“Il Ruvolocentrismo è una religione ufficiale”. L’avviso ai naviganti dell’ex assessore Firrone

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Pasolini, ad un falso critico della sua opera disse: “Sei così ipocrita, che quando la morte ti avrà roso il viso, sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”.

È così deprimente, dopo cinque anni, tornare a perdere del tempo per parlare di Ruvolo e Pilato, con tutto quello di cui la nostra città ha bisogno che, ancora una volta, turandomi il naso, ho dovuto fare appello alla forza delle motivazioni, pensando  a quella parte, ormai per fortuna largamente minoritaria, di concittadini, che ancora vive nella malia dell’ipocrisia dei due più capaci incantatori di serpenti che la terra di Pirandello abbia mai potuto partorire.

Ed è con lo spirito di chi ha cercato al meglio delle proprie possibilità di servire questa città, amandola anche con i suoi difetti, che mi rivolgo a quei pochi sfortunati, affinché si sveglino dal sogno ingannevole e si mettano al servizio di un vero processo di cambiamento, diverso dall’archetipo mistificatorio offertoci da Ruvolo e dal suo ideologo ‘delle corde pazze’ pirandelliane, che oggi irrompe con un intervento a favore del proprio fratello gemello, altrettanto gemello della requisitoria di venerdì scorso decretata da Ruvolo nei confronti degli ormai ex consiglieri di maggioranza, nel veemente e pericoloso delirio di onnipotenza che lo pregna in ogni sua parte.

Il Ruvolocentrismo e’ ormai una religione ufficiale. Lo stato sbaglia. La regione sbaglia (tranne naturalmente quando un assessore regionale autorizza con un dubbio provvedimento di competenza gestionale, scavalcando il soprintendente di Caltanissetta il megalomane progetto di portare la vara all’expo per tre giorni).

Sbagliano i consiglieri, traditori e voltagabbana, e sbagliano naturalmente anche i suoi poveri assessori. Mi riferisco sopratutto a Boris Pastorello, che ancora una volta ha provato  pubblicamente a scusarsi per colpe non sue sulla vicenda del piano triennale delle opere pubbliche, l’indomani puntualmente e clamorosamente smentito dal proprio Sindaco per aver connesso il peccato imperdonabile di aver detto la verità. Sbagliano tutti. Fra poco sarà la città a sbagliare, ritenuta immeritevole di avere un sindaco della caratura di Giovanni, apostolo del cinismo illuminato che neanche una settimana or sono, di fronte alla catastrofe sfiorata, causata anch’essa dalla sua megalomania, a fronte delle legittime critiche di chi si è trovato nella tempesta mentre lui sedeva comodamente in sontuose sale riunioni giocando a fare l’americano, e’ arrivato neanche troppo velatamente ad assimilarsi a Falcone e Borsellino. Delirio dell’alternanza tra sindrome totalitaria inespressa e vittimismo. Su una cosa ha ragione. Il cambiamento c’è stato per davvero al Comune di Caltanissetta.

Non voglio soffermarmi ancora una volta sul disastro dilagante presente in tutte le attività statutarie, lo dice la cronaca e non voglio inevitabilmente apparire di parte. Ciò che è cambiato e’ la mancata presenza di sette persone, magari anche imperfette e non unte dall’olio santo del civismo ruvoliano ma autentiche, disposte a spendersi dalla mattina alla sera, e anche la notte, feste incluse, talvolta a repentaglio della propria salute, a sedere accanto ai propri collaboratori affrontando i problemi della quotidianità ed anche le buche nelle strade, tanto snobbate dal sig. Sindaco che naturalmente si trova più a suo agio nelle lunghe ed immacolate highway di Rochester, e negli eleganti viali dell’expo di Milano. Come ci ricorda il suo collega Marino, difeso da lui a spada tratta, in un passo della Bibbia ruvoliana che potremmo forse tramandare come la parabola dell’ excusatio non petita, accusatio manifesta.

Avviso ai concittadini naviganti, (per usare una frase tanto cara al nostro sindaco), siamo in tempesta e lo rimarremo ancora a lungo. Teniamoci saldi alle maniglie con il mare mosso e la prossima volta, per affrontare l’oceano, scegliamo un comandante di lungo corso e non un nocchiero lacustre.

Giuseppe Fiirrone

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