Il regista Pupi Avati scrive alla Rai: approfittare  di “questa tregua sabbatica” per sconvolgere totalmente i palinsesti e dare più cultura al Paese

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Abbiamo conosciuto il regista Pupi Avati nell’ottobre del 2015 nel corso di una serie di incontri legati al Salus Festival. Abbiamo conosciuto il regista famoso, è vero, ma abbiamo conosciuto anche un uomo di grande maturità artistica non disgiunta da uno spiccatissimo  senso dell’umorismo.

In uno di questi incontri, al Liceo Classico R.Settimo di Caltanissetta, il noto regista ha incontrato gli studenti felici di potere parlare di persona con un personaggio di siffatta levatura artistica.

Intervista al regista Pupi Avati (ottobre 2015)

Un antico proverbio siciliano recita “ cu sapi fari sapi cumannari”. E dev’essere proprio così perché Pupi Avati nel rapportarsi con i ragazzi ma anche con il corpo docenti e i numerosi ospiti, ha messo in evidenza le sue doti di attore tanto da divertire la platea che non ha certo lesinato risate e applausi.

Pupi Avati parla della timidezza (anche sua)

l’Aula Magna del Liceo R.Settimo

Senza queste doti di attore, probabilmente, non avrebbe potuto fare il regista e questa sua peculiarità esplode nel racconto di un episodio della sua giovinezza quando si andava a ballare i “lenti”, stando stretti l’uno all’altra ma dovendo fare i conti con la sua timidezza.

 

Ma ora vogliamo parlare di ciò che ci ha spinti a ricordare questo straordinario personaggio e cioè una bellissima lettera che ha scritto alla Rai auspicando che vengano stravolti gli attuali palinsesti  nati per rendere omaggio al Dio Mercato e dare al Paese una maggiore cultura.

Di seguito, pubblichiamo la lettera integrale, esempio di amore non soltanto per la Cultura ma anche per il Paese, che il regista bolognese ha scritto ai vertici Rai.

Lettera per la Rai
Riflessione e proposta…

E piango e rido davanti alla televisione come piangono e ridono i vecchi ,che è poi come piangono e ridono i bambini, cercando di fare in modo che mia moglie non se ne accorga. Fra i tanti che se ne sono andati un mio amico, Bruno Longhi, grande clarinettista milanese, che il coronavirus ha portato via senza tener conto della sua bravura, di come suonava Memories of you, meglio di Benny Goodman . E’ il primo periodo della mia vita in cui anziché abbracciare vorrei essere abbracciato. Mi manca persino quella specie di bacio notturno con il quale auguro la buonanotte a mia moglie e che lei giustamente mi ha vietato. Dormo di più la mattina, nel silenzio profondo ,cimiteriale di una città morta , appartengo anagraficamente alla categoria di quelli più svelti a morire .
Ma in questo sterminato silenzio , che è sacro e misterioso e che ci fa comprendere la nostra pochezza, la nostra vigliaccheria , ci commuove la consapevolezza dei tanti che stanno mettendo a repentaglio le loro vite per salvarci.

E questo stesso silenzio sarebbe opportuno per i tanti che destituiti di ogni competenza specifica continuano a sproloquiare saltapicchiando da un programma all’altro privi di ogni pudore , di ogni senso del limite. Coloro che con tanta solerzia, con tanta supponenza, ci hanno accompagnato nel corso degli ultimi decenni appartengono al Prima del Coronavirus, quando era possibile il cazzeggio. Ora, se usciremo da questa esperienza, dovremo farne tesoro, dovremo trovare un senso a quello che è accaduto , soccorrendo le tante famiglie di chi ha pagato con la vita, aiutando a superare le difficoltà enormi, spesso insormontabili, nelle quali si troveranno i più, impegnandoci tutti a sostituire il dire con il fare, come accadde dopo la liberazione.
Quello che provo somiglia a quando al cinematografo negli anni cinquanta si rompeva la pellicola e accadeva che venivi scaraventato fuori da quella storia che era stata capace di sottrarti allo squallore del tuo quotidiano. Rottura accolta da un boato di delusione simultaneo all’accensione improvvisa di luci fastidiose. Me ne restavo seduto, stretto in me stesso, cercando di tenermi dentro il film , “ dimmi quando ricomincia “ dicevo a mia madre tenendo gli occhi chiusi e pregando perché quelli su in cabina si sbrigassero a riattaccare la pellicola. Perché fossi restituito al più presto a quel magico altrove. . Ecco questo tempo che sto vivendo che non somiglia a niente , è un pezzo della mia vita che vivo con gli occhi chiusi, in attesa di poterli riaprire

E quel mondo che si sta allontanando ,che non tornerà più ad esserci, che non piaceva a nessuno, del quale tutti si lamentavano, eppure temo che di quel mondo proveremo una crescente nostalgia.
E allora mi chiedo perché In questo tempo sospeso, fra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità, i media e soprattutto la televisione e soprattutto la RAI, in un momento in cui il Dio Mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza alll’Auditel , non approfitti di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi, per sconvolgere totalmente i suoi palinsesti dando al paese l’opportunità di crescere culturalmente.

Perché non si sconvolgono i palinsesti programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti di musica classica, di jazz, di pop, i documentari sulla vita e le opere dei grandi pittori, dei grandi scultori, dei grandi architetti , la lettura dei testi dei grandi scrittori, la prosa, la poesia, la danza, insomma perché non diamo la possibilità a milioni di utenti di scoprire che c’è altro ,al di là dello sterile cicaleccio dei salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti.

Perché non proporre quel tipo di programmazione che fa rizzare i capelli ai pubblicitari ! Perché non approfittiamo di questa così speciale opportunità per provare a far crescere culturalmente il paese stravolgendo davvero i vecchi parametri, contando sull’effetto terapeutico della bellezza ? Il mio appello va al Presidente, al Direttore Generale, al Consiglio di Amministrazione della RAI affinché mettano mano a un progetto così ambizioso e tuttavia così economico. Progetto che ci faccia trovare , quando in cabina finalmente saranno stati in grado di aggiustare la pellicola, migliori, più consapevoli di come eravamo quando all’improvviso si interruppe la proiezione . E potremo allora riaprire gli occhi.
Grazie”
Pupi Avati

Non possiamo che condividere questa visione che Avati ha della TV di Stato. Visione dalla quale, costretti a repliche infinite, a ripetute edizioni dello stesso format  e a films più che datati e di pessima qualità, come tutti sappiamo, siamo ben lontani.

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