“Fornire le chiavi per capire e vivere la realtà”. Intervista a Nicola Incampo

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Nicola Incampo
Nicola Incampo

Sui temi legati all’insegnamento della religione cattolica nella scuola italiana, abbiamo intervistato Nicola Incampo, direttore dell’Ufficio Scuola della diocesi di Tricarico (Matera) ed esperto dell’Ufficio Nazionale IRC della CEI.

– Sono stati da poco resi noti i risultati della Quarta indagine nazionale sull’insegnamento della religione cattolica. Quali gli esiti e come li commenta?

Il 17 gennaio scorso è stata presentata ufficialmente la quarta indagine nazionale sull’Insegnamento della religione cattolica (IRC). Secondo questa ricerca ad avvalersi dell’ora di religione è quasi il 90% degli studenti italiani, non solo, ma, sempre secondo questa indagine, risulta che siamo in presenza di «elevate percentuali di gradimento» per questo insegnamento. E questo è veramente molto bello se si pensa che l’indagine ha coinvolto 3 mila insegnanti di religione e oltre 20 mila studenti.

– Perché, in questo tempo di pluralismo culturale e religioso, la formazione alla dimensione religiosa è importante?

Il dato dell’indagine dice come la “culturalità” dell’IRC la renda materia fondamentale, sebbene facoltativa, per decodificare la realtà vissuta dai ragazzi oggi, complessa e plurale. Non si pone nessuna scelta confessionale l’IRC è aperto a chiunque, non bisogna essere cristiani per frequentare questo insegnamento. È un insegnamento culturale che, insieme alle altre discipline scolastiche, fornisce ai ragazzi le chiavi per capire e vivere la realtà.

– Per il cardinale Gianfranco Ravasi, la Bibbia può essere definita come il grande codice della cultura occidentale in grado di gettare le basi per il dialogo in un mondo abitato da pluralità identitarie sempre più in contatto fra loro. Qual è il suo parere su questo tema?

L’Accordo di revisione dello stesso Concordato sancito con legge 121 del 25 marzo 1985 nell’articolo 9.2 stabilisce, a mio avviso, una continuità ed un orientamento nuovo, quando dice: “La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado”.

Più che evidente la continuità con il passato (la sottolineatura della parola continuità è mia), ma anche da evidenziare il nuovo assetto dell’IRC che viene messo in relazione non con l’istruzione pubblica, ma con il patrimonio culturale del popolo italiano e sempre in rapporto con le finalità della scuola. Sono due le sottolineature che vanno bene evidenziate: da una parte per chiarire le caratteristiche di un insegnamento che si inserisce nella formazione culturale dell’alunno e dall’altra per distinguere l’IRC dalla catechesi che ha come finalità di formare il credente.

Ma valore culturale del cattolicesimo non significa insegnamento dimezzato o di un generico cattolicesimo che non conosca i suoi aspetti caratteristici e individualizzanti, ma conoscenza precisa nella sua interezza, che comprende fonti, contenuti della fede, aspetti di vita, espressioni di culto e quant’altro è necessario per apprenderlo. E il tutto orientato alle finalità scolastiche che sono di conoscenze di quella specifica cultura italiana, e oggi dovremmo dire europea ed occidentale, che non è possibile spiegare e conoscere in tutte le sue forme (letteratura, arte, musica …) senza il cattolicesimo.

– La Nota pastorale della CEI Insegnare religione cattolica oggi, afferma che l’IRC è un servizio alla crescita globale della persona. In che senso?

Nel messaggio dei Vescovi italiani ai genitori, agli studenti e agli insegnanti di religione del 24 maggio 1991 si dice con maggior chiarezza che “La scuola è il luogo di quella grande avventura che è la crescita umana e culturale della persona e quindi dell’intera comunità. Nella scuola trovano risposta le domande dell’intelligenza e della ragione, della curiosità scientifica e della sensibilità artistica. Anche l’istanza della ragione, della curiosità scientifica e della sensibilità artistica. Anche l’istanza fondamentale dello spirito, l’ineludibile domanda sul vero senso della vita e sul valore delle cose, non può non trovare una grande occasione di risposta.”

Come dicevo prima, questo insegnamento è rivolto a tutti: credenti e non credenti, atei o praticanti, fedeli di altre religioni o agnostici. Ecco perché sempre nel documento da te citato i Vescovi affermano che questo insegnamento “è un servizio educativo e culturale offerto a tutti quanti sono disposti a considerare i grandi problemi dell’uomo e della cultura, a riconoscere il ruolo dell’uomo e della cultura, a riconoscere il ruolo insopprimibile e costruttivo che, in questi problemi, ha la realtà religiosa e a confrontarsi con il messaggio e con i valori della religione cattolica espressi nella storia e nel vissuto del nostro popolo”.

– Le poche ore svolte in classe dai docenti, la valutazione espressa in giudizi e la facoltà di avvalersi o meno sono dei limiti all’IRC di oggi?

Il Card. Carlo Maria Martini, dopo la approvazione della riforma del Concordato, scrisse, nel 1985, la lettera pastorale intitolata “Andiamo a scuola” in occasione della scelta dell’ora di Religione Cattolica; ebbene in quella bellissima lettera il Cardinale spiega molto bene che quei nodi che apparentemente potrebbero indebolire l’IRC, in effetti la rafforzano. È proprio l’atipicità di questa disciplina la sua forza.

– Quali prospettive future per l’Insegnamento della Religione Cattolica nella scuola italiana?

Dopo 30 anni dalla revisione del Concordato il 90% degli alunni sceglie religione è tutto merito dei docenti. Vorrei approfittare di questa intervista per ringraziare i docenti di religione cattolica per la loro professionalità e umiltà.

Intervista a cura di Rocco Gumina

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