Dialetto da interpretare. Slitta sentenza sul nuovo presunto capo di Cosa nostra nissena

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E’ stata rinviata al 10 aprile la nuova udienza del processo che si celebra davanti al Gup in abbreviato a carico dei presunti nuovi capi di cosa nostra provinciale e di Niscemi e di un affiliato, Alessandro Barbieri, Alberto Musto e Fabrizio Rizzo.
Dopo la camera di consiglio non c’è stato verdetto perchè dovranno testimoniare nuovamente gli agenti di polizia che parteciparono all’inchiesta denominata “Fenice” della DDA, per interpretare meglio il contenuto di alcune intercettazioni riferite ad un attentato a colpi di pistola contro un commerciante che non voleva pagare il pizzo. Discrepanze sull’interpretazione dei dialoghi intercettati circa l’accento dialettale, niscemese o meno, di uno dei soggetti coinvolti nell’atto intimidatorio, fatte emergere dai legali della difesa.
Alessandro Barbieri, che ha scelto l’abbreviato, è considerato dalla Direzione Distrettuale antimafia di Caltanissetta il nuovo capo di cosa nostra in provincia, su investitura di Giuseppe Piddu Madonia. Alberto Musto, insospettabile studente incensurato, mai sfiorato dalle indagini fino a gennaio 2014, era invece l’uomo di fiducia di Giancarlo Giugno. Finito Giugno in carcere, al 41 bis quale presunto responsabile di reati inerenti mafia e omicidio, Musto ne prese le redini. Per Barbieri la Procura ha chiesto la condanna a 8 anni, 10 anni per Musto e 12 anni e 8 mesi per Rizzo.
Il quadro che uscì da quell’inchiesta antimafia risultò essere destabilizzante, soprattutto perchè il Procuratore capo Sergio Lari denunciò la presenza di una talpa nelle istituzioni che informava Barbieri di indagini in corso.
Inoltre emerse come i commercianti venivano sottoposti ad un ferreo giro di estorsioni in quanto, come un’araba Fenice, Cosa Nostra intendeva risorgere dalle ceneri di arresti e inchieste.

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