Coronavirus. Non solo numeri ma una mappa dei cluster per prevenire i focolai

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15 pazienti affetti da Covid-19 in regime di sorveglianza attiva domiciliare; 17 ricoverati al Sant’Elia, quattro in Terapia intensiva e 13 in Malattie infettive. Due decessi da coronavirus in provincia di Caltanissetta dall’inizio dell’emergenza: il medico di Riesi morto ieri pomeriggio e il biologo di 58 anni deceduto il 12 marzo scorso; due ricoverati fuori provincia all’ospedale Gravina di Caltagirone, una nissena e un niscemese. Una paziente in via di guarigione.

E’ questo il bollettino in freddi numeri del contagio da coronavirus nella provincia di Caltanissetta che secondo i dati dell’Asp2 fa segnare il totale di 34 casi attualmente positivi di cui sei provenienti dalla provincia di Agrigento.

Mai come oggi ci confrontiamo quotidianamente con i numeri. Dietro ogni unità c’è una persona con le ansie e le speranze proprie e quelle dei suoi cari. Eppure i numeri – sin dall’inizio – sono serviti a comprendere le dimensioni del contagio dal virus n-Cov Sars2 che colpisce come una scossa elettrica chiunque lo sfiori. Di fronte a qualcosa di sconosciuto come la malattia Covid-19 l’unica certezza sembrano essere i numeri. Nel territorio nisseno descrivono un’epidemia che al momento non cresce in modo esponenziale ma che in alcuni casi è stata letale. Nelle prossime settimane – nell’orizzonte temporale di un mese secondo le autorità sanitarie – potremmo vedere il picco dei contagi. E solo allora comprenderne l’entità. Dopo settimane di quarantena ci si chiede se sia veramente imprescindibile il racconto quotidiano attraverso i numeri. Di certo il conteggio dei casi positivi, dei ricoveri, dei decessi e delle guarigioni, serve a mappare l’epidemia, fare statistiche e analisi. Ma questo esercizio non deve distrarre dal contesto, dall’attività di ricerca attiva per proteggerci, non come individui ma come comunità. Evitando isterici riflessi pavloviani ad ogni aggiornamento.

E’ necessario risalire ai contatti dei pazienti negli ultimi 14 giorni per circoscrivere i cluster del contagio ed evitare che diventino focolai più estesi; utilizzare la conoscenza del territorio per approfondire. In una parola potremmo dire prevenire, oltreché contenere. Siamo stati abituati negli ultimi anni all’importanza della prevenzione, termine troppo spesso abusato. Eppure in questa emergenza la parola meno utilizzata è proprio prevenzione. In Cina circa novemila persone sono state ingaggiate per fare le ricerche dei contatti avuti negli ultimi 14 giorni dai pazienti risultati positivi al coronavirus.

Il primo caso noto a Caltanissetta è stato anche quello del primo decesso. Il 12 marzo ha perso la vita dopo il decorso fulminante di una polmonite un biologo 58enne in servizio presso il laboratorio di sanità pubblica dell’Asp di Caltanissetta. Il dirigente del suo ufficio è risultato negativo al tampone. Al contrario un collega è risultato positivo.

Nel frattempo sono diventati tre i focolai (o forse meglio dire i cluster, parola che indica due o più contagi correlati per spazio e tempo) individuati dall’azienda sanitaria provinciale di Caltanissetta. Il primo è a San Cataldo ed è legato al contagio del titolare di un bar. Nello stesso esercizio – ci riferiscono fonti diverse e concordanti – pare lavorasse un barista in servizio anche nel bar dell’ospedale Raimondi. Una circostanza che di per sé può non significare nulla dal momento che il caso accertato riguarda il titolare ma che è utile riferire solo nell’ottica della prevenzione.

Collegati al cluster di San Cataldo ci sono i due casi di titolari di rivendite di frutta a San Cataldo e Caltanissetta. I familiari e i contatti stretti sono stati messi in quarantena e alcuni tamponi nella cerchia delle persone più vicine hanno dato esito positivo nei giorni successivi. Il Comune di Caltanissetta aveva ipotizzato la chiusura del mercato ortofrutticolo all’ingrosso di via Bloy, ipotesi poi scartata. Il titolare della rivendita non si occupava dell’approvvigionamento e neanche della vendita al dettaglio, mansioni a cui provvedono i suoi dipendenti; e poi si tratta pur sempre di un’attività essenziale per l’approvvigionamento di beni di prima necessità.

Il medico di Riesi deceduto ieri al Sant’Elia fino al 16 marzo ha lavorato nel suo ambulatorio prima che si manifestassero i sintomi. Dal tampone è poi emersa la positività al coronavirus. Il decorso della malattia che ha provocato la polmonite è stato velocissimo e non gli ha dato scampo. Il sindaco di Riesi – ecco perché serve la conoscenza del territorio – sta supportando l’Asp per l’indagine a ritroso sui contatti del medico negli ultimi 14 giorni. Quella che in questi casi conducono le autorità sanitarie è una vera e propria indagine per risalire alle persone che hanno incontrato il paziente, rintracciarle e capire se tra i contatti più stretti ed i familiari qualcuno manifesta sintomi (in questo caso si fa il tampone). Stabilire indipendentemente dai sintomi chi deve andare in isolamento domiciliare. Circa duemila persone sono in quarantena nell’intera provincia. E’ un’attività tutt’altro che agevole. Non sempre il paziente è disposto a dire tutto della sua vita negli ultimi 14 giorni oppure non è detto che possa ricordare tutto specie se è stato in movimento. Una volta che è stata ricostruita la rete di contatti è possibile che non coincidano i nomi o i luoghi di domicilio delle persone indicate. Nessuno di noi è in grado di fare la carta d’identità delle persone incontrate negli ultimi 14 giorni della nostra vita eccetto che per i familiari e gli amici stretti.

Un altro caso, al momento isolato, è quello di un avvocato del foro nisseno. Ha partecipato il 5 marzo a un’udienza, una delle ultime che si sono svolte in modo regolare (poi sono proseguite solo quelle con imputati detenuti). La presidente della Corte d’Appello già dai primi di marzo aveva diramato direttive per evitare assembramenti e limitare gli spostamenti dentro il Palazzo di Giustizia. L’avvocato nisseno ha ricevuto l’esito del tampone il 17 marzo. Non manifesta particolari sintomi e viene seguito dai sanitari in regime di isolamento domiciliare. Ieri l’Asp di Caltanissetta ha poi dato notizia di un caso positivo a Serradifalco dove si afferma che è stato individuato un cluster.

Tornando ai numeri in provincia la città di Caltanissetta è quella con più casi. Due ricoverati in terapia intensiva, tre in malattie infettive, otto in isolamento domiciliare e una paziente nissena ricoverata a Caltagirone. A San Cataldo otto casi di cui cinque ricoverati in malattie infettive e tre in isolamento domiciliare. Due casi a Gela, tre a Niscemi, uno a Serradifalco. A Caltanissetta e Gela ci sono rispettivamente otto posti (e quindi 16 in tutto) di terapia intensiva dedicata Covid. Altri otto a Caltanissetta riservati per le altre patologie. Attualmente i pazienti Covid ricoverati in terapia intensiva sono quattro.

Sul fronte delle cure dal primario di Malattie infettive Giovanni Mazzola arrivano notizie confortanti sia sul primo tampone negativo della paziente di Sciacca (il secondo verrà fatto a breve per la valutazione pre-dimissione, tenendo conto che la dottoressa ha recuperato quasi completamente il suo stato di salute), sia sugli immediati effetti positivi del farmaco tocilizumab somministrato a quattro pazienti opportunamente selezionati e compatibili con la somministrazione.

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