“La laicità è già viva nel Vangelo”. Intervista al prof. Pietro Cognato

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spremutaIn vista dell’imminente inizio dell’anno scolastico, la Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università della CEI ha pubblicato una Lettera agli insegnanti di religione cattolica impegnati nelle scuole italiane. Sulle tematiche della lettera, abbiamo intervistato Pietro Cognato, insegnante di religione cattolica nella diocesi di Palermo e teologo moralista presso la Facoltà teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista”.

– 1) La lettera è strutturata su alcune questioni che richiamano i nodi essenziali dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane. Quali sono?

Con sorpresa piacevole ho accolto la notizia della pubblicazione di questa lettera. Prima di ogni considerazione di metodo e di contenuti, va detto a chiare lettere che per chi svolge il delicato compito di incontrare quotidianamente tanti allievi e saperli “in-trattenere” su temi che afferiscono alla dimensione religiosa ed esistenziale è una carezzevole consolazione leggere una lettera di questo tono. La prima sensazione è quella di non sentirsi soli in questa avventura affascinante e tremenda qual è l’accompagnamento educativo delle nuove generazioni in un mondo sempre più convulso e veloce, che si muove alla rapidità della connessione e nella brevità della comunicazione alla twitter. Detto questo, entro nel merito e nel metodo. Mi preme evidenziare quest’ultimo. Secondo un vezzo ormai riconoscibilissimo, i vescovi italiani ci parlano in una logica di continuità: la lettera si riallaccia ad una precedente pubblicata a quasi 25 anni di distanza. Mi riferisco alla lettera del 1991 dal titolo: Insegnare religione cattolica oggi, che i vescovi esortano a riprendere in mano perché continua a conservare e custodire le caratteristiche di fondo dell’insegnamento nato con l’Accordo di revisione del Concordato del 1984. Di quelle caratteristiche i Vescovi italiani in questa nuova lettera riprendono alcuni aspetti che ritengono debbano meritare uno sguardo aggiornato visto il mutato contesto sociale e culturale. Primo nodo cruciale: anche se la scuola ha attraversato e continuerà a farlo un periodo di profonda trasformazione legislativa e organizzativa, l’Irc rimane prezioso per tre soggetti: scuola stessa, società, comunità ecclesiale. Secondo nodo che voglio leggere a completamento del primo: il valore dell’Irc oggi vanta un profilo altamente scolastico pur avendo mantenuto la nota di confessionalità. Questo sembra una caratteristica ponte – almeno così io la leggo – che fa da collante tra i tre soggetti in confronto ai quali l’Irc manifesta tutta la sua preziosità, perché è capace oggi di parlare ad intra e ad extra, tramite la sua forma propriamente culturale e la sua finalità formativa a sostegno e completamento del percorso di maturazione umana come recita la lettera nelle sue primissime battute. Terzo nodo cruciale, come la conclusione di un ragionamento sillogistico, è il seguente: se l’Irc è disciplina scolastica e confessionale al contempo e sa parlare ad intra e ad extra, sembra perfettamente attagliarsi in un’Italia ormai multi-religiosa e pluri-culturale.

– 2) Il documento nasce anche per sottolineare la necessità di una lettura attenta del mutato contesto sociale e culturale rispetto agli anni immediatamente successivi al nuovo concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica del 1984. Cosa è cambiato negli ultimi trent’anni?

Mi verrebbe da rispondere tutto e non esiterei a pensare di non aver usato una iperbole. Rispetto al provincialismo a cui una buona fetta del passato della scuola si può ricollegare oggi siamo in un’altra galassia. Basta stare a scuola anche da supplenti per un giorno per rendersene conto. Dall’utenza alla committenza la scuola non è più un luogo di apprendimento nozionistico secondo una dinamica frontale, ma un crocevia di incontro, di dialogo, di integrazione e, soprattutto, di progettazione del futuro. L’escalation della violenza terroristica e le ondate infinite di sbarchi di immigrati provenienti dalle parti più dilaniate del globo terrestre chiamano in causa la proposta culturale cristiana e cattolica, quindi l’Irc che se ne fa latore: orientare e chiarire gli intrecci tra il religioso e le culture, immunizzare le visioni riduttivistiche sull’uomo! Ecco ciò di cui credo non si parlasse 30 anni fa quando si pensava alla scuola. Potrei poi aggiungere i cambiamenti di natura tecnica interni al mondo della scuola come l’autonomia scolastica per esempio, ma credo che in questo i Vescovi si muovano a volo d’uccello e preferiscano sottolineare la natura della proposta dell’insegnamento scolastico della religione cattolica che può vantare ancora oggi di aver plasmato la storia e la tradizione del popolo italiano, e anche europeo, e non dovrebbe mancare di farlo ancora. Ed è per questo che due parole rifulgono in questo testo: fiducia e incoraggiamento nei confronti degli insegnanti di religione cattolica.

– 3) Perché, a parere dei vescovi italiani, è importante continuare ad assicurare alle giovani generazioni l’opportunità di assimilare una conoscenza qualificata del patrimonio culturale del cattolicesimo?

Il patrimonio culturale del cattolicesimo è immenso e mi fa tenerezza sentire a volte da parte di qualche alunno: prof, perché la religione ha un programma? In una fase estremamente fluida della vita sociale – cito un passo della lettera – dal punto di vista etico e valoriale, l’Irc potrebbe offrire lo spessore adulto ed educativo adeguato di cui i ragazzi hanno bisogno. Ma è la dimensione storica secondo me la chiave sottolineata dai Vescovi per illuminare le generazioni future. Essi insistono sull’importanza del fatto religioso nel dibattito pubblico per una società democratica matura. L’azione di orientamento, chiarificazione e purificazione delle storture umane e della prepotenza operati dal cristianesimo sono elementi essenziali di questo patrimonio, il cui fulcro è l’integrazione della dimensione antropologica con quella religiosa. Una conoscenza qualificata del patrimonio culturale del cattolicesimo (io direi del cristianesimo) potrebbe aprire la mente e il cuore delle nuove generazioni ad una trascendenza che è essa stessa elevante l’umano stesso. Per esperienza posso dire che si rimane sempre meravigliati (lo dico da insegnante) di fronte allo stupore degli alunni quando scoprono che la tanto decantata laicità è già viva nel Vangelo stesso così anche la tanto agognata libertà, il tanto preteso rispetto per l’altro. Io dico sempre: non fermiamoci al 1789, ma andiamo di qualche secolo più indietro, forse lì troveremo una rivoluzione francese ante litteram. Per questi motivi e anche per il resto mi trovo d’accordo con i Vescovi in merito alla promozione di un maggior apprezzamento dell’Irc, combattendo con tutta la passione di cui siamo capaci contro i pregiudizi che ancora si nutrono di una realtà che non c’è più.

– 4) Nonostante l’incessante attività dei “laici furiosi”, nell’intero panorama occidentale la dimensione religiosa sembra riprendere forza e rilevanza nel dibattito pubblico. Una democrazia matura ha bisogno di cittadini educati alla pluralità e alla complessità del fenomeno religioso. Perché?

Credo che i nostri Vescovi siano convinti che la vera democrazia è quella che garantisce tutte le libertà di scelta, in primis il principe delle libertà di scelta: la libertà religiosa. Lo studio delle religioni e/o delle componenti della dimensione religiosa dell’umano, che i Vescovi sottolineano essere uno dei tratti caratteristici delle indicazioni scolastiche, non possono che favorire processi di incontro, di dialogo, di integrazione, quindi di democrazia. Io in classe spesso uso la parola democrazia, ribadendo che l’ora di religione è l’ora della libertà, non quella naturalmente di non far nulla, ma quella nella quale liberamente si è deciso di far qualcosa per se stessi. E i ragazzi comprendono quello che voglio dire perché in essi è viva questa sensibilità per la libertà. Gli alunni, già dallo stesso inquadramento di non-obbligatorietà disciplinare della Religione Cattolica nell’ordinamento giuridico scolastico, se ben indirizzati dal docente a rifletterci su, possono apprendere la bellezza del fenomeno religioso, le sue aperture, le sue potenzialità ad una convivenza pacifica. In questa maniera dall’Irc si può apprendere quella cittadinanza attiva di cui si parla spesso a scuola in altri ambiti.

– 5) Nella lettera, viene ribadita l’importanza e l’urgenza di un riconoscimento sempre maggiore degli insegnanti di religione all’interno della Chiesa. Quale contributo specifico può dare l’insegnante di religione all’interno delle comunità ecclesiali?

Questo è il punto più utopico, e lo dico in senso alto e nobile e non in senso deleterio e rassegnato. I vescovi, in coerenza con la nota distintiva della confessionalità, con la peculiarità della figura di educatore credente che ne discende e che si pretende, con l’istituto dell’idoneità quale segno di riconoscimento di certe qualità in nome della comunità ecclesiale tutta, dedicano la terza ed ultima parte della lettera al rapporto tra Irc e comunità ecclesiale. Sono sincero: onore ed onere in quello che i Vescovi asseriscono! L’Irc va ricollocato nel quadro dell’azione pastorale complessiva. Ripeto perché non è cosa da poco: il mondo della scuola è un pezzo di mondo a cui la Chiesa non può più fare a meno di guardare se è vero come è vero che la realtà dove il parroco era pure l’insegnante è tramontata ormai da un pezzo. I vescovi ci chiamano ad un compito arduo: testimoniare e animare senza mai confondere missione evangelizzatrice e insegnamento scolastico, praticando il dialogo culturale nei confronti delle altre discipline e delle altre religioni. Ma ancor più interessante: tutto questo non rimane fuori dalla porta della parrocchia o del luogo dove un gruppo ecclesiale si riunisce. La competenza e l’esperienza vanno valorizzate dentro la comunità ecclesiale, in ogni settore di essa. Ed è a tal proposito che ho esordito parlando di utopia, perché è un ideale ancora tutto da realizzare perché si ha sempre la sensazione che ciò che a scuola si insegna non valga in altri contesti, come se la competenza – in primis teologica e religionistica – smetta di valere se il luogo in cui ci troviamo è una parrocchia per esempio. Mi consola – tanto per riprendere uno dei primi verbi che ho usato all’inizio di questa intervista – che i vescovi ci abbiano pensato e ci abbiano indirizzato questa lettera nella quale il nostro lavoro è ben inteso come un servizio di eccelso e ineguagliabile valore per il futuro dell’umano e della fede, e perciò della società e della Chiesa.

Mi si permetta al termine di quanto ho detto di chiosare sulla confessionalità dell’Irc a mo’ di provocazione, sperando di ricevere lumi: la lettera parla di profilo scolastico ormai acquisito nell’arco di 30 anni, e ne è prova l’intesa tra la Cei e il Miur firmata nel 2012 e ormai entrata a pieno regime. Ora, nella lettera i Vescovi parlano di confessionalità dell’Irc come chance. Domando: la confessionalità come chance potrebbe anche essere scoperta e vissuta non escludendo l’obbligatorietà?

Intervista a cura di Rocco Gumina

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