Grazie a due avvocati nisseni, verità su efferato delitto. Scoperto "il forno crematorio della mafia".

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Emanuele LimutiDue avvocati nisseni, padre e figlia, Emanuele e Oriana Limuti, difensori dei familiari del Maresciallo della Penitenziaria Calogero Di Bona, in servizio all’Ucciardone di Palermo, vittima di lupara bianca, sono riusciti, con la loro tenacia a far riaprire le indagini e scoprire la verità sulla fine del maresciallo, ucciso dalla mafia, strangolato e bruciato nel forno degli orrori, oggi scoperto e sequestrato dalla Dia di Palermo. I due avvocati nisseni, infatti, sono stati contattati dai figli di Calogero Di Bona per riaprire le indagini sulla sua scomparsa, avvenuta nell’agosto del 1979 in coincidenza delle notizie di stampa che rivelarono il regime di lusso per i mafiosi nelle “carceri d’oro” dell’Ucciardone, dotate di tutti i confort, tra cui servizio in camera e champagne.

Le nuove indagini, sollecitate dagli avvocati Limuti, hanno portato alla macabra scoperta di un forno crematorio della mafia utilizzato per bruciare le vittime di omicidio in modo da far socmparire tracce, prove e anche la stessa memoria di quelle persone. Nella “città giardino” vicino lo Zen, laddove regnavano i Lo Piccolo.

I mafiosi, Riccobono, Lo Piccolo e Liga, quest’ultimo esecutore materiale e proprietario del forno dove preparava il pane o, a seconda, bruciava i corpi delle vittime, non avevano gradito quelle notizie che svelavano agi e  privilegi di cui godevano i mafiosi all’Ucciardone e avevano ritenuto che Di Bona con quella fuga di notizie potesse in qualche modo averci a che fare.

Il sospetto nasceva dal fatto che il maresciallo palermitano “si era comportato male con i detenuti”, ha dichiarato il pentito Rosario Naimo, che per i mafiosi significa che Di Bona faceva rispettare la legge.

“Di Bona fu strangolato e il suo cadavere venne arso su una graticola, secondo un rituale che molte altre volte si era tenuto”, ha aggiunto il pentito Gaspare Mutolo. Dopo alcuni approfonfimenti della Dia, il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti hanno firmato un avviso di conclusione indagine per due dei presunti assassini: il boss Salvatore Lo Piccolo e Salvatore Liga, il proprietario del forno, anche lui già in carcere perché condannato per altri omicidi.

Quel giorno di agosto del 1979, il maresciallo fu sottoposto a un interrogatorio, su mandato del potente capomafia di Partanna Mondello Rosario Riccobono: i boss volevano sapere i nomi degli agenti di custodia che avevano spedito una lettera anonima ai giornali cittadini, per denunciare la situazione dell’Ucciardone. Erano i tempi in cui i capi di Cosa nostra avevano trasformato la nona sezione del carcere palermitano in un esclusivo club, che aveva anche una succursale, il reparto infermeria. Solo dopo la scomparsa del maresciallo, il ministero della Giustizia si decise a mandare un’ispezione.

Va quindi agli avvocati Emanuele e Oriana Limuti il merito di aver chiesto e ottenuto la riapertura delle indagini e non essersi arresi ad una verità ufficiale che non ricostruiva la vera fine del maresciallo Di Bona.

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