“I giovani devono superare l’individualismo”. Intervista al sindacalista Michele Polizzi

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spremutaSulla relazione fra sindacato, politica e giovani abbiamo intervistato Michele Polizzi, responsabile nazionale del settore energia dell’Unione Generale del Lavoro (UGL)

Fra le finalità dell’UGL vi è quella di riconoscere, garantire e difendere la dignità della persona umana sul posto di lavoro. Come si declina questo principio in un’epoca contraddistinta dal tentativo di eliminare ogni tutela destinata ai lavoratori?

É indubbio che oggi, e lo sarà ancora di più nei prossimi anni, garantire e difendere la dignità e gli interessi dei lavoratori risulterà sempre più difficile fino a diventare quasi impossibile a causa delle veloci e profonde trasformazioni che hanno interessato ed interesseranno l’Italia, l’Europa e il mondo intero. In una sola parola, dovremo sempre più fare i conti con la “globalizzazione” in atto. Fino ad oggi, tutti i soggetti che hanno avuto il compito di guidare, gestire o semplicemente partecipare, compresi quelli che trattano l’intermediazione sociale, hanno affrontato il fenomeno cercando di mediare tra la riduzione dei costi, incluso quello del lavoro, e la salvaguardia delle tutele dei lavoratori. Questo, ha inevitabilmente determinato sia una riduzione sensibile del reddito nel ceto medio e basso sia una mancanza di prospettive in un futuro che appare più incerto e continuamente sottoposto ai poteri economico-finanziari nazionali, europei e internazionali.

Rispetto ai decenni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, i sindacati – come i partiti – soffrono una crisi che mina radicalmente la loro capacità rappresentativa. Quali sono i fattori principali della crisi? È possibile una riforma del sistema?

Certamente in questo contesto, la politica non dà risposte concrete e il sindacato fatica a garantire le tutele dei lavoratori, quindi non può che registrarsi una sfiducia crescente che ha già provocato la frantumazione dei partiti tradizionali e un calo di adesione al sindacato. Venirne a capo è sicuramente una sfida di difficile gestione. Di sicuro, occorre il contributo e il coinvolgimento di tutti: governo, parti sociali, media. Insomma, la società intera deve fare la propria parte. Serve un’inversione di tendenza ovvero non rincorrere più gli effetti negativi prodotti dalla globalizzazione, ma sfruttarne le potenzialità. Bisogna trasformare il Paese, prepararsi alle nuove opportunità che la globalizzazione ci fornirà, sfruttare appieno e in tempi rapidi la quarta rivoluzione industriale. Un esempio per tutti è quello della globalizzazione che ha determinato, fino ad oggi, effetti devastanti sulla nostra economia, con i prodotti a basso costo provenienti dalla Cina e da altri Paesi emergenti e ne sta producendo altri, non meno gravi, con le delocalizzazioni verso Paesi più convenienti o dal punto di vista fiscale o dal costo del lavoro. Effetti che possono essere solo attenuati e forse rallentati, sicuramente non risolti, se non si reagirà in maniera adeguata. Questi stessi effetti hanno contemporaneamente prodotto circa 450 milioni di “ricchi” solamente in Cina, cioè l’equivalente della totale popolazione europea. Ricchi che in numero maggiore viaggeranno come turisti per il mondo. Se l’Italia si trasformerà nella meta più ambita del continente europeo, e ci sono tutte le potenzialità, avremo barattato la parte dell’industria a basso contenuto tecnologico fortemente inquinante con il turismo più remunerativo, più pulito, più gratificante e non de-localizzabile. Ma per far ciò bisogna che tutti i soggetti che ho indicato in precedenza, siano disposti e determinati a cambiare in maniera radicale il futuro del nostro Paese sfruttando le opportunità che la quarta rivoluzione industriale già ci offre.

Le generazioni successive al crollo del muro di Berlino, raramente ritengono i sindacati come interlocutori indispensabili nella società e sul posto di lavoro. Come mai? Sbagliano?

Le nuove generazioni non possono da sole affrontare e risolvere i problemi della disastrosa società che si apprestano ad ereditare. È comprensibile, inoltre, la sfiducia e lo scetticismo dei giovani verso tutti i soggetti di intermediazione sociale. Occorre far notare, comunque, che dove più alta è la sindacalizzazione più alte sono le tutele dei lavoratori. I giovani devono superare l’individualismo a cui sono stati spinti dai modelli imposti da questa società e impegnarsi in maniera convinta all’interno di questi soggetti che sono preposti a gestire la comunità compreso il sindacato al fine di rivitalizzarlo e renderlo ancora più attuale. Con l’entusiasmo che è proprio dei giovani, si potrà, correggendo qualche errore commesso nel passato, affrontare e risolvere le crescenti sfide che la società ci pone.

Fra i problemi atavici del settore energetico, e non solo di questo, dobbiamo citare la questione sicurezza. Occorre fare di più per proteggere la salute dei lavoratori?

La salute e la sicurezza dei lavoratori sono da sempre al centro delle rivendicazioni sindacali. Il quadro non può ritenersi omogeneo poiché si passa da società grandi e medie che assieme al sindacato promuovono campagne di sensibilizzazione, effettuano formazione finalizzata all’azzeramento degli infortuni, a società più piccole che sono ancora lontane da questi risultati. Occorre, di conseguenza, concentrare gli sforzi per aumentare il livello di consapevolezza nelle aziende che ancora stentano ad assumere atteggiamenti tendenti a ridurre-azzerare gli infortuni.

Quale futuro è prospettabile per gli impianti di raffineria situati a Gela?

Le problematiche della raffinazione che hanno interessato l’Europa e di conseguenza anche l’Italia a partire dalla crisi del 2008, dovute al calo dei consumi e al costo del petrolio che per anni si è mantenuto oltre i 100$ al barile, hanno determinato la necessità di rivedere radicalmente la raffinazione. In Europa si è registrata la chiusura di 15 raffinerie, di cui due in Italia; altre due, Marghera prima e Gela dopo, hanno invece iniziato un percorso di riconversione in bio-raffinerie. Questo, se da un verso è rassicurante perché allontana lo spauracchio della chiusura garantendo al sito una continuità dell’attività, determina però una forte contrazione dell’organico, nel caso di Gela da più di 1000 addetti necessari per la produzione tradizionale, si passerà a 400-450 di quella bio. Per l’indotto, purtroppo, le conseguenze sono ancora più pesanti. Per quanto riguarda il sito di Gela, al fine di attenuare la forte riduzione di organico, nell’accordo firmato presso il MiSe dalla Regione Siciliana, da ENI e dalle OO.SS. sono state previste alcune iniziative sia da parte di ENI, che si è impegnata a programmare, trasferire anche altre attività non necessariamente connesse alla raffinazione bio, che da parte delle istituzioni le quali si sono impegnate a costituire per il territorio di Gela l’Area di Crisi Industriale Complessa che prevede tutti i tipi di aiuto disponibili per promuovere nuovi investimenti produttivi. Il sindacato, con l’accordo, ha cercato di prevedere e capitalizzare tutte le opportunità offerte dalla legislazione e dall’azienda con lo scopo di attenuare gli effetti provocati dalla riconversione. Ora, tocca alle istituzioni e all’ENI mantenere fede agli impegni. Il sindacato continuerà a svolgere il proprio compito che è quello di verifica e di stimolo per garantire un futuro più sereno ai lavoratori dell’area di Gela.

Intervista a cura di Rocco Gumina

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