I familiari di Borsellino? deliranti e farneticanti. Quando nessuno voleva la verità sull’agenda rossa

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I figli di Paolo Borsellino, in particolare Lucia e Manfredi, la moglie Agnese, per alcuni importanti funzionari dello Stato erano deliranti, persone che non andavano ascoltate, quasi dei pazzi.

E’ l’agghiacciante racconto che emerge dalle deposizioni di Lucia e Manfredi Borsellino al processo “Borsellino Quater” sulla strage di via D’Amelio in corso in Corte d’Assise a Caltanissetta, dove hanno reso testimonianza oggi.

Delirante Lucia Borsellino, secondo l’ex capo della mobile, Arnaldo La Barbera, quando la figlia del magistrato chiedeva conto al poliziotto dell’agenda rossa, sparita dalla borsa del giudice assassinato, agenda in cui Lucia ha confermato, ancora una volta, che il padre vi appuntasse tutto.

Borsa che venne riconsegnata ai Borsellino in modo assolutamente irrituale, senza neanche un verbale.

Quasi incapace di intendere era invece Agnese Borsellino, secondo il generale dei Carabinieri Antonio Subranni, chiamato in causa nel libro del giornalista Salvo Palazzolo, “ti racconterò tutte le storie che vorrai”, una sorta di memoriale intimista della moglie del magistrato, che chiama in causa il generale rivelando una inedita confidenza di suo marito Paolo su presunte collusioni mafiose. La vedova Borsellino aveva già riferito quella circostanza ai magistrati nisseni nel 2010 quando si parlò di “uno dei suoi migliori collaboratori” .

Subranni, replicando, affermò che la signora Agnese era affetta da alzheimer, come ha ricordato in aula la Borsellino.

Peccato però che Angese Borsellino avesse sì una malattia grave, la leucemia, ma era sanissima di mente e nel pieno delle sue facoltà mentali fino alla morte. “Aveva una leucemia che stava consumando tutti gli organi vitali, ma non certo il cervello”, ha spiegato alla corte d’Assise, presieduta dal giudice Antonio Balsamo, il figlio Manfredi Borsellino.

lucia-borsellinoLa testimonianza di Lucia Borsellino e l’agenda rossa: “mi lamentai che mancasse, La Barbera mi disse che deliravo”. 

Quando la borsa bruciacchiata ma ancora intatta del magistrato venne riportata alla famiglia dall’allora capo della Mobile, Arnaldo La Barbera, “l’agenda rossa non c’era più”, ha spiegato oggi Lucia Borsellino al processo. “Io mi lamentai della scomparsa e chiesi che fine avesse fatto. La Barbera escluse che ci fosse stata e mi disse che deliravo”. La Borsellino ha ricordato il teso scambio di battute con La Barbera, una circostanza confermata anche dal fratello Manfredi che ha deposto dopo di lei. La Barbera coordinò il pool che indagò sulle stragi Falcone e Borsellino, ma incredibilmente non chiamò mai i familiari per acquisire informazioni sul piano investigativo. “Quando gli manifestai il mio fastidio – ha aggiunto Lucia Borsellino – mi disse che avevo bisogno di aiuto psicologico”. La figlia del magistrato ha raccontato di avere successivamente trovato a casa del padre un’altra agenda, di colore grigio, che consegnò all’allora pm di Caltanissetta Anna Palma. “Visto quanto accaduto nella storia di questo paese – ha aggiunto – chiesi che ne facessero delle fotocopie e che acquisissero quelle, ma che l’originale ci fosse restituito”

“Mia madre è stata lucida fino alla fine”, ha detto ancora la figlia del magistrato assassinato nel ’92. La teste ha ricordato quindi l’episodio dell’ex capo del Ros, Antonio Subranni, che dopo aver appreso delle dichiarazioni accusatorie fatte contro di lui dalla vedova Borsellino, aveva messo in dubbio le capacità mentali della donna da anni malata di leucemia. “Disse che aveva l’alzheimer – ha aggiunto – ma non era vero”. Agnese Borsellino, a distanza di 15 anni dall’assassinio del marito, raccontò ai pm di Caltanissetta nel 2010 che il marito le aveva confidato di rapporti tra (presumibilmente, ndr) tra Subranni e la mafia. “Credo che mia madre avesse paura di essere lasciata sola dalle istituzioni e che noi potessimo rimanere isolati. Ma col tempo si è sentita più libera e la sua sete di giustizia si è andata affermando sempre di più, anche perchè le preoccupazioni nei nostri confronti si andavano attenuando”, ha spiegato l’ex assessore alla salute in riferimento al ritardo con cui la signora Agnese ha rivelato la circostanza della confidenza ricevuta dal marito magistrato.

20150720-manfredi-borsellino-655x368La testimonianza di Manfredi Borsellino

Dopo Lucia Borsellino ha parlato il fratello Manfredi, commissario di polizia di Cefalù. Una testimonianza lunga e dettagliata che non ha risparmiato ricordi familiari e momenti di vita inevitabilmente intrecciati con la storia umana e professionale di Paolo Borsellino.

Sul mistero della sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, taccuino da cui il magistrato mai si separava e che veniva sempre tenuto nella sua borsa, Manfredi ha ricordato come gli altri oggetti contenuti nella borsa rimasero intatti. Non si capisce, quindi, perchè l’agenda si sarebbe dovuta invece incendiare.

“Si sono preservati bene anche oggetti che a fronte di una fiammata potevano andare in fumo. Due pacchetti di sigarette, uno sigillato e l’altro aperto con l’accendino dentro erano perfetti, con addirittura l’involucro di plastica”, coì come intatti erano costume, chiavi, sigarette e l’altra agenda marrone, “li abbiamo conservati come reliquie”, ha spiegato Manfredi Borsellino.

Dalla testimonianza dei figli di Paolo Borsellino emergono due Stati in Italia. Uno, con il volto di Antonino Caponnetto, che già sei anni prima della strage di Capaci aveva evitato la morte dei due magistrati che stavano scrivendo l’istruttoria del maxi processo, portandoli all’Asinara in un regime di isolamento. L’altro Stato, invece, quello che bruciò la corsa di Falcone alla Procura di Palermo, oppure che non sentì Paolo Borsellino, che pure aveva chiesto di essere ascoltato, nei 57 giorni che intercorsero tra Capaci e via D’Amelio e che dopo il suo assassinio considerava farneticanti i familiari che chiedevano conto dell’agenda rossa.

“Consideravamo Caponnetto una sorta di nonno, i rapporti erano come quelli di nipoti con il loro nonno. Mio padre e Giovanni Falcone credo che non si sono più ritrovati un uomo del genere accanto. Per noi era normalissimo che all’indomani della morte di Falcone, Caponnetto fosse a casa nostra, che si trattenesse a casa nostra anche nei giorni successivi all’uccisione di mio padre. Il dottore Caponnetto sia quando morì Falcone, sia quando poi è accaduto a mio padre, era uno della famiglia, come lo era stato sei anni prima. Se mio padre avesse avuto come capo Caponnetto nel ’92 probabilmente, almeno per quell’estate si sarebbe salvato. Dobbiamo solo a lui quel soggiorno all’Asinara. Se non ci fosse stato Caponnetto, probabilmente mio padre e Falcone sarebbero morti sei anni prima. Lui organizzò tutto e purtroppo mio padre una figura così non se l’è più ritrovata”, ha detto Manfredi Borsellino.

Poi, tornando alle rivleazioni di sua madre Agnese sul generale Subranni e la replica di quest’ultimo che adombrava la capacità di intendere e di volere di Agnese Borsellino, Manfredi ha confermato il senso della deposizione precedente di sua sorella Lucia.

“Mia madre è stata credo più lucida anche di noi figli fino alla fine. Non c’è alcun mistero sulla patologia di mia madre, non certo di tipo cerebrale, ma aveva una bruttissima leucemia, che purtroppo si manifestava con diversi focolai che annientavano i vari organi vitali, ma non certo il cervello”.

Capitolo borsa e agenda rossa, la restituzione senza verbale

“Una restituzione irrituale per tanti aspetti, mi meravigliai che in quel momento non ci fecero firmare nulla di specifico, nessun verbale”, ha spiegato Borsellino rispondendo alle domande del Pm Stefano Luciani, del giudice Balsamo e tra gli altri dell’avvocato Fabio Repici della parte civile Salvatore Borsellino. Manfredi ha quindi confermato che nessuno dell’autorità giudiziaria avvisò prima della restituzione della borsa la famiglia, non una comunicazione, non un verbale, né prima né dopo la riconsegna.

“Non mi ricordo che ci fosse stato anticipata l’esistenza della borsa e che ci sarebbe stata restituita. Mi ricordo che si arrivò con questa borsa a casa con i funzionari che restituiscono la borsa”.

Un altro ricordo a supporto dell’esistenza dell’agenda rossa, molto probabilmente fatta sparire da qualcuno dopo l’attentato, arriva da Manfredi Borsellino quando raconta dell’amcizia di suo padre con il magistrato Diego Cavaliero.

“L’agenda rossa l’aveva vista pure lui, del resto Cavaliero era stato con mio padre poco prima del 19 luglio, in occasione di un convegno di magistratura indipendente. Trascorse un giorno e mezzo con il dottore Cavaliero e nella circostanza c’era anche il maresciallo Canale. La videro entrambi l’agenda”.

Manfredi Borsellino: “La Barbera non adeguato a quelle indagini”

Manfredi Borsellino non nasconde il suo disappunto per le modalità con cui vennero condotte le indagini dopo l’eccidio di via D’Amelio. “Con il gruppo Falcone Borsellino mai avuta un’interlocuzione, né mia madre e lo posso sottoscrivere cento volte e soprattutto sia lei che noi mai avuti rapporti con la Procura della Repubblica di Caltanissetta. L’unico investigatore che ho conosciuto è il dottore Buceti della DIA di Caltanissetta”. Il riferimento è alle nuove indagini della Procura guidata da Sergio Lari che hanno poi portato al Borsellino quater, 23 anni dopo la strage. Fino ad allora nessuno degli inquirenti aveva sentito la necessità di acquisire le conoscenze dei familiari.

Sul modo di lavorare”discutibile” di La Barbera, Manfredi Borsellino è netto.

“Mi riferisco al modo con cui si rivolse a mia sorella, che farneticava, che si inventava il discorso dell’agenda rossa per fargli perdere tempo. Lui non era venuto per avere colloqui con la moglie e i figli di Paolo Borsellino, era venuto solamente per liberarsi della borsa e del contenuto di cui riteneva di potersi liberare, che non aveva rilevanza investigativa per lui e andarsene. Tra l’altro ci fu restituita questa agenda marrone in modo molto maldestro, perchè poi spogliandola vidi che erano rimasti attaccati post-it gialli e riferimenti di funzionari e quindi era stata ritoccata, in qualche modo ci lavorarono, ma secondo me senza nemmeno tentare di trarre qualche spunto di indagine da quest’altra agenda. Stiamo parlando di un mio collega, poi questore e prefetto, ma io da quel poco che l’ho visto operare forse era la persona meno adeguata, più che inadeguata. Meno adeguata in quel momento a svolgere quel determinato tipo di indagine. Non so valutare il perchè La Barbera non abbia affrontato quel passaggio investigativo, come l’incontro con noi, come magari ne aveva affrontati brillantemente altri. L’approccio è stato questo, lo vedemmo quel giorno e non lo rivedemmo mai più. Soprattutto da mia sorella Lucia e anche da me, non vi era alcun desiderio di interloquire con questi funzionari di Polizia. Non fummo neanche accarezzati dal dubbio di andarci a parlare perchè non eravamo messi a nostro agio”.

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