Era un buttafuori, "stavo lavorando". La confessione shock del minore fermato per l'omicidio di Aldo Naro

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“Gli ho dato un calcio, ma non lo volevo uccidere. Giuro, giuro”. E’ quanto ha dichiarato, ammettendo in parte le sue responsabilità, il minorenne di 17 anni accusato di omicidio doloso del giovane medico nisseno Aldo Naro.
Ma la confessione è uno shock per un altro motivo. Il 17enne fermato era al GOA per lavorare.
Il giovane in lacrime davanti ai pubblici ministeri afferma che non si è trattato di un omicidio, ma della folle conseguenza di una rissa in un’affollata discoteca. Una discoteca, il Goa, dove il giovane dello Zen non era andato a bere o a cercare rogne: “Io lì ci lavoravo”, è l’incredibile confessione ai magistrati.
Faceva il buttafuori abusivo e le sue parole sono destinate ad allargare l’inchiesta.
Il giovane in stato di fermo scagionerebbe il titolare della discoteca che nulla sapeva del ragazzo. Lu riferisce di essersi sempre affidato ad una ditta specializzata, 40 euro a serata e non sarebbe stato da solo. Anche il figlio di un boss dello Zen lavorava lì. Anche lui senza che fosse stato autorizzato.
Il loro ruolo forse serviva ad evitare l’arrivo di ragazzi male intenzionati.
“Ero lì per lavoro, per non fare scavalcare le persone”. Un incarico da “40 euro a serata”. Ad un certo punto, quando sono già passate le tre “fa freddo ed entro nel locale”.
Nel privè dove ci sono Aldo Naro, i suoi amici ed altri clienti racconta che “stavano litigando” e quindi dice di essersi avvicinato per “fare il mio lavoro” e sedare gli animi.
“Mi avvicino, il ragazzo mi ha colpito”. A quel punto, mette a verbale, reagisce ma non è stato lui a rompere con un pugno il setto nasale del giovane neolaureato in medicina.
“Sono stato io a dare il calcio, ma non volevo ucciderlo”.
Un calcio che dice di avere sferrato mentre Aldo cadeva per terra inciampando sui gradini che separano il privè dal resto della sala.
Un racconto da verificare soprattutto se implicitamente tendesse a scagionare altre responsabilità.

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