Capaci, la strage e la potenza dell’esplosivo. Il nuovo processo dopo le clamorose scoperte della DDA

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Si potrebbe riassumere così, come nel titolo, il mistero che rimase irrisolto per vent’anni sulla strage di Capaci. A differenza di Via D’amelio, dove c’era da chiarire tutta la ricostruzione su movente e mandanti, con tanto di trattativa Stato-Mafia, la strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone e Franca Morvillo con gli agenti della scorta, Schifani, Di Cillo e Montinaro, sul piano del movente e degli esecutori sembrava ormai una storia processuale consolidata.

Così non era, perché mancava una spiegazione abbastanza logica. Come poteva aver provocato una tale esplosione, da far sobbalzare l’intera autostrada, un semplice esplosivo da cava?

E infatti l’esplosivo utilizzato per la strage di Capaci fu il tritolo, venduto da Cosimo D’Amato, ai mafiosi Madonia e GRaviano. E’ su questa ricostruzione, operata da una tenace inchiesta della Procura antimafia di Caltanissetta guidata da Sergio Lari e condotta insieme all’aggiunto Nico Gozzo ed ai sostituti della DDA, che si è riaperto il capitolo di Capaci, arrivando oggi a processo.

Perché la notizia, infatti, è questa. Salvatore Madonia, Cristoforo Cannella, Cosimo Lo Nigro, Vittorio Tutino e Giorgio Pizzo saranno processati a partire dal 23 maggio prossimo in corte d’assise a Caltanissetta, come ha deciso il Gup, David Salvucci.

Gli altri indagati, lo stesso D’Amato, Tinnirello e il boss Giuseppe Barranca hanno scelto il rito abbreviato che inizierà ad Aprile.

“Questa indagine – si legge nella richiesta della Procura –  non rivisita i precedenti giudizi, né li mette in discussione; anzi, le pregresse acquisizioni probatorie ne costituiscono il presupposto e l’ossatura”. In altre parole l’operazione “Stragi”, della procura nissena non inficia, come accaduto per via D’Amelio, le risultanze dei precedenti processi ma li integra.

“Il carattere di novità nel racconto di Gaspare SPATUZZA attiene al reperimento ed alle modalità di lavorazione di buona parte della caricausata per l’esplosione del tratto d’autostrada”, si legge nella misura.

“Le dichiarazioni di SPATUZZA riguardano proprio quella parte di esplosivo che BRUSCA e gli altri trovarono nel villino di Antonino TROIA e che FERRANTE aveva, precedentemente, scaricato, con Salvatore BIONDO e forse con Giovanni BATTAGLIA, dalla vettura di Giuseppe GRAVIANO che lì s’era recato a tal fine. Ma il narrato non si limita a confermare le precedenti acquisizioni, poiché il collaborante indica anche chi si occupò di reperire questo esplosivo, chi lo fornì, chi lo lavorò e lo confezionò; ed aggiunge che sempre lo stesso esplosivo venne successivamente usato per l’esecuzione del piano stragista degli anni 1993 e 1994″.

Dunque il tritolo reperito da due bombe inesplose della seconda guerra mondiale, ad alto potenziale esplosivo, oltre che a Capaci venne usato nelle stragi in continente.

L’attentato.strage-capaci

Alle ore 17,56 del 23 maggio 1992, una carica di esplosivo, collocata sotto la carreggiata dell’autostrada A/29, al Km 4 del tratto Punta Raisi-Palermo nei pressi di Capaci, cagionò la morte del dr. Giovanni Falcone, della moglie dr.ssa Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani1.

Il tratto di autostrada esplose mentre il corteo delle autovetture blindate di servizio, con a bordo il magistrato e gli agenti di scorta, si stava dirigendo verso Palermo 2.

I primi rilievi tecnici ricostruirono la dinamica dell’attentato facendo ritenere assai probabile che la carica esplosiva fosse stata confinata all’interno di una conduttura per il deflusso dell’acqua piovana sottostante la corsia lato monte del tratto autostradale ove si verificò lo squassamento del terreno e dell’asfalto.

 Vale la pena leggere, a futura memoria, “Gli effetti dell’attentato”.

L’attentato cagionò devastanti effetti. L’esplosione aveva formato un cratere a forma d’ellisse, profondo oltre un metro, lungo 14,30 metri, trasversale e quello inferiore, di 12,30 metri, longitudinale. Inoltre, sulla stessa linea del cratere e nella corsia lato mare, si constatava la distruzione dell’asfalto e la sopraelevazione dello stesso per un metro di altezza, lo squassamento del manto stradale per un’estensione in lunghezza di 13,10 metri e un avvallamento dal quale emergevano pietre annerite e frammenti di tubo di cemento. 

Gli effetti dello spostamento d’aria provocato dall’avvenuto brillamento dell’esplosivo furono registrati dai sismografi dell’Osservatorio geofisico di Monte Cammarata (Agrigento) attraverso un aumento di ampiezza del segnale ad alta frequenza avente la forma tipica dell’esplosione, del tutto diversa dal segnale rilasciato dalle onde sismiche.

In questa composizione: in testa la Fiat Croma di colore marrone su cui viaggiavano i tre agenti di scorta deceduti; al centro la Fiat Croma di colore bianco con a bordo il magistrato, la moglie e l’autista; infine, chiudeva il corteo la Fiat Croma di colore azzurro che era la seconda macchina di scorta. Seguiva il corteo una Lancia Thema, mentre, sull’opposto senso di marcia del predetto tratto autostradale, procedevano una Fiat Uno e una Opel Corsa. L’esplosione investì l’autovettura sulla quale viaggiavano gli agenti della Polizia di Stato Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e quella che seguiva immediatamente dopo, cioè quella condotta da Giovanni Falcone con a fianco la moglie Francesca Morvillo e con l’autista Giuseppe Costanza che occupava il sedile posteriore.

In conseguenza dell’attentato, che coinvolse numerosi altri veicoli che seguivano il corteo o che si trovarono a transitare in quel frangente sull’opposta corsia di marcia, rimasero feriti l’autista del dr Falcone, Giuseppe Costanza, gli agenti di scorta Paolo Capuzza, Gaspare Cervello, Angelo Corbo, e gli automobilisti Gabriel Eberhard e Gabriel Eva, che viaggiavano a bordo dell’autovettura Opel Corsa, Ferro Vincenzo, che era a bordo della Lancia Thema, Ienna Spanò Pietra e Mastrolia Oronzo, che transitavano sulla Fiat Uno, i quali riportarono tutti lesioni personali.

I momenti immediatamente successivi allo scoppio della carica esplosiva videro l’agente Corbo e gli altri colleghi, che viaggiavano insieme a lui, impegnati, malgrado le ferite riportate, nell’opera di soccorso dei due magistrati e dell’autista, che, con l’ausilio dei primi soccorritori, furono estratti dall’autovettura, ad eccezione del dr Falcone per il quale fu necessario attendere l’intervento dei Vigili del Fuoco, essendo la vittima rimasta incastrata fra le lamiere dell’autovettura.

Nonostante la virulenza dell’attentato tutti gli occupanti della Croma rimasero ancora in vita. Infatti, la dr.ssa Morvillo respirava ancora, pur se priva di conoscenza, mentre il dr Falcone mostrava di recepire con gli occhi le sollecitazioni che gli venivano dai soccorritori. Tuttavia, malgrado gli sforzi profusi da costoro, e poi dai sanitari, entrambi i magistrati spirarono in serata per le emorragie causate dalle lesioni interne determinate dall’onda d’urto provocata dall’esplosione, mentre per il Costanza la prognosi riservata fu sciolta favorevolmente dopo trenta giorni.

Nell’immediatezza del fatto nessuna traccia si rinvenne dell’autovettura blindata, che era in testa al corteo, e dei suoi occupanti, per cui si ritenne che gli agenti fossero addirittura riusciti a sfuggire all’attentato e che fossero corsi avanti a chiedere soccorsi. Solo nella serata la Fiat Croma fu ritrovata completamente distrutta, in un terreno adiacente al tratto autostradale luogo del micidiale attentato, con i corpi dei tre occupanti privi di vita.

I tre agenti erano morti sul colpo, e più in particolare, per come rilevato in sede di esame autoptico effettuato presso l’Istituto di Medicina Legale di Palermo, il Montinaro e il Di Cillo erano deceduti per effetto dello squassamento della scatola cranica, mentre lo Schifani era spirato per le gravissime lesioni cranio encefaliche riportate.

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