Il Piano Giovani? fallito già prima di partire

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La dirigente ad interim dei dipartimenti Lavoro e Formazione professionale della Regione Siciliana, Anna Rosa Corsello, ormai sfiduciata dal vertice politico (Presidente Crocetta e assessore Scilabra), lo ha anche ammesso, che lei, i dubbi su Italia Lavoro destinataria dell’affidamento da 5 milioni di euro per una prima parte del Piano Giovani, li aveva rilevati per tempo, ma per ovviare all’assenza di una propria struttura informatica da parte di Italia Lavoro, la dirigente avrebbe allora incaricato la ETT di occuparsi del portale per il click day, la giornata in cui gli aspiranti tirocinanti avrebbero incontrato l’offerta di lavoro per un tirocinio retribuito 500 euro al mese per sei mesi.

Ma a parte la sua stessa incredibile ammissione, tanto che Ingroia dice “noi, alla luce dei rilievi preventivi, avremmo evitato il flop day”, i motivi del fallimento del Piano Giovani erano già sul piatto da ben prima ed il motivo è semplice.

I giovani, termine tanto generico da apparire offensivo per quella vasta platea di iper specializzati studenti, laureandi, laureati, diplomati con formazione etc…, non erano stati consultati per stilare il piano, per determinarne le direttrici, le esigenze, i bacini di utenza etc…

Un deficit di partecipazione e di coinvolgimento preventivi. Questo il motivo del fallimento, oggi sotto gli occhi di tutti e decretato anche dall’oscuramento del sito del Piano Giovani della Sicilia.

Cosa è la tanto amata partecipazione? E’ l’insieme di atti, azioni, analisi e fatti attraverso cui il decisore decide di abbandonare la metodologia “Top Down” (dall’alto verso il basso), pur avendone potere legittimo e competenze, e attua invece una strategia “Bottom Up” (dal basso verso l’alto), ma non per il piacere esotico di apparire modernamente vicino alle esperienze di partecipazione sudamericane o nord europee. Bensì perché si rende conto, il politico, l’amministratore etc.., che la governance tanto più è multilivello e complessa, tanti attori interessa e tanti altri che hanno interesse ne sono coinvolti, può essere efficace solo se coinvolge gli attori, gli stakeholder, nel processo di definizione delle regole.

Ecco, questo è un altro punto di fraintendimento. Affidare la decisione al popolo, ai destinatari di un provvedimento, è democrazia, tanto più orizzontale, quanto più è assente il vincolo gerarchico.

La PARTECIPAZIONE è qualcosa in più e allo stesso tempo di diverso dalla democrazia, o meglio in essa vive ma in essa non si esaurisce. Partecipazione significa stabilire insieme le regole del gioco. Governance significa ambito di regolazione, tradizionalmente affidato agli “Attori forti” di un dato sistema. Governance partecipativa è quella che estende la definizione delle regole anche ai destinatari, ai cittadini, ai giovani, appunto.

E veniamo dunque al Piano Giovani dell’assessore Scilabra e della dirigente Corsello. Sorvoliamo le critiche dei sindacati, che pure in una governance partecipativa sarebbero attori fondamentali al percorso di definizione delle regole, ciò che è mancato fin dall’inizio è stato il coinvolgimento dei veri destinatari del progetto, i giovani, nel definire l’ambito di regolazione.

Ecco perché il Piano Giovani, per chi scrive, era un flop in partenza. Nessuno, diplomato, neo laureato, in cerca di prima o seconda occupazione, precario, free lance, professionista a spasso iper formato, prima della pubblicazione del sito internet e delle modalità di accesso, aveva ben compreso in cosa consisteva il Piano Giovani.

Ad esempio quale analisi di mercato del lavoro c’era a monte della scelta dei tirocini (nessuna, infatti), quali competenze maggiormente spendibili nel mercato del lavoro, quale gap tra le competenze e gli studi dei nostri giovani e le reali richieste del mercato del lavoro. Forse neanche le associazioni datoriali, come Confindustria, Confartigianato, Cna etc… sono state fino in fondo consultate (se non in formali tavoli), prima della redazione del Piano, figuriamoci i giovani.

Ma la “Rivoluzione” tanto decantata, non è tale se non è una rivoluzione di partecipazione nel senso sopra descritto.

Perché è veramente rivoluzionario, ad esempio, allargare la platea degli attori interessati. Ad esempio se si parla di micro credito, auto impiego, auto imprenditorialità, non credete forse che il Piano Giovani avrebbe dovuto prioritariamente coinvolgere questi attori sociali ed economici nella sua redazione? Non ci risulta che sia avvenuto niente di tutto questo, ecco perché, in senso amministrativo, sociologico e di scienze dell’amministrazione, il Piano Giovani, di “piano”, di pianificazione, nulla aveva se non una distribuzione di risorse per un fittizio impiego di sei mesi, nel migliore dei casi e al netto di possibili speculatori.

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