La morte in carcere dell’ex collaboratore Puzzanghera. I familiari vogliono chiarezza, la Procura indaga

I familiari dell’ex collaboratore di giustizia Emanuele Puzzanghera non riescono a trovare una ragione per cui il loro congiunto il 14 maggio scorso si è tolto la vita dentro una cella del carcere di Augusta. Il 41enne doveva scontare altri 18 mesi prima di essere libero avendo saldato il suo debito con la giustizia. In queste settimane aveva goduto di permessi premio ottenuti grazie alla sua condotta carceraria.

La procura di Siracusa ha iscritto quattro persone nel registro degli indagati tra amministrativi, educatori e appartenenti alla polizia penitenziaria che hanno ricevuto un’informazione di garanzia prima che si procedesse con l’autopsia sul corpo del 41enne nisseno. L’esame è stato condotto nei giorni scorsi dal medico legale Giuseppe Ragazzi e gli esiti saranno depositati nelle prossime settimane.

A seguire la vicenda per conto dei familiari è l’avvocato nisseno Ernesto Brivido. “Siamo in attesa degli sviluppi – spiega il legale -, i familiari non si danno una ragione, la pena residua era bassa. Per loro è stato un fulmine a ciel sereno anche perché aveva scontato il carcere con serietà”. Il sostituto procuratore di Siracusa Stefano Priolo ha iscritto il fascicolo con l’ipotesi di omicidio colposo con riferimento alla fattispecie di reato omissivo improprio.

A ridosso della tragedia il sindacato di polizia penitenziaria SIPPE aveva parlato di “disorganizzazione del lavoro” con “un solo agente che deve vigilare su tre reparti”. L’indagine dovrà chiarire molti aspetti, in primis come sia stato possibile che un detenuto avesse in cella una cintura. Soprattutto dopo la bufera che aveva coinvolto il carcere di Augusta a metà aprile quando la Guardia di Finanza eseguì 16 arresti per un giro di telefoni e droga introdotti all’interno della casa di reclusione con il coinvolgimento di un sovrintendente della polizia penitenziaria.

Emanuele Puzzanghera in passato aveva collaborato con la giustizia prima di vedersi revocare il programma di protezione a inizio 2011 quando fu coinvolto in un’inchiesta riguardante dei furti commessi al nord Italia. Ma le sue dichiarazioni, in molti casi frutto di quanto appreso durante i periodi di reclusione, hanno spesso trovato riscontri e contribuito ad emanare condanne.

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