Guerra di mafia a Niscemi. Squadra Mobile fa luce su omicidio dello 'stiddaro' Antonino Barone.

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Vincenzo Pisano pluriomicida di NiscemiLa squadra mobile di Caltanissetta ed il commissariato di Niscemi, ad esito di complesse investigazioni, ha eseguito giorno 13 settembre. Un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.i.p. del Tribunale di Catania dr. Santino Mirabella, su richiesta della direzione distrettuale antimafia di Catania (proc. Agg. Dr. Carmelo Zuccaro e sost. Proc. Dr. Lucio setola), a carico di Pisano Vincenzo, nato a Niscemi (cl) il 30 aprile 1977, in atto detenuto presso la casa circondariale di Prato per altra causa. Indagato per l’omicidio aggravato di Antonino Barone, classe 1969, avvenuto a Niscemi il 11.10.1995.

Pisano realizzava il delitto in concorso con Antonino Pitrolo, Campisi Alfredo (a sua volta assassinato il 6.11.1996) e di altri soggetti in corso di identificazione, in qualità di mandanti e concorrenti morali, e con chiavetta giuliano, concorrente materiale. In particolare Pitrolo Antonino e Campisi Alfredo, nella loro qualità di soggetti costituenti i vertici della cosca mafiosa niscemese di “cosa nostra”, unitamente ad altri, decidevano l’uccisione del barone a causa dell’appartenenza di questi all’organizzazione criminale avversa denominata “stidda” e della condotta da egli tenuta non gradita dai sodali di “cosa nostra”. Il delitto e’ aggravato dalla premeditazione.

Inoltre, pisano ha nell’azione omicidiaria cagionava la morte di Barone Antonio, esplodendo al suo indirizzo reiterati colpi d’arma da fuoco cal. 38, attingendolo più volte sino a determinarne il decesso, avvalendosi come complice del delitto di chiavetta giuliano, minorenne all’epoca dei fatti. I delitti sopra contestati sono aggravati per tutti perche’ commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416-bis del codice penale e cioè della loro appartenenza alla organizzazione di stampo mafioso denominata “cosa nostra, nonche’ perche’ l’associazione è armata ai sensi dell’art. 416 bis c.p, in quanto i sodali avevano disponibilità di armi che fornivano agli altri affiliati, all’occorrenza, per commettere atti omicidiari.

Il fatto

Barone Antonino la vittimaIn data 11.10.1995, alle ore 20:06, in Niscemi (cl), in c.da “Vascelleria – via Pitrè”, veniva rinvenuto, all’interno dell’autovettura di sua proprietà, un’ alfa romeo 164 di colore rosso, il cadavere di Barone Antonino, nato a Niscemi il 12.02.1969, muratore, disoccupato, pluripregiudicato, attinto da più colpi d’arma da fuoco in diverse parti del corpo, presumibilmente esplosi da un revolver.

Sul posto interveniva personale della locale stazione dei Carabinieri che procedeva ad effettuare i rilievi del caso: ispezione corporea e sequestro dei corpi di reato, ovvero dell’autovettura, di nr. 2 involucri di sostanza verosimilmente stupefacente, di nr. 1 ogiva cal. 38, di nr. 2 ogive simili alla precedente ed altri effetti personali. Nell’immediatezza dei fatti non venivano acquisiti elementi idonei a risalire al movente dell’episodio e ad identificarne gli autori.

Le indagini

Le indagini hanno consentito di accertare che i sopracitati esponenti della cosca mafiosa di Niscemi, al fine di contrastare l’ascesa di Barone Antonino, soggetto vicino al sodalizio della stidda niscemese e figura emergente del panorama del traffico e spaccio di sostanze stupefacenti di niscemi, non esitavano a decretarne la morte.

Il movente dell’omicidio del barone, pertanto e’ da inquadrarsi nella frenetica attivita’ delinquenziale realizzata dalla vittima, che si poneva in tal modo in diretta concorrenza con il gruppo dei c.d. Giovanissimi della opposta consorteria mafiosa di cosa nostra niscemese, in quel periodo capeggiato dal boss emeregente Campisi Alfredo e da Pitrolo Antonino, gruppo che si occupava, tra altro, della gestione di un vasto traffico e spaccio di sostanze stupefacenti in Niscemi e nei territori limitrofi.

Successivamente a tale delitto, all’interno di cosa nostra di Niscemi si realizzava una spaccatura tra il gruppo dei giovanissimi di Alfredo Campisi e il gruppo storico di Arcerito – Giugno – Pitrolo. Proprio quest’ultimo, in correita’ con Buzzone Giuseppe inteso “turi cavulata”, nel novembre 1996 uccideva il Campisi e feriva gravemente colui che lo accompagnava, ovvero Giuliano Chiavetta.

Sono adesso proprio le dichiarazioni di giuliano chiavetta e di Antonino Pitrolo a fare luce, sul delitto barone, dopo avere consentito di delineare gli scenari del delitto Campisi. Niscemi è storicamente contrassegnata dalla presenza di due agguerrite organizzazioni mafiose, “cosa nostra” e “stidda”.

La nascita di cellule mafiose fuoriuscite da cosa nostra, poi raggruppate sotto la denominazione di stidda, ha riguardato pressoché contestualmente le città di gela (dove tale organizzazione criminale è nata), Niscemi e, successivamente altri centri dell’agrigentino.

Cosa nostra di Niscemi vanta antichi e stretti rapporti con l’omonima consorteria mafiosa gelese: tale assunto trova riscontro in diverse oggettive circostanze. Uno dei capi storici della cosca di tale sodalizio, Giugno Giancarlo, oltre ad essere un soggetto affiliato direttamente da Madonia Giuseppe inteso “piddu”, rappresentante provinciale nisseno di “cosa nostra”, è da sempre stato vicino, per carriera criminale, a Rinzivillo Antonio, già reggente di “cosa nostra” di Gela.

Nella faida del 1999, che nel territorio gelese vedeva contrapposte due fazioni della stessa consorteria mafiosa di “cosa nostra” (gruppo Rinzivillo e gruppo Emmanuello), uno dei killer utilizzati per la famosa “strage della sala da barba” del 21 luglio 1999 veniva individuato proprio in Pisano Vincenzo, arrestato per quei fatti ed adesso raggiunto dall’odierna OCC.

Il forte connubio tra cosa nostra niscemese e gelese e’ sottolineato anche dal consistente supporto fornito da “cosa nostra” di Niscemi alla latitanza del boss gelese Daniele Emmanuello, nascosto in covi insistenti nelle campagne del niscemese grazie a insospettabili vivandieri-agricoltori della cittadina nissena. Proprio dalle indagini concentrate su soggetti niscemesi, si addiveniva alla individuazione del covo del latitante Daniele Emmanuello, sito in Villapriolo (En), ed al consequenziale blitz del 3 dicembre 2007, finalizzato alla sua cattura.

A delineare i tratti principali della criminalità niscemese sono intervenute, nel corso degli ultimi anni, diverse operazioni di polizia tra le quali, “Ex ceteris”, riveste particolare importanza quella denominata convenzionalmente “Ricostruzione” che, da un lato, tracciava lo spaccato della realtà niscemese sopra esposto, e dall’altro conduceva all’emanazione di una sentenza (emessa il 06.02.2004) della Corte di Appello di Catania, irrevocabile, emessa nei confronti di pregiudicati niscemesi tra i quali Giugno Giancarlo Maria Lucio, Arcerito Giuseppe Amedeo, Pitrolo Antonino, Pisano Vincenzo, Chiavetta Giuliano e altri.

Tale sentenza permetteva di consacrare l’esistenza, in Niscemi, di due distinte e contrapposte organizzazioni mafiose, “cosa nostra” e “stidda”, delineandone, già dagli anni ’90, tanto la struttura ed il ruolo dei singoli sodali, quanto i delitti ad esse riconducibili in quanto commessi con lo scopo di raggiungere l’egemonia territoriale.

Nel 2009 si registrava la collaborazione del killer niscemese Pitrolo Antonino, classe 57, appartenente al clan di “cosa nostra” di Niscemi, che decideva di pentirsi dopo essere stato arrestato nell’ambito dell’operazione di polizia denominata “imago mortis” condotta dalla Squadra Mobile di Caltanissetta – con la gravissima accusa di essere l’esecutore di un triplice tentato omicidio ai danni di soggetti di gela legati alla stidda ovvero Bacarella Salvatore, Sultano Marcello Orazio e La Russa Salvatore, avvenuto in data 18 marzo 1989.

La rilevante valenza di tale collaborazione trova fondamento nel fatto che Pitrolo aveva militato per moltissimi anni, rivestendo un ruolo di spicco all’interno dell’organizzazione, nel gruppo mafioso composto in prevalenza da soggetti di gela (legati a “cosa nostra” e segnatamente agli Emmanuello), Niscemi (Calcagno Tuccio, Arcerito Giuseppe Amedeo, Amato Francesco, inteso “cicciu pistola” ed altri , Mazzarino (Siciliano Salvatore, Tisa Angelo, Ghianda Francesco), San Michele di Ganzaria (La Rocca Francesco inteso “ciccio” e La Rocca Aldo) mandanti ed esecutori di innumerevoli delitti, molti dei quali contrassegnati dal metodo della “lupara bianca”.

La sua caratura criminale trova anche riscontro nel solidissimo legame intercorrente con tutti i fratelli Emmanuello di Gela, avendo gestito peraltro, per alcuni anni ed in prima persona, la latitanza del deceduto boss Emmanuello Daniele. Tale collaborazione è risultata prodromica alla formulazione, nello stesso anno, di altri propositi collaborativi da parte di Chiavetta Giuliano, classe1979.

Entrambi i summenzionati collaboratori, come gia’ detto, sono stati parti attive nel compimento dell’atto omicidiario in argomento e hanno fornito, in merito, importanti dichiarazioni che saranno di seguito analizzate unitamente a quelle di altri collaboratori. Le investigazioni hanno inoltre consentito di individuare i mandanti del delitto Barone grazie ad un minuzioso lavoro di riscontro effettuato da questi uffici, coordinati dai magistrati della DDA di Catania.

Tali dichiarazioni e altri elementi probatori raccolti hanno anche permesso di ricostruire il quadro generale, univoco e coerente, del momento storico in era stato eseguito l’episodio delittuoso.

Sono inoltre in corso ulteriori approfondimenti che consentiranno, in prosieguo, di fare luce su altri importanti delitti della c.d. Guerra di mafia.

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