“Il cambio di passo ad oggi non c’è stato”. Intervista a Piero Cavaleri

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Recentemente, la giunta comunale guidata da Giovanni Ruvolo ha effettuato un rimpasto sostanziale con il ricambio degli assessori. Ma è avvenuto il cambio di passo tanto atteso?

Mi risulta molto difficile rispondere a questa domanda. La difficoltà è duplice. Intanto, avendo fatto parte per due anni della giunta “tecnica” che è stata azzerata, penso di non avere il necessario distacco per dare una valutazione sufficientemente obbiettiva della cosiddetta giunta “politica” che adesso amministra la città. Il secondo elemento di difficoltà scaturisce dal fatto che sono trascorsi soltanto cinque mesi circa dall’insediamento della giunta “politica” e si tratta certamente di un lasso di tempo ancora troppo esiguo per fare delle valutazioni significative. Fatta questa doverosa premessa, non voglio però sottrarmi alla domanda. Da molti elementi oggettivi, che è possibile cogliere anche da una superficiale ricognizione, non ritengo che si possa ravvisare il “cambio di passo” da tempo e da più parti auspicato. Il vertice che gestisce il Consorzio universitario continua da mesi a rimanere decaduto, così come continua a rimare del tutto vago l’orizzonte progettuale dell’università nella nostra città. Le percentuali della raccolta differenziata continuano a rimanere ancora pericolosamente basse e questo non aiuta di certo il miglioramento della gestione dei rifiuti. Non si delineano incisive azioni concrete nell’ambito dello sviluppo economico. Continua a mancare una risposta complessiva all’emergenza abitativa, che a Caltanissetta ogni giorno di più diventa problematica. Il regolamento della partecipazione, che avrebbe dovuto rappresentare il punto di svolta della nuova amministrazione a conduzione civica, da due anni è fermo presso la commissione consiliare competente, senza che la presidenza del consiglio o la giunta “politica” riescano a facilitarne l’iter burocratico e politico, che in atto rimane “saldamente bloccato”. Se tutto questo ci dice che il cambio di passo ad oggi non c’è stato, la mia assoluta fiducia nel sindaco e nella nuova giunta “politica” mi spinge a credere che nei prossimi mesi assisteremo di certo a non pochi e sostanziali cambiamenti.

Dopo l’attività amministrativa ti trovi fra i coordinatori del Polo Civico. Perché?

Dopo due anni di amministrazione attiva mi sono reso conto, insieme a tanti altri, che il progetto politico del Polo rischiava, e rischia tuttora, di fallire. Ho ritenuto, allora prioritario impegnarmi per ridare anima identitaria e maggiore slancio politico al movimento nel quale continuo a credere. È per questo che, insieme a Marina Castiglione e Boris Pastorello, ho accettato il coordinamento del Polo Civico. La recente assemblea ci ha confermati nel non facile incarico, ma soprattutto nella linea di rilancio della cultura politica di cui il Polo si è fin dall’inizio fatto promotore in città. Sono convinto che il sindaco, la nostra delegazione in giunta, il nostro gruppo consiliare e ciascuno dei nostri aderenti faranno la propria parte perché i metodi partecipativi e le reti partecipative divengano patrimonio reale della nostra comunità e della sua storia democratica. In fondo, ciò che vogliamo fare è molto semplice da spiegare. Ci sono nella nostra città decine di associazioni culturali, sportive, di volontariato sociale, di giovani, di immigrati residenti, sono attivi da tempo motivatissimi comitati di quartiere, che aspettano soltanto di essere formalmente riconosciuti e coinvolti dall’amministrazione e dal consiglio comunale; di poter partecipare con trasparenza e piena legittimità, ma anche in modo “regolamentato” (cioè fuori da logiche clientelari, da scambi di favore, da consorterie) ai processi decisionali che li interessano, ai percorsi progettuali che li vedono diretti protagonisti. Quello che vogliamo fare non è soltanto garantire una dignitosa amministrazione della città, ma anche realizzare una svolta di cultura politica capace di creare ciò che la nostra città da tempo non ha: coesione e inclusione sociale. È per questo che mi trovo ancora tra i coordinatori del Polo Civico. Conservo la speranza che nei prossimi due anni e mezzo si possa finalmente compiere questa “svolta”.

Il Polo Civico, sorto per riformare la politica locale con un metodo nuovo, è alla guida amministrativa della città insieme, con un legame stretto talvolta soffocante, ad alcuni partiti. È cambiata la linea politica del movimento?

Il movimento non è mai stato un paladino dell’anti-politica, che demonizza in modo gretto e miope i partiti, che non riconosce il loro potenziale ruolo democratico nel nostro paese e la nostra città. Come tutti sappiamo, Caltanissetta non ama le novità in politica, gli esperimenti nuovi o le proposte nuove. Sarebbe stato oltremodo ingenuo credere che i nisseni avrebbero accordato la maggioranza dei consensi ad una amministrazione guidata da un sindaco civico senza l’apporto dei partiti. Dalla mia passata esperienza di amministratore e da quella attuale di coordinatore ho appreso come i partiti tradizionali siano attraversati costantemente da due anime. Una che guarda ancora inesorabilmente al passato, ai vecchi metodi, alle vecchie prassi, alle vecchie consorterie affaristico-professionali; un’altra che guarda con motivazione elevata al futuro, a nuove idee, a nuovi modi di operare, in uno spirito di coesione, di trasparenza, di lealtà, per il bene comune della città e non di ristretti gruppi clientelari. Abbiamo avuto e continuiamo ad avere la certezza che questa seconda anima possa farci da sponda nella realizzazione dei nostri obiettivi, nonostante la continua e tenace presenza di non pochi “guastatori” e “sabotatori”, dentro e fuori l’Alleanza per la città. Per cambiare la realtà, diceva Don Milani ai suoi ragazzi, non si può rimanere con le mani in tasca, per paura di sporcarle. Il rischio della “contaminazione” è sempre in agguato, ma la paura di essere contaminati è già la nevrosi pura, è la paura che blocca, che impedisce di agire per cambiare, che impedisce di vivere fino in fondo nella realtà.

Dopo il tonfo di Matteo Renzi al referendum del 4 dicembre e con l’escalation populista generata dal Movimento 5 Stelle, quale spazio di manovra può avere il civismo a livello locale e nazionale?

Ritengo, come altri, che dopo il crollo del Muro di Berlino sia venuto meno il ruolo, per così dire, culturale dei partiti tradizionali. Essi sono venuti meno come incubatori di idee, come promotori di valori, come a aggregatori di persone. Con più facilità di prima si sono piegati ai “poteri forti”, all’élite globale e ai suoi interessi, al neo-liberismo e ai suoi criteri di valutazione. I partiti si sono omologati, sono diventati scatole vuote agli ordini di leader più o meno carismatici, ognuno dei quali ha operato a prescindere dai valori politici che diceva di rappresentare. Non è un caso che si dica come Renzi sia riuscito lì dove neanche Berlusconi era riuscito. Insomma Renzi come Berlusconi e Berlusconi come Renzi. Tutti omologati, partiti e leader. Questo asservimento all’élite globale e ai suoi interessi, mediati in questo angolo di mondo dalla Commissione Europea e dai suoi burocrati, ha di fatto creato povertà, gravi contraddizioni sociali, ha trasformato la classe media e il proletariato in “precariato”, ha derubato i giovani del loro futuro, ha ferito gravemente la famiglia, gli anziani, i disabili, gli ammalati, ha deturpato la scuola, il sistema di sicurezza sociale, i servizi sanitari. La reazione della gente a tutto questo è da tempo (non solo in Italia, ma anche nel reato dell’Europa e degli USA) o il rigurgito nazionalista, che guarda al passato e non riesce a contestualizzarsi nel presente, trasformando il diverso in capro espiatorio; o il populismo, capace solo di cavalcare il legittimo malcontento della gente, ma incapace di reale proposta politica e di credibile azione amministrativa. Al di là di queste due formule “reattive”, il 4 dicembre il 60% degli italiani hanno voluto approfittare della consultazione referendaria per gridare il loro disappunto ad una azione di governo leaderistica, che ha rappresentato una realtà del Paese inesistente e che ha proposto una riforma costituzionale palesemente sbilanciata verso i criteri di valutazione e di interesse dell’élite globale. In questo momento in cui gli italiani hanno mostrato di essere meno ingenui di quanto si possa pensare; in questo momento in cui chi sta raccogliendo, in modo miope o manipolativo, la loro protesta, mostra per intero di essere inaffidabile; proprio in questo momento, il civismo risulta essere l’unica strada percorribile per non delegare a nessuno una azione politica efficace e incisiva che può venire soltanto “dal basso”, dai “cittadini-protagonisti”, organizzati in efficaci reti di partecipazione, capaci di riappropriarsi finalmente dei territori e delle istituzioni locali a loro sottratti da piccoli o grandi gruppi di potere

Quale messaggio può trasmettere il tuo impegno politico, mosso da una ispirazione cristiana, alla comunità ecclesiale nissena. Insomma, ancora oggi è possibile operare da cristiani in politica? E cosa significa questo in “terra nissena”?

Premetto subito che non mi sento così “significativo” da poter dare “messaggi” a qualcuno, men che meno alla nostra comunità ecclesiale. Ho certamente fatto molto poco e forse non al meglio di come andava fatto. Penso, però, che fare politica attiva sia il modo più concreto ed efficace di amare la nostra terra e la nostra gente, di promuoverne la dignità, la crescita, l’emancipazione culturale ed economica. Credo che sia possibile fare politica da cristiani, anzi credo che non farla, avendone le risorse, sia una grave omissione, una sorta di “peccato sociale”. Un po’ come voltare le spalle a chi ha fame, sete, a chi è nudo o non ha casa! La paura di essere “contaminati”, di essere “usati” o ”manipolati” dai soliti maneggioni, è un pretesto che non funziona, un alibi che non può assolverci come cristiani. Si tratta di imparare con umiltà il “martirio della pazienza”. Di una pazienza che sa accogliere sempre i propri e gli altrui limiti, che sa ricominciare dopo ogni fallimento, come in una infinita fatica di Sisifo, che sa riparare dopo ogni rottura, sperare dopo ogni cocente delusione. È molto facile affezionarsi alle idee o alle proposte progettuali originali, molto più difficile coniugarle con la realtà, soprattutto con la multiforme realtà del limite umano che si nasconde prima di tutto in me, dove già me lo aspettavo, e poi in ogni dove, soprattutto dove e quando non me lo sarei mai aspettato.

Intervista a cura di Rocco Gumina

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