Il dramma delle famiglie bloccate in Afganistan, erano pronte a ricongiungersi a Caltanissetta con i propri cari

Decine di famiglie di cittadini afgani residenti a Caltanissetta sono rimaste bloccate a Kabul nonostante abbiano tutti i visti in regola. E’ la drammatica situazione che stanno vivendo tanti rifugiati afgani che da tempo vivono in città dov’è presente una piccola comunità insediatasi nel corso degli anni e in altri centri della provincia e della Sicilia. Si tratta di nuclei familiari che hanno già ottenuto tutti i visti da parte dei ministeri competenti e che non riescono a partire dopo la presa di Kabul da parte dei talebani e la successiva chiusura dei corridoi umanitari.

“Da quando è stata presa d’assalto Kabul dai talebani abbiamo ricevuto decine di segnalazioni da parte di cittadini afgani di Caltanissetta per aiutarli a far tornare le famiglie”, spiega Calogero Santoro presidente dell’associazione I Girasoli che a Caltanissetta e provincia gestisce progetti Sprar per i rifugiati. “Abbiamo inviato decine di segnalazioni al ministero dell’Interno tramite il numero verde nazionale per i rifugiati dell’Arci che ha aperto un canale con il ministero. Purtroppo queste persone non sono riuscite a tornare. Venerdì scorso sono stati chiusi tutti i corridori umanitari. Abbiamo segnalato famiglie già pronte con biglietti per il 19 e il 23 di agosto che sono rimaste lì. Da parte nostra volevamo lanciare un appello per puntare l’attenzione su quanto accade. In Afganistan ci sono tante famiglie e il ministero dovrebbe aprire canali diplomatici per aiutarle. Hanno ritardato la loro partenza anche perché l’ambasciata italiana in precedenza era stata chiusa causa Covid. Chiediamo al Governo un dialogo diplomatico serrato”.

Molti di questi afgani residenti in città assistono inermi alle notizie provenienti dal loro Paese d’origine. Anche Ibrar Khan era uno di loro. Il 28enne rifugiato rimasto ucciso nell’attentato all’aeroporto di Kabul era tornato in patria per consentire a moglie e figlio di tornare insieme a lui in Italia.

“Ibrar era un ragazzo timido e tranquillo che si era ben inserito nel tessuto sociale di Caltanissetta e nella piccola comunità di afgani” racconta ancora Santoro ricordando il periodo in cui il giovane ha vissuto nel capoluogo nisseno a partire dal 2013. “Dopo un po’ di tempo è andato via al nord, poi un’esperienza all’estero. Quindi aveva avviato le procedure per il ricongiungimento della sua famiglia. Era andato lì per definire la pratica con i documenti mancanti. E proprio lì mentre aspettava di tornare è rimasto vittima dell’attentato. Ibrar è uno dei tanti ragazzi che hanno vissuto queste situazioni. Abbiamo voluto racontare la sua storia perché ha attraversato le nostre vite e questo ci dimostra che non sempre queste cose accadono agli altri. Sebbene avvengano lontano ci riguardano da vicino”.

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