflitti e delle aspirazioni, le grandi imprese multinazionali della comunicazione e le nuove forme di politica xenofoba favoriscono meccanismi di sviluppo di culture individualiste. L’esito ultimo di queste pratiche sarà l’estinzione di quella civiltà della relazione e dell’impegno civile che tutti noi riteniamo essere un fondamento irrinunciabile della democrazia.

 

A fronte di queste derive ancor più forte deve essere, di converso, il convincimento che le identità nascono dalle disomogeneità, dalla dialettica, dalle soluzioni condivise. E dopo lungo riflettere abbiamo trovato nel nome piùCittà l’idea che ci teneva insieme: ossia quello di voler essere una comunità, non per un fatto anagrafico, non per un fatto geografico, non per un fatto ideologico, non per un fatto campanilistico, ma per una volontà di prenderci cura l’uno degli altri e gli altri dell’uno.

 

Caltanissetta è una città che si attarda a lamentarsi e giudicare, pochi si mettono realmente in gioco, offrendo parte del proprio tempo alla collettività: si è quindi pensato che non si ha il diritto di alzare la mano se con quella stessa mano prima non si sia fatto qualcosa per aiutare gli altri o per migliorare la vita comune. Come? Ribaltando la prospettiva che di solito siamo portati a considerare: prioritariamente deve avvenire un ripopolamento dei cittadini dentro la vita della propria comunità, soltanto a seguito e in conseguenza del quale sarà possibile il ripopolamento dei cittadini dentro le istituzioni.

 

 

Recentemente, l’associazione ha costituito dei laboratori permanenti su alcune tematiche inerenti le politiche culturali, sociali, giovanili e ambientali del nostro territorio. Di che si tratta?

Il Comitato Costituente ha visto nel gruppo che si è costituito professionalità e interessi diversificati che potevano essere messi a servizio di ambiti variegati. Spontaneamente si sono quindi aggregati quattro laboratori con un coordinatore ciascuno: Sociale e dello sviluppo di comunità (welfare, sanità, disagio, immigrazione, ecc…); Educazione e cultura (scuola, università, cultura, cittadinanza attiva, ecc…); Lavoro, occupazione e sviluppo economico (studi e analisi dei bisogni); Ambiente e qualità della vita (rifiuti, acqua, spazi urbani, sport, tempo libero, ecc…). Inoltre si è costituito uno Spazio giovani trasversale a tutti gli ambiti che intende privilegiare la formazione di una consapevolezza socio-politica, a maggior ragione oggi, quando i dati ci dicono che nella provincia di Caltanissetta la presenza dei NEET (ossia giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione) è la più alta di Italia e si assesta sul 45%. Questo dato ci mette in “concorrenza” europea con la Guyana francese e la regione di Severozapaden in Bulgaria (dati del Regional Yearbook 2017) e ci fa toccare con mano l’inconsistenza e l’inadeguatezza delle politiche nazionali e regionali su questa emergenza sociale che vanifica le possibilità disviluppo del territorio.

 

Se da un lato, però, questo dato ci fotografa una Caltanissetta inerte, dall’altro, il resoconto della SVIMEZ che quantifica in 42.000 studenti siciliani quelli che scelgono di proseguire gli studi universitari nelle regioni del Nord, dimostra che non mancano aspirazioni, intelligenze, capacità su cui le famiglie investono (si parla di tre miliardi di euro!) e che certamente troveranno dove e come esprimersi. Ahinoi, però, lontani dalla città che li ha visti crescere. Il che implica che già oggi gli investimenti delle famiglie (si pensi alle tasse universitarie, al costo degli affitti, dei viaggi, del tempo libero) non avvengono in città e neanche in Sicilia, ma si sono spostati al Nord.

 

Queste generazioni di emigranti economici e intellettuali non faranno famiglia a Caltanissetta e ciò produrrà ulteriore desertificazione anche nella popolazione scolastica dei prossimi anni: altri docenti saranno trasferiti, altri immobili svuotati. Ci sembrano temi su cui porsi delle domande, dato che, con il crollo demografico, la città andrà verso un invecchiamento con relativi problemi socio-sanitari, un collasso dei sistemi familiari a supporto, una riduzione del gettito fiscale, un abbandono del patrimonio immobiliare e un impoverimento produttivo complessivo. Il cambiamento parte dallo studio delle cause e di questo si occupano i laboratori.

 

Oltre ai laboratori che, quindi, raccolgono materiale per avere un quadro chiaro delle esigenze cittadine e per cercare di individuare metodi per rispondervi (e si consideri che molti di questi problemi avranno bisogno di soluzioni strutturali, come i gruppi di consumo collettivi), ci sono gli eventi per i quali abbiamo collaborato o che abbiamo promosso e attorno ai quali vogliamo fare formazione anche memoriale.

 

Abbiamo iniziato giorno 2 e continueremo giorno 17 luglio. Ci siamo concentrati su due tra i momenti più significativi della storia recente, per comprendere come la nostra terra sia stata al centro di azioni di depistaggio che hanno salvaguardato poteri e assetti impronunciabili, sacrificando la verità e la vita di lavoratori dello Stato: abbiamo scelto, quindi, la strage di Ustica e la strage di Via D’Amelio, coinvolgendo altre associazioni di Caltanissetta (la Rete degli studenti medi, Agenda Rossa) e di Palermo (Memoria e Futuro). Lo spazio giovani, inoltre, si è intestato un importante confronto sulle pratiche amministrative per giorno 25 luglio.

 

L’opera per la promozione sociale è già un fondamentale aspetto dell’attività politica. L’associazione ha escluso un impegno diretto per le prossime amministrative a Caltanissetta?

Faccio mia una massima di Antoine de Rivarol «La potenza è la forza organizzata, l’unione dell’organo con la forza. L’universo è pieno di forze che non cercano altro che un organo per diventare potenze. I venti, le acque sono forze; applicate a un mulino o a una pompa, che sono i loro organi, divengono potenza. Questa distinzione tra la forza e la potenza dà la soluzione del problema della sovranità nel corpo politico. Il popolo è forza, il governo è organo e la loro unione costituisce la potenza politica. Non appena le forze si separano dal loro organo, la potenza non c’è più. Quando l’organo è distrutto e restano le forze non c’è altro che convulsione, delirio o furore; e se è il popolo ad essersi separato dal suo organo, cioè dal suo governo, allora c’è rivoluzione».

 

L’associazione intenderebbe organizzare le forze che in questa città non mancano e farle esprimere di modo che esse diventino potenza per assumere un ruolo attivo nelle scelte politiche che riguardano la comunità.  Per fare ciò, il nostro primo passo consiste nel coinvolgere cittadini responsabili per la costruzione di un movimento che metta in rete esperienze, percorsi, progetti, contrassegnati dall’obiettivo del raggiungimento del bene comune. Ma per attuare il bene comune serve innanzitutto una comunità che lo sappia riconoscere e per fare questo bisogna incrementare il capitale civico attraverso percorsi di formazione, conoscenza, riflessione critica. Per questo, nella prima fase, ci siamo confrontati con l’associazione Idea e Azione di Palermo, con cui abbiamo svolto un breve ciclo di seminari motivazionali sull’etica politica. Abbiamo poi tessuto legami anche con altre associazioni cittadine con le quali potevamo condividere con certezza e nella aconfessionalità una piattaforma di intenti a sostegno della dignità dell’uomo, del lavoro come strumento per la realizzazione dell’autonomia e della libertà, della predisposizione di spazi aperti all’ascolto e al dialogo: le associazioni Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Impegno e Presenza, Luigi Sturzo, i centri studi Arcangelo Cammarata e Piersanti Mattarella, il MOVI, le ACLI.

 

L’impegno politico non è una malattia da scansare e non è un obbligo da assolvere. L’impegno politico è faticoso e mette in crisi anche le nostre vite quotidiane. Ci chiediamo, però, se noi siamo maturi e se è matura la città per vivere una stagione politica che scardini atteggiamenti deteriori e falsificazioni decennali di cui tutti, almeno come elettori, siamo stati compartecipi e se ci sia posto per una classe dirigente operativa e disinteressata. Noi pensiamo che si può ottenere il bene da un bene, non da un interesse. E non vorrei si dicesse che siamo idealisti: chi nei decenni, non sapendo approfittare di momenti economici e di una politica regionale e nazionale favorevoli ha prodotto la desertificazione e la depressione di un territorio, non credo abbia dimostrato pragmatismo, ma soltanto autoreferenzialità.

 

Oggi è tempo di fare la politica per non subirla. Una politica costruita dalla comunità e per la comunità. Una politica non affidata all’uomo solo al comando ma neanche al programma preconfezionato e ritenuto perfetto. Una politica ragionevole e capace di agire da un comune discernimento e non dalla paura e dalla rabbia.  Come vede il quadro politico “piùCittà”?

Se vogliamo vivere in una città che abbia una qualità della vita apprezzabile; in cui le persone non siano strumenti per raggiungere risultati personali; in cui il lamento polemico non sia considerato un valore; in cui le idee possano trovare una progettazione concreta; in cui l’autorevolezza non sia data dai ruoli, ma dai risultati raggiunti; in cui – come già detto –  il patto generazionale preservi i nostri giovani dalla scelta obbligata di andare via; in cui le intelligenze siano una risorsa e non un competitore; in cui la sostanza dei comportamenti politici sia improntata alla coerenza e alla solidarietà, si deve provare a ridare forza alla democrazia e alla nostra comunità partendo dalla volontà di non fare “mediazioni al ribasso”, come abbiamo visto accadere troppe volte, bensì “sintesi al rialzo”.

 

Fare politica può essere esaltante o deprimente, dipende dal modo con cui si affronta e dalla motivazione che ne orienta l’azione. Se la motivazione è l’amore per la propria comunità, amore che è sempre inclusivo e mirato all’arricchimento umano, culturale ed economico del territorio, non ci sono “competitori” da escludere, ma soltanto soluzioni da trovare.

 

Le stesse categorie Novecentesche di “sinistra” e “destra” non credo possano più rappresentare i nuovi assetti del consenso, dal momento che i partiti di qualunque colore hanno portato avanti in modo perseverante selezioni inverse, cannibalismi, fratture con le istanze del popolo, abdicazione dalle finalità educative, abbandono dei territori e delle vocazioni.

 

L’incapacità di uscire dal proprio orizzonte, cadenzato da momenti elettorali a breve termine; di replicare ad ogni conteggio di nuova Repubblica (Prima, Seconda, Terza…) metodi di occupazione dei poteri; di favorire circuiti ristretti con sistemi di appartenenza; di delegare al deus ex machina visioni e soluzioni sono alcuni dei motivi che non hanno consentito ai partiti di rinnovarsi dall’interno. E oggi si sperimentano soluzioni inedite, contrassegnate da un civismo di facciata, che in realtà nasconde e nasconderà vecchie saldature di interessi che sono la causa del nostro arretramento. Cambiare i contenitori senza cambiare le persone, soprattutto chi sta dietro le quinte, non può produrre alcun miglioramento.

 

Per l’associazione, di cosa ha bisogno Caltanissetta?

Sant’Agostino diceva che la speranza ha due figli: l’indignazione e il coraggio. Caltanissetta ha bisogno di speranza. Ha bisogno di un obiettivo comune. Ha bisogno di un progetto in cui riconoscersi e di cui essere orgogliosi.  Ha bisogno di uscire fuori dal ‘maunzesismo’ limitante che soffoca le buone intenzioni e alla fine distrugge chi è diverso da sé. Ha bisogno di buona fede e buona volontà. Ha bisogno di essere pragmatica e ricominciare a ricomporre i pezzi delle tante occasioni perse a furia di scontrarsi gli uni con gli altri (dall’Università al CEFPAS). Ha bisogno di riconoscere e sostenere il merito. Ha bisogno di fare pace con sé stessa. Ha bisogno di conoscere la propria storia, vederne le potenzialità e smascherarne le imposture.

 

Se, innanzitutto, non si scardina l’idea di consenso quantificato, con quella di sostegno qualificato sarà difficile realizzare tutto questo. Quindi, al momento del voto non è più tempo di tifare, né di cedere a qualche piccola promessa irrealizzabile, né di rassegnarsi stando a casa.

 

La più subdola delle tentazioni è, infatti, l’obbedienza deresponsabilizzata abbinata all’abdicazione dalle proprie responsabilità. A furia di dire che la politica è una cosa sporca, la facciamo fare soltanto a chi la deprezza a scambio poltronistico e a tatticismi che fanno collassare la fiducia e forse la stessa democrazia. Allora la P di politica si trasforma in P di Potere, Poltrone, Prostituzione, Provocazione sloganistica, Patteggiamento. Nel nostro caso aggiungerei la P di Provincialismo (e, attenzione, come sostengono fini letterati la provincia in sé è una risorsa e un collante!).

 

Oggi la provocazione spinge a calpestare la nostra storia di città di emigrati e a far emergere idiosincrasie che la storia del Novecento dovrebbe avere marchiato per sempre come infami: la centralità nissena è nata quando la città è passata, nel 1920, da 15.000 a 60.000 abitanti. I nisseni “di razza” sono una minoranza e molti di più siamo gli oriundi dai centri vicini che però ci siamo ritrovati a vivere e amare un piccolo gioiello con tradizioni forti e un paesaggio tra i più belli della Sicilia. Alcuni di noi, pur lavorando fuori, abbiamo deciso di restare a vivere qui perché a Caltanissetta vediamo la possibilità di una qualità di vita migliore, un contesto relazionale non disumanizzante, un protagonismo civico che consente di fare la differenza.

 

In tanti hanno fatto carriera sulle spalle del nostro territorio e noi cittadini gli abbiamo consegnato il nostro futuro e quello dei nostri figli. Lo abbiamo consegnato ad un sistema che fa finta di interessarsi della città e invece si autotutela, disinteressandosi di costruire possibilità concrete di sviluppo che non si riducano a promesse elettorali. Quindi, a nostro avviso, Caltanissetta ha bisogno, soprattutto, di un metodo pianificato per attuare un cambiamento di paradigma di cultura civica. Il convincimento supera tutti gli ostacoli e il metodo è collegato all’obiettivo, il metodo a cui pensiamo si fonda sul sapere perché è il sapere che trasforma le pratiche. Ecco, occorre ripartire dalla sostanza delle cose, definirci a partire da queste e da un metodo rinnovato di buone pratiche di amministrazione e di convivenza sociale.

 

 

Intervista a cura di Rocco Gumina

Commenta su Facebook