Indipendenza magistratura, Asaro (ANM): “Autonomi da facili consensi e da attacchi denigratori”

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Pier Camillo Davigo“L’indipendenza della magistratura non è qualcosa a vantaggio del magistrato, ma dei cittadini e poiché nel nostro sistema c’è sia l’indipendenza esterna, verso gli altri poteri, e interna nella stessa magistratura, questa si accompagna spesso anche con la solitudine del magistrato”. Lo ha detto il consigliere di Cassazione, Pier Camillo Davigo, magistrato di punta del pool di mani pulite, giovedì pomeriggio nell’aula magna del Palazzo di Giustizia per un incontro sul tema dell’indipendenza di giudizio e autonomia di pensiero della magistratura, coordinato dall’ANM nissena.

A introdurre i lavori il presidente dell’associazione magistrati, Fernando Asaro, seguito dal giornalista Lionello Mancini e dal costituzionalista Stefano Ceccanti. La vera indipendenza di un magistrato, ha detto Davigo, costa fatica e quindi il vero pericolo non è la corruzione e neanche l’intrusione della politica, che la magistratura sa contrastare.

“Autonomia e indipendenza anche dai facili consensi a cui nel nostro lavoro posiamo andare incontro”, ha detto il presidente del ANM, Fernando Lionello ManciniAsaro, aprendo i lavori.

“Facili consensi che possono venire dalla stampa. E quindi il rapporto dal punto di vista deontologico con la stampa. Ma anche gli attacchi al singolo magistrato che sono una ferita per l’intero assetto dello Stato. Ma anche autonomia e indipendenza dai toni denigratori che colpiscono la magistratura. Quindi autonomia e indipendenza come garanzia per i cittadini. L’idea di avere un Sergio Lari tra il pubblicomagistrato senza debiti di riconoscenza”.

Il primo intervento, dunque, quello di Pier Camillo Davigo. “Il concetto di indipendenza insieme all’imparzialità è fondante della magistratura”, ha detto Davigo, riprendendo una frase spesso abusata anche dai politici, quando vengono indagati, “se c’è un giudice a Berlino”. Ma quell’aneddoto, ha spiegato Davigo, ricorda proprio l’indipendenza del giudice anche davanti al Re.

“Il giudice di Berlino, di cui ha parlato a sproposito un condannato che ha ricoperto incarichi altissimi. Il giudice di Berlino si riferisce al caso di un mugnaio che ha resistito al Re che non voleva più quel mulino accanto al suo castello. Diede ordine ai funzionari di comprarlo e abbatterlo. Ma il mugnaio non si piegò alla volontà del Re. Dopo Davigovari tentativi, il Re chiamò il mugnaio e minacciò di usare le maniere cattive. E il mugnaio disse, “fate pure, ci sarà un giudice a Berlino”, perse la causa ma la vinse in appello e da allora c’è una targa che ricorda perchè il Mulino è ancora lì”.

“Prima condizione per l’indipendenza della magistratura è che anche il Re sia soggetto alla legge. Secondo che il giudice non sia un dipendente del Re. L’indipendenza sta tutta qui, quella esterna. Ma non basta, c’è l’indipendenza interna. Il Pubblico Ministero gode della totale e assoluta indipendenza di giudizio di cui godono i giudici. Oggi il PM che va in udienza porta la sua opinione, il giorno in cui il PM fosse gerarchizzato, quel giorno il magistrato PM che non portasse più la suaIMG_4769 opnione ma quella del Procuratore Generale, allora andremmo verso un modello storico che già abbiamo, i giudici dell’Unione Sovietica”.

Tra gli interventi, quello fuori dal coro è stato del giornalista del Sole 24 ore, Lionello Mancini, autore dello scoop sull’indagine Telecom. Mancini ha chiesto alla magistratura di dotarsi di strumenti standardizzati per comunicare alla stampa ciò che avviene in un’indagine. Pur nella salvaguardia del segreto, ciò che accade nel tribunale, anche nella fase dell’indagine preliminare, è qualcosa che interessa i cittadini. Il giornalista abile riesce comunque ad ottenere atti giudiziari, per cui sarebbe meglio trovare una modalità per far fluire le informazioni.

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