Dall’operaio al professionista, i clienti in fila per la coca. Tra i pusher anche il guardiano della villa

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A rivelare che a Caltanissetta c’era un giro fiorente di spaccio di cocaina è stato un pentito di Catania che a dicembre del 2018 aveva parlato con un pm della Dda. Da lì sono scattate le indagini della sezione operativa dei Carabinieri. Il collaboratore aveva riferito soltanto il nome di un certo Giuseppe, custode di una villa comunale. I carabinieri sono subito arrivati a Giuseppe Fiume, 51 anni, ex articolista e fino al 2019 custode di villa Amedeo. Gli altri arrestati sono il figlio 28enne Eros Fabrizio Fiume, il 38enne Alessandro Fiume. Mario Ragusa classe 1993 genero di Giuseppe Fiume, Michele Ventura classe 1980, Emanuel Maurizio Santoro classe 1990. E poi i catanesi Isidoro Di Stefano, Santo Puglisi, Emanuele Cosimo Tringali e il canicattinese Diego Milazzo classe 1984.

Dall’ordinanza del Gip emerge che la rete di spaccio si dispiegava nel triangolo Caltanissetta, San Cataldo e Catania. Il collaboratore di giustizia affiliato al clan Cappello di Catania ha parlato delle forniture di stupefacenti immesse sul mercato di Caltanissetta: una media di 100 grammi a settimana acquistati a 5 mila euro. L’attenzione dei carabinieri si è concentrata su Giuseppe Fiume, pregiudicato nisseno e sul genero Mario Ragusa. La richiesta di cocaina a Caltanissetta non mancava e in due occasioni a giugno e luglio 2019, Fiume e Ragusa vennero trovati rispettivamente in possesso di 56 grammi e 140 grammi di polvere bianca. La coca viaggiava anche dentro i pannolini, un espediente per sottrarsi ai controlli. L’inchiesta ha monitorato luoghi e modalità di cessione di stupefacenti con via vai di clienti e incontri in strada, intercettazioni telefoniche e ambientali. La clientela era la più variegata, “trasversale” per dirla con gli investigatori e andava dall’operaio al commerciante, dal professionista allo studente.

“E’ un’attività importante perché si realizza su Caltanissetta, una città tranquilla dove sotto sotto i traffici ci sono, soprattutto cocaina”, spiega il colonnello dei carabinieri Baldassare Daidone, comandante provinciale dell’Arma. “I riscontri hanno consentito di ricostruire che Giuseppe Fiume aveva organizzato un’attività di spaccio familiare ben organizzata. Lui aveva un ruolo preminente però nel corso dell’indagine è emerso che il genero aveva assunto un ruolo pari o superiore. Quando sono iniziati i contrasti con i fornitori catanesi che ci avevano fatto pensare a conseguenze più gravi, il mediatore è stato soprattutto il genero che aveva un grande ascendente su questi soggetti catanesi, tra l’atro vicini al clan cappello. Tutti i giorni era un’attività fiorente di spaccio”.

In conferenza stampa il maggiore dei carabinieri, Salvatore Vilona, comandante del Nucleo operativo radiomobile, ha tracciato i ruoli e le mansioni nell’organizzazione. La droga veniva acquistata prevalentemente a Catania e solo quando ciò non era possibile il gruppo si rivolgeva ad un fornitore di Canicattì, già coinvolto in una precedente inchiesta antidroga. Comprata a 50 euro al grammo, la cocaina veniva tagliata con il mannitolo e rivenduta a 100 euro. Dal resoconto degli investigatori emerge il ruolo di Mario Ragusa, mediatore con i fornitori catanesi molto irritati per i mancati pagamenti da parte del suocero.

“Grazie alla dichiarazione resa a dicembre 2018 dal collaboratore di giustizia si riesce ad aprire questo filone nisseno fino ad allora sconosciuto – spiega l’ufficiale -. Le attività sono state di natura tecnica con intercettazioni telefoniche e ambientali sull’autovettura di Fiume. Ciò ha consentito di ricostruire gli spostamenti, l’attività di spaccio a Caltanissetta e San Cataldo e i viaggi a Catania. Giuseppe Fiume svolge un’attività di delivery, di consegna a domicilio mentre Ragusa opera presso l’abitazione. Quest’ultimo viene arrestato con 140 grammi di cocaina e 5 mila euro in contanti. Il suo arresto segna una svolta perché i contatti con i fornitori catanesi si interrompono. Si riscontra anche un rapporto di subordinazione di Fiume rispetto a Ragusa – prosegue Vilona -. Nel momento in cui si manifesta una certa insoddisfazione dei catanesi per i comportamenti di Giuseppe Fiume perché insolvente, si rivolgono a Mario Ragusa che cerca di mediare. Si trattava di una richiesta particolarmente accesa per la forte irritazione dei catanesi per i debiti contratti da Fiume. Vi è una quantità di indizi che non lasciano dubbi sul fatto che i protagonisti si dedicassero in via esclusiva all’attività di spaccio”.

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