Il declino della Scuola nelle parole di una giovane docente. Doveri, certo! Diritti solo sulla carta

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E.R., queste le sue iniziali, è Dottore di ricerca presso l’Università degli Studi di Palermo e ha studiato Filologia moderna e italianistica presso la stessa Università.Dopo il dottorato, E.R. viene chiamata da una Scuola Media di Bologna per una supplenza. Sono sacrifici, lo sappiamo, però pur di arrivare all’agognata meta della cattedra di ruolo che prevede un percorso lungo e tortuoso, i sacrifici vengono affrontati.

La giovane docente precaria parte dunque, dalla Sicilia per Bologna, con un bagaglio contenente non soltanto effetti personali ma anche tante speranze e tanti sogni che dal cassetto sono passati nella valigia. Già basterebbe la breve durata del contratto iniziale (tre settimane)  per scoraggiare chiunque volesse cercare di arrampicarsi per arrivare all’agognata meta dell’insegnamento di ruolo, soprattutto in considerazione della distanza dalla propria città e delle spese che questa comporta. Ma prima di pubblicare la lettera che E.R. ha mandato anche alla nostra redazione vogliamo citare un vecchio emblematico detto siciliano che recita: “Binidizioni quantu nni vu, manu ‘nsacchetta nenti.  (Benedizioni tutte quelle che vuoi, soldini niente).

Di seguito,  la lettera che E.R. ha mandato alla nostra redazione:

“Il 12 ottobre sono salita sulla nave GNV che partiva da Palermo con la macchina carica di bagagli (e gatti); ero molto triste all’idea di lasciare il luogo in cui ho sempre vissuto, ma speravo di trovare altrove una vita migliore. La nave al mattino è salpata e il giorno seguente ho preso regolarmente servizio presso la scuola media bolognese nella quale, da allora, insegno con incarico di “supplenza breve e saltuaria”. Ho firmato il primo contratto, valido fino al 3 novembre. Poi ne ho firmato un altro di proroga, stavolta valido fino a dicembre. Poi un altro ancora: fino a fine gennaio. E così, se sarò fortunata (e quindi se la titolare di cattedra, sfortunata, rinnoverà la malattia: per la serie “mors tua, vita mea”), altri ne firmerò fino alla fine dell’anno scolastico.

Nei primi due mesi di scuola ho lavorato gratis. Non mi è arrivato un soldo e mi sono così premurata di verificare che la Segreteria Personale dell’istituto in cui lavoro avesse caricato regolarmente e per tempo tutte le informazioni per il mio pagamento. A metà dicembre ho percepito lo stipendio relativo alle prime due settimane di incarico. Poi più nulla.

Ho pensato allora, ingenuamente, che la cosa fosse risolvibile sollecitando la sezione territoriale della Ragioneria dello Stato: mi hanno risposto che, anche se non dovrebbero dirlo, “le casse del MEF su cui gravano i pagamenti degli incarichi di supplenza sono vuote” e che dunque era questa la ragione per cui non venivo pagata. “Dovrò ancora aspettare” – mi sono detta.

Eccoci il 7 gennaio al rientro dalle vacanze (in presenza, per la secondaria di primo grado dove insegno): sono tornata in classe con FFP2 e visiere nuove, appena acquistate, dato che i contagi salgono e la scuola, messa in ginocchio dalla pandemia come lo Stato intero, non fornisce strumenti a parer mio adeguati al rischio (nella fattispecie, mascherine chirurgiche misura “bimbo”). La frustrazione cresce, ma è nulla rispetto al senso d’impotenza del dopo.

Il “dopo” è costituito da due momenti.

Il primo è l’istante in cui ho deciso di contattare i sindacati locali, che mi hanno risposto che non intraprenderanno al momento alcuna iniziativa perché “il problema è nazionale” ed inoltre perché “va avanti così da anni, bisogna avere pazienza, si sbatte sempre contro un muro di gomma, signora, questa è l’Italia, siamo mortificati. Lo stipendio arriverà, magari tra dei mesi, non so che dirle”. Bisogna avere ancora pazienza, certo. Tre mesi in cui ho atteso pazientemente di poter prendere una casa in affitto nella nuova città non sono sufficienti. Tre mesi in cui ho lavorato quotidianamente e con dedizione senza percepire stipendio non sono abbastanza. Devo portare ulteriore pazienza. Ma dove recuperarla? Forse nella condivisione e nella solidarietà con i colleghi.

Ed ecco quindi il secondo momento, quello cioè in cui provo ad interpellare, grazie ai gruppi social di categoria, i colleghi che si trovano nella mia stessa situazione, per domandare se abbiano voglia di intavolare un ragionamento collettivo sul tema. “E che pensavi, che era tutto rose e fiori?”, “Pazienta, i soldi arriveranno”, “Dobbiamo insegnare ai nostri alunni la politica del sacrificio, non quella dei capricci come i bambini piccoli”; queste alcune delle risposte più rappresentative alle mie sollecitazioni. Guerra tra poveri, insomma. Ennesima prova del fatto che il risultato della somma tra precariato e povertà sia costituito da paura e solitudine.

Adesso, mentre mi chiedo quale sia il senso di giustizia in uno Stato che danneggia i cittadini sparandogli addosso dalle prime linee, mentre mi domando per quanto ancora siamo disposti a sopportare di essere trattati come meri strumenti al servizio di un progetto di società basato sul solo profitto e perpetrato ai nostri danni da istituzioni nelle quali non crediamo più e e mentre continuo ossessivamente a chiedere a me stessa e agli altri se possiamo realmente accontentarci di essere pedine di una partita che non vogliamo giocare, rimettendoci in soldi e soprattutto in salute, scrivo questa lettera a tutti coloro che come me non intendono arrendersi e anche a quelli che lo hanno già fatto. Perché, forse, se proviamo a credere ancora nella forza dell’unione e della solidarietà, se riusciremo a convincere anche chi si è rassegnato e chi ha paura del fatto che i diritti hanno pari dignità dei doveri, ci sentiremo meno soli e potremo vincere una battaglia che domani potrebbe rendere la scuola (e, perché no, perfino il mondo) un posto migliore. Per tutti.”

A noi, per concludere, basta un solo aggettivo per commentare questa vicenda: MORTIFICANTE.

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